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Vallata del Torbido: intervista ad Arrigo Lagazzo, delegato nazionale Inarcassa per la provincia di Reggio Calabria

Arrigo Lagazzo ha partecipato alla presentazione del progetto “Aspromonte in Città” e ha offerto delle riflessioni che potrebbero dare spazio ad ulteriori approfondimenti da parte dei comuni coinvolti. “Diversamente – dice l’architetto Lagazzo – il progetto rimarrebbe senza radici e rischia di fare solo scenografia”

 Architetto, ha partecipato alla presentazione del progetto “Aspromonte in Città”. Qual è stata la sua impressione?

Ho assistito con un misto di curiosità e ironia. Si tratta di un’iniziativa da 5 milioni di euro per la rigenerazione urbana e ambientale della Valle del Torbido, finanziata con fondi PNRR nell’ambito del programma “Aspromonte in Città”. Un’occasione strategica per i comuni coinvolti, che almeno sulla carta dovrebbe restituire dignità e bellezza a un territorio che amiamo profondamente. Eppure, più che colpirmi, mi ha fatto riflettere. Ho visto entusiasmo da parte dei sindaci, goliardia da parte del sindaco metropolitano, e una sfilata di parole e passerelle che, francamente, mi hanno lasciato perplesso.

 Perché?

Perché mentre si parla di parchi urbani, percorsi naturalistici e anfiteatri, ci sono ancora zone del nostro territorio dove mancano i servizi primari, che restano un miraggio. In un contesto simile, investire milioni di euro in una fiumara — che di corridoio ecologico ha una sua funzione, ma sulla quale non si interviene realmente per migliorarne la qualità ambientale — rischia di apparire come un gesto scollegato dalla realtà. Una riqualificazione che, con un po’ di buon senso e visione, si sarebbe potuta realizzare anche attraverso opere compensative, come l’asportazione controllata dei materiali dal letto della fiumara, che oggi rischia di straripare. Senza dimenticare che l’Autorità di Bacino Idrografico, nel piano approvato a ottobre 2024, ha classificato circa il 70% delle aree adiacenti come zone ad alto rischio idraulico. A questo si aggiunge la presenza di alcuni depuratori che usufruiscono del corridoio fluviale, senza una canalizzazione adeguata che protegga fauna e ambiente. È un dato che impone non solo prudenza, ma interventi strutturali di messa in sicurezza prima ancora di pensare a passerelle e arredi urbani. E lo dico con spirito di attenzione, non certo per sminuire la progettualità svolta, che anzi merita rispetto e confronto.

 Lei è anche un tecnico del territorio. Cosa avrebbe fatto diversamente?

Avrei iniziato ascoltando. La politica ha escluso competenze e conoscenze locali, ignorando la voce di chi vive e lavora quotidianamente in questa vallata. Una vallata che da anni grida dignità, o meglio, pari dignità. Si sarebbe potuto pensare a soluzioni più aderenti al contesto, capaci di coniugare sicurezza, sostenibilità e identità.

 A cosa si riferisce con “visione”?

Mi riferisco alla coerenza tra le progettualità annunciate e la sostenibilità reale dell’intervento. Il progetto prevede interventi in quattro comuni: a Mammola, con ilParco urbano della Stazione, un piccolo anfiteatro, aree ristoro e servizi; a San Giovanni di Gerace e Martone, con l’accesso alleVie verdi del Levadioe la riqualificazione dell’ex stazione ferroviaria; Grotteria, con ilParco urbano del Torbido, il recupero degli impianti sportivi e della pista ciclabile; a Gioiosa Ionica, con ilParco urbano del Gallizzi, che collega l’ex Foro Boario al polo sportivo “Ai Campetti”. Tutti interventi validi, ma scollegati tra loro. Manca una visione sistemica, una strategia di continuità ecologica e funzionale tra monte e mare. Non si è pensato a come questi interventi possano dialogare tra loro, né a come connetterli aiwaterfrontesistenti di Grotteria e Marina di Gioiosa Ionica, che rappresentano terminali naturali del sistema ambientale e paesaggistico.

 Ci sono altri aspetti che ritiene siano stati trascurati?

