Ci sono storie che non dovrebbero mai essere raccontate. Perché non dovrebbero mai accadere. A distanza di quasi cinque anni, la famiglia attende ancora il risarcimento. I consulenti nominati dal Tribunale di Milano hanno ricondotto le lesioni alla condotta del personale della struttura sanitaria
LE ASSICURAZIONI (AMTRUST) E GLI OSPEDALI (A.O. ANNUNZIATA DI COSENZA) NON RISPETTANO NEANCHE I BAMBINI E LE SOFFERENZE E LA DIGNITÀ DEI GENITOR UN NEONATO USTIONATO IN SALA OPERATORIA, IL TRIBUNALE DI MILANO ACCERTA LA RESPONSABILITÀ EPPURE L’A.O. ANNUNZIATA DI COSENZA E AMTRUST CONTINUANO A FAR BRUCIARE LE FERITE.
Il 2 aprile 2022, un bambino di appena un mese di vita entra nella sala operatoria dell’A.O. “Annunziata – Mariano Santo – S. Barbara” di Cosenza per un semplice intervento di erniotomia. Ne esce con gravissime ustioni di secondo grado ai glutei e alla parte posteriore delle cosce. Lesioni che nulla hanno a che vedere con l’intervento programmato e dalle quali sono residuati danni psico- fisici permanenti.
Quello che avrebbe dovuto essere un semplice intervento chirurgico si trasforma così nell’inizio di un calvario destinato a durare anni.
A distanza di quasi cinque anni, quella vicenda non è più soltanto il racconto disperato di due genitori. È diventata una verità tecnica. Una verità giudiziaria.
I Consulenti Tecnici d’Ufficio nominati dal Tribunale di Milano, hanno accertato che le ustioni sono riconducibili all’attività chirurgica eseguita presso l’A.O. Annunziata – Mariano Santo – S. Barbara di Cosenza e che l’evento lesivo è da ritenersi diretta ed unica responsabilità della condotta imperita del personale medico e paramedico della struttura sanitaria.
Parole inequivocabili. Parole che pesano come macigni.
Gli Specialisti del Tribunale si sono pronunciati in termini univoci e perentori eppure, nonostante questo accertamento, AmTrust Assicurazioni S.p.A., la compagnia che assicura la responsabilità civile della struttura ospedaliera, e la stessa A.O. Annunziata – Mariano Santo – S. Barbara di Cosenza non hanno ancora posto fine alla vicenda.
La domanda è semplice.
Quanto deve ancora aspettare una famiglia prima di ottenere giustizia?
La straordinaria peculiarità della vicenda, l’età del minore al momento dell’evento (1 mese di vita) e la particolare gravità delle conseguenze hanno reso necessaria una personalizzazione della quantificazione risarcitoria, in aumento rispetto al mero dato tabellare (Tabelle di riferimento ma solo indicative, il grado di sofferenza di un genitore di un bambino di appena un mese non può essere certamente quantificato in base alle tabelle), affinché il ristoro possa realmente ritenersi adeguato e proporzionato alla concreta e specifica entità del pregiudizio subito
Quella perizia però non racconta tutto.
Perché dietro quelle tragiche ustioni non c’è soltanto un’invalidità permanente. Non ci sono soltanto cicatrici. Non ci sono soltanto giorni di sofferenza.
C’è un bambino che ha iniziato la propria vita portandosi addosso le conseguenze di ciò che è accaduto in quella sala operatoria.
E ci sono due genitori che, dal giorno dell’evento, hanno visto la propria vita cambiare radicalmente. La sofferenza dei genitori non può essere liquidata come una conseguenza emotiva marginale. Essi non hanno soltanto condiviso il gravissimo patema d’animo conseguente alle lesioni riportate dal proprio figlio, ma hanno visto profondamente e durevolmente compromessa la propria esistenza quotidiana. Sin dalla data del sinistro, sono stati costretti ad assicurare al bambino un’assistenza continua, ben oltre quella ordinariamente richiesta dalla cura di un lattante, assumendo quotidianamente un ruolo che è andato ben oltre quello genitoriale, trasformandosi in una vera e propria attività assistenziale e di cura resa necessaria esclusivamente dalle conseguenze dell’evento dannoso.
Particolarmente significativa appare la posizione della madre, la quale, proprio a causa del gravissimo impatto psicologico derivante dalla vicenda e dal costante carico assistenziale, ha dovuto intraprendere un percorso di supporto specialistico.
