Non cambieremo il futuro della Locride, ma il suo presente!

Dom, 22/07/2018 - 12:40

Entrano in redazione in maniera ordinata, con la compostezza e il rispetto che di solito si riserva ai luoghi di culto, e ognuno di loro tende gentilmente la mano chiedendo il permesso di poter entrare. Sono dieci, giovanissimi, tutti studenti del liceo e costituiscono la redazione de “L’obbiettivo”, un giornale di attualità, cultura e società nato lo scorso anno nel nostro comprensorio e intenzionato a cambiare le carte in tavola del giornalismo locrideo. Li abbiamo visti negli ultimi mesi affaccendarsi dalle prime file delle conferenze stampa, delle presentazioni dei libri e degli incontri con politici, scrittori, attori e giornalisti e ci ha incuriosito l’ingenuo coraggio con il quale hanno scritto a Enrico Mentana quando, alcune settimane fa, ha annunciato la volontà di voler aprire un giornale fatto dai giovani. Hanno accettato il nostro invito a parlare del giornale e dei loro sogni di buon grado e, una volta preso posto attorno al nostro tavolo delle riunioni, l’unico abbastanza grande da poterli accogliere tutti, lasciano educatamente la parola a Luca Matteo Rodinò, che ha ideato il progetto e che ne cura quella che in una testata regolarmente registrata sarebbe chiamata “linea editoriale”.
Come nasce “L’obbiettivo”?
Il 9 aprile 2017 è la data in cui abbiamo pubblicato il nostro primo articolo, relativo alla visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Locri in occasione della Giornata in ricordo delle vittime di mafia. L’idea del giornale, tuttavia, è stata di un ragazzo con il quale ho lavorato a un giornalino scolastico e che, sapendo della mia passione per la scrittura, mi ha suggerito di realizzare un giornale della Locride. Da quel momento ci siamo informati su cosa servisse per poter aprire una testata e, scoperto che non potevamo depositarla in tribunale perché l’operazione deve essere effettuata da un pubblicista, e nessuno di noi lo è, abbiamo ripiegato su un blog che, inizialmente, ho scritto di mio pugno in linguaggio html, per poi ripiegare sulla piattaforma WordPress. Oggi la nostra “redazione” conta una quindicina di studenti che frequentano dalla terza media al primo anno di università, ma i primi a riunirsi per stabilire quale dovessero essere i contenuti del giornale, oltre al sottoscritto, sono stati Domenico Futia, Antonio Panetta, Francesco Pelle e Nicola Varacalli.
Come mai la scelta singolare di chiamarlo “L’obbiettivo”, con due “b”?
Sappiamo bene che la forma più corretta del termine è quella derivante dal latino, con una sola “b”, e ci piacerebbe dire che la scelta è stata fatta per distinguerci dalle altre testate online, ma la verità è che il nome “L’obiettivo” era già stato preso! (ridono)
Quali sono gli obiettivi che vi prefiggete di raggiungere attraverso il giornale?
Innanzitutto cercare di rendere accattivante l’informazione per i nostri coetanei, mai così distanti dalla lettura come in questo periodo storico. Mi sono convinto a fondare la testata dopo essere rimasto scioccato dalle parole di una mia compagna di classe che, letta da qualche parte la notizia di uno sciopero, non mi ha saputo dire chi l’avesse pubblicata e per quando fosse stato indetto. Siamo poi spinti dall’idea che osservare e basta non sia abbastanza e che dobbiamo parlare e scrivere perché abbiamo qualcosa da dire.
Che cosa, ad esempio?
Che siamo stanchi di sentirci dire che “siamo il futuro” da persone che oggi siedono comodamente in poltrona e si aspettano che noi sistemiamo le cose senza considerare quale passato ci stanno lasciando in eredità. Viste le condizioni date, infatti, crediamo che per la nostra generazione sia estremamente difficile agire sul futuro, tanto più che, pensando solo ad esso, continueremo a procrastinare senza risolvere nulla. Ciò che dobbiamo fare, piuttosto, è agire sul presente, innanzitutto trovando un modo di coinvolgere i nostri coetanei, che devono essere primi a tenderci la mano per migliorare la nostra società. Siamo convinti che, se gli adolescenti non si interessano di cultura, informazione, politica e società è perché non viene utilizzato il metodo più efficace di comunicazione nei loro confronti. Non si può pretendere che i ragazzi assimilino prediche calate dall’alto imputando a una loro generale passività la poca ricettività di una intera generazione. Così come credo che un giovane possa essere iniziato alla lettura suggerendogli il libro giusto, magari di un grande classico che lanci un messaggio nel quale si possa identificare, noi ci rifacciamo a chi è più esperto di noi in comunicazione, ma cerchiamo al contempo di rivolgerci ai nostri coetanei affinché si sentano coinvolti in qualcosa di più grande.
«Ecco perché il sottotitolo della nostra testata è “Il lato giovane dell’informazione” - interviene Antonio Panetta. - Ciò che stiamo cercando di fare è presentare un punto di vista diverso, svecchiare la vecchia narrazione della realtà e combattere le cause che spingono i giovani a informarsi meno, rendendosi, di fatto, più esposti al rischio di farsi strumentalizzare dai social network».
Dopo questa infarinatura passiamo ad una carrellata di pareri da parte delle molte voci accorse in redazione per parlarci del progetto. Alla domanda relativa ai modelli ai quali i ragazzi si ispirano le risposte sono delle più variegate.
