HomeApprofondimentiDal Belgio: Dopo 12 ore la Calabria Grecanica

Dal Belgio: Dopo 12 ore la Calabria Grecanica

Il viaggio in Fiat 131 verso la Calabria: i paesaggi arsi dal sole, i ricordi di famiglia e l’attesa del primo tuffo al mare.

Nicola A. Priolo

Dopo tante ore di viaggio, eravamo ancora sulla strada, dentro la Fiat 131 che ormai sembrava una seconda casa. Mio padre guidava da ore, le mani ferme sul volante. Mia madre guardava fuori dal finestrino. Dietro, noi bambini andavamo e venivamo dal sonno. Coricati sul sedile posteriore, senza cinture di sicurezza, senza seggiolini, senza nessuna delle protezioni che oggi sembrano indispensabili. Si viaggiava così. E basta. Per gran parte del tragitto l’Italia era stata una strada da attraversare. Poi, a un certo punto, la strada cambiava volto. Non era una questione di cartelli. Era la luce. Arrivando verso Pizzo, sui lunghi rettilinei assolati, si aveva la sensazione che il sole scendesse più vicino alla terra. L’asfalto sembrava liquefarsi davanti all’auto. In lontananza tremava come acqua, creando miraggi che apparivano e sparivano. Le colline erano più secche, più luminose. Ogni cosa aveva contorni netti, quasi tagliati da una lama. Anche i colori erano diversi. Il verde non era quello del Nord. Il giallo dell’erba bruciata dominava il paesaggio. Le terre aride riflettevano una luce abbacinante. Persino le case isolate lungo la strada avevano qualcosa di diverso, qualcosa che diceva immediatamente dove ci si trovava. Nessuno aveva bisogno di chiedere dove fossimo. La Calabria si incuneava nell’auto passando dai deflettori, entrava negli occhi, entrava nel silenzio che spesso si creava in macchina quando la stanchezza prendeva il posto delle parole. Mancavano ancora ore. Almeno tre, forse di più, prima di rivedere i paesi dell’estremo sud, i pendii bruciati dal sole della Calabria grecanica, i fichi d’India, le fiumare e quel paesaggio che apparteneva alla memoria di nonno Adolfo. Poi, superata Reggio Calabria, il mare. Non ancora protagonista, non ancora vicino. Compariva accanto alla strada con discrezione, come una presenza familiare. Piatto. Trasparente. Immobile sotto il sole. Un azzurro leggero che si confondeva quasi con il cielo. Finalmente giunti a destinazione, in Calabria grecanica. E nonostante il lungo viaggio, il tempo di mettersi il costumo, la spiaggia a cinquanta metri da casa, mio fratello ed io eravamo pronti per il primo tuffo dell’anno.

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