Ne deriva che il danno sofferto dai genitori non si esauriva nella mera sofferenza interiore conseguente alle lesioni del figlio, ma comprendeva anche il radicale sacrificio della propria vita personale, familiare, relazionale e lavorativa, imposto dalla necessità di garantire per anni un’assistenza continua che, in assenza della condotta colposa della struttura sanitaria, non sarebbe mai stata necessaria.
Eppure questa vicenda racconta anche un altro dato.
Nel novembre 2024, quando ancora la Consulenza del Tribunale non era stata depositata, AmTrust Assicurazioni S.p.A., d’intesa con l’A.O. Annunziata – Mariano Santo – S. Barbara di Cosenza, aveva formulato una proposta transattiva estremamente iniqua. Proposta rifiutata dalla famiglia perché ritenuta offensiva e del tutto inadeguata rispetto all’entità del danno lamentato.
L’offerta formulata da AmTrust e dall’Ospedale Cosentino, per le modalità con le quali è stata determinata e per l’entità della somma proposta, non può che ritenersi ridicola, iniqua e capziosa, volutamente orientata al ribasso rispetto alla reale gravità delle conseguenze patite dal minore.
A ciò si aggiunge un aspetto che non può essere sottaciuto: quella che è stata prospettata come possibilità transattiva non si è mai concretamente tradotta in una reale e seria disponibilità della Compagnia a definire la posizione. Al contrario, nel corso delle interlocuzioni, l’offerta è stata sostanzialmente accompagnata dalla costante prospettazione che, ove la famiglia non avesse accettato quella somma, l’unica alternativa sarebbe stata quella di adire l’Autorità Giudiziaria.
Una simile impostazione non può essere condivisa.
Per una famiglia che si trova a dover affrontare le conseguenze di un gravissimo errore verificatosi quando il proprio figlio aveva appena un mese di vita, la prospettiva di un giudizio non rappresenta una semplice alternativa procedurale. Significa affrontare anni di attesa, ulteriori spese, consulenze, adempimenti e, soprattutto, essere costretti a rivivere più volte una vicenda che ogni genitore vorrebbe soltanto poter dimenticare.
Il trauma, infatti, non si esaurisce con la guarigione delle lesioni. La famiglia è costretta a portarne il peso nel tempo, tra cure, assistenza, preoccupazioni per il futuro del minore e inevitabili interrogativi sulle conseguenze permanenti di quanto accaduto. Costringere gli stessi genitori a ripercorrere nuovamente quei fatti nell’ambito di un lungo procedimento giudiziario significa imporre loro un ulteriore sacrificio, che dovrebbe essere evitato ogniqualvolta vi sia una concreta possibilità di definire bonariamente la controversia con un ristoro realmente adeguato.
Non si può fare gravare sulla parte più vulnerabile della vicenda il peso delle conseguenze economiche e temporali di una controversia che trae origine da un evento del quale il minore e la sua famiglia non hanno alcuna responsabilità.
E viene spontaneo domandarsi se, nel determinare il valore di un danno così grave, possa davvero assumere rilievo il luogo in cui è nato o vive il bambino.
Il risarcimento di un danno così grave non può essere condizionato dalla provenienza geografica della vittima, né dalla sua capacità economica di sostenere una controversia giudiziaria. La dignità, la salute e l’integrità psicofisica di un bambino hanno lo stesso valore a Cosenza come a Milano, a prescindere dal luogo nel quale si è verificato l’evento dannoso.
Oggi quella proposta appare ancora più distante (ridicola) alla luce delle risultanze dell’accertamento tecnico disposto dal Tribunale.
La situazione diventa ancora più difficile da comprendere alla luce di quanto accertato nel procedimento. Oggi esiste una Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Tribunale di Milano che ha ricostruito l’origine delle lesioni, ne ha accertato le conseguenze e ha quantificato il danno subito dal piccolo secondo i criteri medico-legali applicabili. In tale contesto, l’Avvocato Francesco Gerace, quale difensore della famiglia, ha sempre manifestato piena disponibilità e apertura nei confronti tanto dell’Ospedale quanto della Compagnia assicuratrice, favorendo ogni possibile interlocuzione e mostrando costante disponibilità a ricercare una soluzione bonaria e condivisa, nella consapevolezza dell’importanza di evitare alla famiglia ulteriori e inutili tempi e costi di un contenzioso. Nonostante tale atteggiamento, improntato sin dall’inizio alla massima collaborazione e alla volontà di giungere ad una definizione stragiudiziale della vicenda, nessuna offerta è ancora pervenuta.