Nadia Barillaro cerca di ispirarsi a modelli diversi, professionisti che, con il loro stile, la aiutano a trovare le parole utili a esprimere le proprie idee. Domenico Futia effettua ciclicamente un lavoro di confronto tra le diverse testate giornalistiche per comprendere perché la medesima notizia venga trattata in modi diversi prima di rielaborarla e proporla ai propri lettori. Giuseppe Galluzzo prova ad affrontare un tema poco caro ai giovani, quello della politica, attraverso la satira, tentando di utilizzare un linguaggio di immediata comprensione per gli adolescenti anche per spiegare così le cose più complesse. Jole Lorenti dichiara di non rifarsi a un modello preciso, una scelta dettata forse dal periodo relativamente breve di militanza in quella che non esita a definire la sua “seconda famiglia”: «Come Nadia faccio parte della redazione da appena due mesi - racconta - e solo perché mi sono lasciata convincere dalle insistenze di Elisabetta Spanò, altrimenti non mi sarei mai avvicinata al progetto, perché non è semplice mettersi in gioco quando sei così giovane, soprattutto in un comprensorio come il nostro, nel quale tirare fuori la propria voce può risultare più complicato che altrove». Vincenzo Trimarchi ha trovato motivazioni non tanto nella volontà di fare attività giornalistica in senso stretto, quanto nel piacere che prova nel raccontare storie. Antonio Panetta afferma che l’attenzione alle testate locali, dalle quali i ragazzi possono imparare molto in quanto realtà a loro molto vicine, è sempre massima, ma che la sua ispirazione rimane il modo pungente e sottile di fare opinione di Marco Travaglio. Francesco Pelle, che si occupa di nuove tecnologie, dichiara di non rifarsi a un giornalista specifico ma alla rivista “Focus” e al modo in cui fa divulgazione scientifica, una pratica di cui oggi si sente molto l’assenza, soprattutto in un Paese non sempre ferrato in materia di nuovi ritrovati tecnologici. Elisabetta Spanò confessa di avere cominciato come “groupie” del progetto e di averlo sposato solo dopo qualche tempo, anche lei convinta di quanto sostenuto in precedenza da Luca: «Basta con questa storia che siamo il futuro! - Esclama. - Noi siamo il presente e non possiamo permetterci di arrivare a 40 anni senza prospettive. Che dovremmo fare? Aspettare passivamente di poter dire anche noi ai nostri figli “sistemate il futuro”? Ho aderito al progetto perché sono convinta che dobbiamo cogliere la palla al balzo e far capire che non siamo quel tipo di giovani che stanno attaccati al telefono tutto il giorno o, se lo facciamo, è perché sappiamo come utilizzarlo in maniera costruttiva. Il mio modello? Anche se mi ha sconsigliato di intraprendere questa strada è Ritanna Armeni. Dopo averla intervistata ho capito che avevo fatto la scelta giusta». Nicola Varacalli, più che a un giornale, si ispira ai programmi americani di divulgazione scientifica per cercare di rendere più accattivante una materia troppo spesso bistrattata dagli adolescenti e trattata con puntualità solo dalla trasmissione “Superquark”, che si rivolge per ovvie ragioni a una platea di spettatori ben diversa da quella dei giovanissimi.
Indipendentemente dalla buona volontà è ovvio che le difficoltà oggettive della Locride e la possibilità concreta di dover andare fuori per studiare o trovare lavoro rischia di far sciogliere questo bellissimo gruppo, che potrebbe non sopravvivere al prossimo anno scolastico che, per la maggior parte dei ragazzi, sarà quello che culminerà nell’esame di maturità.
«Il nostro buon proposito per l’anno che verrà è proprio “L’obbiettivo non deve morire”» chiosa Luca, che sa già che molti suoi compagni hanno già deciso di uscire dal comprensorio.
«Io penso di andare via per conoscere meglio come funzionano altre realtà sociali - interviene Domenico - ma non ho intenzione di dire addio alla mia terra. Sogno infatti di imparare altrove buone pratiche per poi tornare ad applicarle per il bene del comprensorio in cui sono nato e cresciuto».
«Io invece sono cresciuta a Bologna e sento di doverci tornare - prende la parola Jole. - So che cosa offre una grande città ai giovani e andare lì per prendermi ciò che mi spetta, a costo di peccare di presunzione, lo ritengo qualcosa che mi è dovuto. Certo, non escludo di poter tornare, ma gli anni della giovinezza sento di doverli spendere altrove.»
«Io invece rimarrei volentieri - ci dice Nicola - ma sogno di lavorare in un centro di ricerca e so che, purtroppo, la Locride non mi permetterà di realizzare questo mio desiderio. Per questo sarò costretto, a malincuore, a fare la valigia…»
Luca, dal canto suo, promette di fare di tutto per non abbandonare la Calabria: «Potrò anche andare via per studiare o specializzarmi, ma la mia indole di terrone testardo e ambizioso mi riporterà a occupare il posto che mi spetta in questo territorio e a essere in prima linea per sfatare una volta per tutte il mito ripugnante della Milano produttiva».
«L’idea stessa che al di fuori del buco nero chiamato Locride ci sia il benessere è da sfatare!» Chiosa con determinazione Antonio.
«E, in definitiva, - interviene Elisabetta - dobbiamo rendere estranea l’idea che si debba andare altrove perché nel luogo di nascita non ci sono le condizioni per poter vivere dignitosamente. La gente dovrebbe andar via da qui solo per conoscere realtà diverse, non per obbligo! Ma, siamo onesti, il nostro territorio ha fagocitato più volte belle realtà sociali e imprenditoriali per l’ostruzionismo delle istituzioni o per la semplice invidia dei concorrenti e dei cittadini. E questo mi spinge a domandarmi cosa io possa fare per cambiare concretamente le cose…»
Una dubbio che gente più grande di Elisabetta sta ancora cercando di risolvere, ma che potrebbe essere sciolto dalla determinazione e dalla volontà che questi ragazzi hanno saputo dimostrare.

Autore: 
Jacopo Giuca
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