A settant’anni dall’alluvione del 1951

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La Calabria intera commemora il cataclisma del 1951, che mise in ginocchio parecchi comuni del reggino, pose fine alla vita di molte persone, causò la migrazione di una parte di popolazione e provocò un profondo risentimento da parte della restante contro la nascente Repubblica italiana.  Il 16, 17 e 18 ottobre del 1951, la Calabria meridionale fu investita da una di quelle alluvioni che di tanto in tanto la travolgono, lasciando il loro segno per lungo tempo sul suo territorio. Furono 72 ore di inferno. Un terzo del territorio della Regione a sud della stretta tra Squillace e Lamezia (4.600 Kmq) fu colpito dal nubifragio violentissimo. Alcuni anziani ricordano ancora, anche se sono passati settanta anni, il terrore causato alle persone e i danni immani agli animali e al territorio. Sia il versante ionico che quello tirrenico risultarono ugualmente colpiti. Le copiose precipitazioni superarono di gran lunga quelle registrate, per fenomeni alluvionali simili, nel mezzo secolo precedente. Piovve, anzi diluviò senza sosta sotto un cielo di piombo giorno e notte. Il giorno rassomigliò molto alla notte, in alcune ore. Molti centri del reggino e del catanzarese risultarono semidistrutti dalle frane e dalle inondazioni. Le piogge senza sosta causarono inondazioni che distrussero tutti i terreni attigui alle loro sponde; interi patrimoni agricoli di pregio, coltivati con amore per secoli, scomparvero ed al loro posto rimasero solo sassi, pietrisco e sabbia. Solo nella provincia di Reggio su 93 comuni, 90 chiesero soccorso per i disagi e le distruzioni provocati dall’alluvione I comuni più colpiti della nostra provincia furono Platì e Caulonia, sia per danni che per numero di vittime, 17 morti a Platì e 10 a Caulonia, come a Careri. La furia del torrente che attraversa Platì portò via anche il cimitero e le sue tombe. In totale le vittime furono 67, tutte nella provincia di Reggio. La linea ferroviaria tra Soverato e Reggio Calabria fu interrotta in ben 22 punti per lo straripamento dei corsi d’acqua e per i movimenti franosi. Molti ponti delle ferrovie e della strada rotabile ionica furono portati via come fuscelli. A Bovalino crollarono sia il ponte ferroviario che quello stradale sul torrente Bonamico e altrettanto quelli sul torrente Careri; per lungo tempo si transitò su passarelle provvisorie ed in certi punti a guado. Un quotidiano dell’epoca pubblicò i seguenti dati provvisori, che poi si rivelarono inesatti per difetto: 29 acquedotti distrutti; 11 Comuni senza casa comunale; 34 Comuni con case distrutte; 37 Comuni con case disastrate; 5 strade statali seriamente danneggiate; 25 strade provinciali impercorribili; 35 linee telegrafiche interrotte; 20 tra ponti e viadotti crollati o danneggiati; 3000 persone senza tetto; 13 Comuni isolati per tanti giorni, fino al 23 ottobre 1951. A questo bisogna aggiungere i danni forestali, le greggi distrutte; per più giorni sulle onde del fiume Bonamico in piena, galleggiarono teste di vacche, pecore e capre, oltre che cadaveri di animali selvaggi come lupi, volpi, lepri, cinghiali e volatili. I fragili ovili in frasche furono spazzati via e i boschi di pini e di faggi centenari dell’Aspromonte rovinati nelle profonde valli. Il paesaggio montano , bello e selvaggio, sfigurato per sempre.  Il Cataclisma del 1951 cambiò per sempre la nostra terra e anche il nostro vivere sociale. Sparì la civiltà pastorale ed in alcuni Comuni anche quella contadina. La guerra era finita da solo sei anni e non c’era stata ancora una ripresa economica, anche se per i paesi interni si trattava di un’economia quasi tribale. Alla povertà endemica di alcuni dei centri interni si aggiunse, in poco più di un quinquennio, una emigrazione selvaggia; i paesi furono spopolati, perché abbandonati dalla meglio gioventù che si sparse per tutti i lidi del mondo: Argentina, Brasile, Venezuela, Canada, Australia, Europa centrale, Nord Italia ecc. Alcuni centri cambiarono persino luogo, come Africo, Casalinuovo, Natile e Canolo. Venti anni prima Corrado Alvaro aveva profetizzato: È una civiltà che scompare e su di essa non c’è piangere… Con l’alluvione del 1951, gran parte della Regione, quella più abbandonata, è cambiata veramente, molte volte in peggio. Si è scatenata, in una parte della popolazione, il sentimento intenso del possesso, del vincere e arricchirsi ad ogni costo. Un popolo mite, lavoratore, intelligente e sobrio è stato costretto ad assistere all’ascesa, quasi trionfale, della parte peggiore di sé stessa. Ha vinto la violenza, il sopruso, la barbarie. A causa di una Democrazia debole, indifferente a volte collusa, la nostra Regione va sempre indietro. Progredisce il male non la democrazia e il bene. Il peggio lo sconteranno le prossime generazioni.

Fortunato Nocera