Eppure la famiglia continua ad attendere. Continua a sostenere le conseguenze economiche della vicenda. Continua a farsi carico delle proprie esigenze legali. Continua a sopportare il peso dell’assistenza e delle cure rese necessarie dalle conseguenze dell’evento.
Continua, in altre parole, a pagare per qualcosa di cui non ha alcuna colpa.
Nel frattempo, il meccanismo del ritardo produce un effetto ben preciso: sposta progressivamente il peso economico e psicologico della controversia sulle persone che hanno meno strumenti per sostenerlo.
Ed è proprio questo che rende particolarmente grave il protrarsi della vicenda.
Ogni giorno di ulteriore attesa significa, per loro, un’ulteriore spesa, un’ulteriore preoccupazione e un’ulteriore rinuncia.
Da una parte c’è una struttura sanitaria pubblica e una compagnia assicuratrice.
Dall’altra c’è una famiglia che, già provata dall’accaduto, ha dovuto affrontare per anni le conseguenze fisiche e psicologiche dell’evento, sostenere le spese di cura e assistenza e, non disponendo di adeguate risorse economiche, affrontare anche il costo di una battaglia giudiziaria necessaria per vedere riconosciuti i propri diritti.
È una sproporzione evidente. E proprio per questo i tempi della definizione assumono un significato diverso. Più la controversia viene protratta, più il peso ricade sulla parte economicamente più fragile.
Ed allora, non può ammettersi che il risarcimento divenga OGGETTO DI SPECULAZIONE rinviandolo sine die, in particolare perché trattasi di un bambino e del suo probabilmente triste futuro.
Il tempo che passa non è neutro.
Ogni rinvio, ogni ulteriore attesa, ogni mancata definizione del risarcimento ha un costo.
E quel costo, oggi, non lo stanno sostenendo né la struttura sanitaria né la compagnia assicuratrice. Lo sta sostenendo la famiglia del piccolo.
Una famiglia che, oltre ad aver dovuto affrontare il trauma di vedere il proprio figlio, di appena un mese di vita, riportare gravissime ustioni durante un intervento chirurgico, si è trovata costretta a farsi carico, nel corso degli anni, di spese di cura, assistenza, trasferimenti, visite e tutto ciò che si è reso necessario per accompagnare il piccolo nel lungo percorso successivo all’evento.

È questo uno degli aspetti più difficili da accettare.
Una famiglia già colpita da un gravissimo evento deve anche disporre delle proprie risorse economiche per poter chiedere che quel danno (riconosciuto!) venga risarcito.
E quando si tratta di una famiglia con disponibilità economiche limitate, il problema diventa ancora più drammatico.
Perché la capacità di resistere nel tempo a un contenzioso non è uguale per tutti.
Una grande struttura pubblica e una compagnia assicuratrice dispongono di risorse, organizzazione e strumenti per sostenere una controversia nel tempo. Una famiglia no.
Per una famiglia in difficoltà economica, ogni mese di attesa può significare una nuova spesa da sostenere, una nuova rinuncia, una nuova difficoltà.
E così il ritardo nel risarcimento finisce per produrre un effetto paradossale e profondamente ingiusto:
chi ha subito il danno è costretto a finanziare, di tasca propria, le conseguenze del danno stesso mentre attende che chi è chiamato a risarcirlo riconosca le proprie responsabilità.
È questo il punto sul quale dovrebbe interrogarsi chi ha il compito di decidere.
Perché un comportamento dilatorio non è semplicemente una questione procedurale.
Quando dall’altra parte c’è una famiglia economicamente fragile, ogni ritardo diventa un ulteriore peso imposto a chi ha già pagato il prezzo più alto.
Dietro ogni rinvio esiste una famiglia che continua ad aspettare. E la vera domanda, oggi, non è più se il piccolo abbia subito un grave danno. Quella risposta è già arrivata dai consulenti nominati dal Tribunale di Milano.
La domanda è un’altra:
quanto tempo dovrà ancora attendere la famiglia perché l’A.O. Annunziata – Mariano Santo – S. Barbara di Cosenza e la sua compagnia assicuratrice, AmTrust Assicurazioni S.p.A., pongano definitivamente fine a una vicenda che la stessa consulenza tecnica d’ufficio ha ormai ricostruito con estrema chiarezza?

