Le considerazioni di Viscomi sulla politica italiana

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 Antonio Viscomi, membro della Camera dei deputati della Repubblica Italiana, deputato del Partito Democratico, parla delle sue considerazioni sulla politica italiana, sul ruolo di deputato e su molti altri argomenti.

Ho preso qualche giorno di tempo prima di pubblicare questo post, per evitare una contestualità, non opportuna, con le discussioni sulle alleanze elettorali e sulla formazione delle liste. Ora, a campagna elettorale già avviata, sento di poter condividere alcune considerazioni.

Anzitutto, sento di dire grazie alla comunità del Partito Democratico che mi ha dato l’opportunità di vivere, dopo l’esperienza come Vicepresidente della Regione Calabria, anche quella di Deputato; e di viverla da un osservatorio privilegiato come la Commissione Lavoro della Camera, in un periodo della nostra storia sociale e collettiva inaspettato e per molti versi nemmeno lontanamente prevedibile.

Tra Covid e guerra, sono stati veramente anni impegnativi che hanno reso del tutto evidente quanto facile, ma inutile e pericolosa sia la retorica di chi propone soluzioni semplicistiche per problemi complessi, soprattutto per il lavoro e il sistema economico. Ma sono stati anni complicati anche per il sistema politico e istituzionale: tre governi in quattro anni, e quali governi! La rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, la riduzione degli spazi di attività del Parlamento per via dell’incremento enorme della decretazione d’urgenza che ha di fatto impedito il normale svolgersi delle attività parlamentari, soprattutto proprio sui temi del lavoro, rendendo ben più rilevante l’attività emendativa o di indirizzo, e dunque il rapporto con il Governo, piuttosto che quella propositiva, che molte volte si è risolta nell’essere fine a se stessa.

In effetti, come capogruppo in Commissione Lavoro mi è stato chiesto di esprimere la posizione del gruppo dem su questioni veramente importanti: penso al lavoro nel Pnrr, all’attuazione delle direttive europee sulla contrattazione collettiva e sul salario minimo, alla tutela dei lavoratori negli appalti, ai rapporti di lavoro del personale dell’Agenzia per la cybersicurezza o al sindacalismo militare, alle norme sui lavoratori delle piattaforme, alle azioni a sostegno dei lavoratori autonomi che sono a ben vedere i veri precari della pandemia, soprattutto se giovani, donne e meridionali, alla tutela dei lavoratori fragili ed alle questioni relative al lavoro smart e a tante altre cose ancora.

Non è certo qui il caso di ripetere le cose fatte: non solo perché in gran parte sono state già pubblicate sul mio profilo FB, quanto piuttosto perché facilmente recuperabili sul sito istituzionale della Camera, che per ogni parlamentare registra puntualmente l’attività svolta, spesso accompagnandola con il video, se disponibile, ma sempre affiancata dai resoconti ufficiali. Per conoscerla è sufficiente visitare il sito della Camera e trovarvi la pagina personale di ciascun deputato da dove è facile risalire all’attività svolta.

D’altronde, non potrei veramente qui dare conto di cinquantaquattro tra interrogazioni (in aula o in commissione), interpellanze, mozioni e risoluzioni; di oltre una sessantina di proposte di legge cofirmate, fra le quali ne voglio ricordare qui una soltanto: quella sul salario minimo, scritta a luglio del 2018, anticipando una dibattuto ancora attuale e irrisolto; di un centinaio di interventi in commissione ed aula, in particolare in sede di discussione generale, o di questione pregiudiziale o ancora per dichiarazione di voto per conto del partito democratico. L’attività parlamentare è molto più variegata ed intensa di come si pensi e di come io stesso pensavo. Peraltro, chi ha seguito in questi anni la vita politica si è reso conto che gli sviluppi recenti del modello istituzionale hanno ridotto gli spazi tipici dell’iniziativa legislativa e delle proposte di legge – spazio ormai occupato dal governo con i decreti legge – per privilegiare le attività proprie di indirizzo e di negoziato con il governo, anche per i partiti di maggioranza. Un’attività variegata ed intensa, dunque, da conciliare poi non solo con il lavoro nel vasto collegio elettorale in cui sono stato eletto, nonostante i problemi di isolamento posti dall’emergenza pandemica, ma anche con la presidenza della Commissione giurisdizionale per il personale della Camera, cioè del Tribunale interno della Camera chiamato a giudicare dei rapporti di lavoro – dai concorsi per l’assunzione alle posizioni previdenziali – del personale della Camera. E molte sono state le controversie portate a termine, da quelle sui concorsi per l’assunzione di nuove posizioni professionali, a quelle sulla richiesta del green pass per poter lavorare, che ha tenuto banco per molti mesi, sui social, nelle aule dei tribunali e anche alla Camera.

Guardando al futuro, vorrei ora condividere una seconda riflessione: io credo che, a partire dalle relazioni di lavoro, ci sia necessità, ora più di prima, di delineare una visione forte per il Partito Democratico. Mi pare che questa esigenza sia apparsa evidente proprio in questo ultimo periodo, in cui l’emergenza elettorale ha enfatizzato l’alleanza soltanto con alcune delle aree politiche di riferimento della comunità democratica, marginalizzando – ma è un enorme errore, a mio avviso – l’importanza di una visione riformistica nel partito, capace di guardare al futuro senza essere ancora aggrappata a vecchi dogmi che hanno manifestato tutta intera la loro debolezza. Personalmente credo sia necessario riconquistare il dialogo con la variegata base produttiva del nostro paese, con una middle class che pandemia e guerra stanno pericolosamente spingendo verso il livello più basso della struttura sociale e che chiede soltanto di essere aiutata a lavorare, con un mondo di nuove professioni e professionisti digitali capaci di superare tutti i limiti di una marginalità territoriale altrimenti pesante, con aziende manifatturiere che guardano a nuovi mercati e puntano all’innovazione tecnologica, con le famiglie che soffrono un sistema fiscale che fa acqua da tutte le parti e produce iniquità e distorsioni diffuse. E che sappia creare strumenti di sostegno alle fragilità – personale e professionali – che non rendano ancora più fragili i beneficiari: per chi ha fame imparare a pescare è più importante che ricevere in regalo un pesce. La chiamano agenda sociale, ma per distribuire la ricchezza è necessario creare un contesto adatto a produrla.

Costruire questa visione è la sfida che nei prossimi anni il Partito Democratico avrà davanti. E per costruirla è necessario l’impegno e la passione di tutti, dentro e fuori dalle aule parlamentari. Ed è una sfida alla quale continuerò a partecipare ancora, con più tempo e con più energia. Avendo visto nelle aule del Parlamento quanti danni può creare il massimalismo ideologico, tanto catastrofico per il presente quanto ottimista per il futuro, credo sia necessario continuare, nei modi possibili e nei ruoli che ognuno di noi si trova a vivere, a riaffermare che la politica non può ridursi a mero tatticismo elettorale o congressuale ma deve continuare ad essere il luogo dove elaborare una visione globale in cui ciascuno possa realizzare se stesso ma nessuno rimanga mai da solo. Perché abbiamo bisogno di riformismo, ma anche e ancora di più, di comunità inclusive e solidali.