Sì. Il valore storico e identitario del fiume Torbido, un tempo navigabile, è stato completamente escluso da qualsiasi narrazione culturale o progettuale. Inoltre, non si è tenuto conto dell’impatto ambientale del torbido delle acque, che compromette la qualità ecologica del corso d’acqua e ne limita la fruibilità. Tutti elementi che, se integrati, avrebbero potuto trasformare il parco fluviale in un vero corridoio verde multifunzionale. E non per ultimo, è stato ignorato il potenziale del Museo Santa Barbara, una realtà di valenza internazionale, e della strada naturalistica che dalla fiumara del Torbido conduce a San Nicodemo, località legata alla figura spirituale di San Nicodemo da Mammola, monaco italo-greco del X secolo, venerato sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa. La sua storia è profondamente intrecciata con la spiritualità bizantina, la cultura calabrese e le tradizioni popolari del territorio. Inoltre, manca qualsiasi riferimento alla connessione con il progetto “Svelare Bellezza”, che valorizza i mulini storici presenti lungo il corridoio fluviale del Gallizzi, affluente del Torbido. Si tratta di testimonianze architettoniche e produttive che avrebbero potuto essere integrate in un racconto coerente di rigenerazione culturale e ambientale.

 Qual è il rischio, secondo lei?

Il rischio è che questo progetto, così com’è, si riduca a un intervento episodico, disarticolato, incapace di generare una vera rigenerazione territoriale. E questo sarebbe un peccato enorme, perché le potenzialità ci sono. Ma serve una politica che sappia ascoltare, valorizzare le risorse locali e costruire visioni condivise.

 Cosa si augura per il futuro?

Mi auguro che la parte politica riconosca le criticità evidenziate, promuova un confronto pubblico con le comunità locali e i tecnici del territorio, e riformuli le priorità progettuali. Il fiume Torbido deve tornare a essere un asse strategico di sviluppo sostenibile, non solo un pretesto per interventi a effetto. Noi, da parte nostra, restiamo disponibili al dialogo e al contributo costruttivo. Tuttavia, come architetto e cittadino, sento il dovere di porre l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: la gestione post-intervento. Chi si occuperà della manutenzione ordinaria? Chi garantirà la pulizia, la sicurezza, la fruibilità quotidiana di questi spazi? Il rischio concreto – e purtroppo già sperimentato – è che, senza un piano di gestione sostenibile e partecipato, questi luoghi tornino presto all’abbandono. L’esperienza della pista ciclabile, realizzata come opera compensativa, dovrebbe farci riflettere: un’infrastruttura nata con buone intenzioni, ma ancora oggi incompleta e non a norma. Basti pensare che un’ambulanza non può accedervi lungo l’intero tracciato: un dettaglio che, in caso di emergenza, smette di essere “tecnico” e diventa drammaticamente reale. E, senza voler mettere in discussione l’intero impianto progettuale, è doveroso segnalare che molti tratti dell’ex linea ferroviaria CC.LL., oggi irrecuperabili, sono stati destinati ad altri usi, compromettendo irrimediabilmente la possibilità di un recupero integrato. Vorrei inoltre sottolineare che il mio non è un giudizio critico sulla progettualità in sé. Conosco personalmente alcuni dei professionisti coinvolti, altri li stimo per il loro percorso e la qualità del lavoro. Penso, ad esempio, all’architetto paesaggista Michelangelo Pugliese, specializzato in forestazione urbana, rigenerazione paesaggistica, progettazione di spazi pubblici e restauro ambientale. Conosco anche Alfonso Femia, originario di Taurianova, autore di interventi di rigenerazione urbana in Italia e in Francia, tra cui i Docks di Marsiglia, la sede BNL-BNP Paribas a Roma, la Dallara Academy a Parma, il waterfront di Reggio Calabria, i terminal crociere di La Spezia, Fiumicino, Barcellona e il Parco della Giustizia di Bari. E non posso non citare lo studio Artuso Architetti Associati,

Concludo augurandomi che le mie parole non siano state percepite come polemiche, ma come un contributo sincero e diretto. Perché questo è il modo in cui vivo il territorio: con passione, senso critico e un profondo desiderio di vederlo finalmente valorizzato con coerenza, ascolto e rispetto.

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