HomeApprofondimentiAbbiamo tradito la nostra estate inseguendo Ibiza

Abbiamo tradito la nostra estate inseguendo Ibiza

La Locride si è vergognata della propria semplicità e ha smesso di somigliare a se stessa

In un vecchio articolo pubblicato su La Riviera, raccontando uno stabilimento della marina di Siderno, scrivevamo che esiste una differenza tra una barca di legno e una d’alluminio: la prima ha l’anima, alla seconda gliela devi dare.

Era un modo semplice per raccontare una terra di mare e una certa idea della sua estate. Un’estate che non aveva bisogno di assomigliare a nessun’altra.

La Locride era così: lunga, luminosa, un po’ selvaggia. Spiagge immense, acqua pulita, sterpaglie bruciate dal sole, agavi, barche tirate a secco, binari della ferrovia e lidi che sembravano costruiti più dai marinai che dagli architetti.

Si andava al mare per stare al mare.

C’era lo Jonio davanti e, francamente, bastava.

Poi abbiamo cominciato a guardarci intorno. E invece di migliorare ciò che eravamo, abbiamo deciso di diventare qualcos’altro.

Abbiamo visto Ibiza, Mykonos, Formentera, i chioschi caraibici, i beach club delle riviste patinate. Sono arrivati i divani bianchi, i privé, le bottiglie con le luci, i cocktail dai nomi inglesi, i chupiti, le consolle sempre più grandi.

E ci siamo convinti che quella fosse la modernità.

Ci siamo vergognati della nostra semplicità.

Abbiamo tradito la nostra estate.

Non perché un cocktail sia un delitto o Ibiza un nemico. Il problema è un altro: abbiamo cercato di assomigliare a luoghi che non potevamo essere, smettendo di essere il luogo che eravamo.

Eppure la nostra direzione naturale era un’altra.

Non Ibiza.

Semmai la Grecia.

Una bellezza più scarna, mediterranea, marinara. Calce, legno, pietra, reti, pesce, vino freddo, una pergola e il mare. Poche cose, ma vere.

Più piedi nella sabbia e meno tacchi sul privé.

Noi avevamo già qualcosa che molti luoghi turistici stavano perdendo: chilometri di spiaggia, silenzio, piccoli paesi, pescatori, agrumi, gelsomini, montagne vicinissime all’acqua.

Avevamo persino quella meravigliosa imperfezione che rende un luogo irripetibile.

Il nostro errore è stato confondere la semplicità con la povertà.

Credere che il legno fosse vecchio, che una rete da pesca fosse folklore, che un divano bianco fosse una conquista. Abbiamo importato scenografie quando avremmo dovuto custodire un’identità.

Chi arriva sullo Jonio non dovrebbe trovare una copia delle Baleari.

Dovrebbe trovare lo Jonio.

La sua luce feroce delle due del pomeriggio, le spiagge larghe, le barche, le case basse, i fichi, le agavi, la ferrovia che corre ostinatamente accanto al mare e quel vento leggero che verso sera finalmente fa respirare.

Dovrebbe trovare una terra riconoscibile al primo sguardo. Non intercambiabile. Non replicabile.

Perché il turismo vero nasce proprio da questo: partire per trovare qualcosa che altrove non esiste.

E noi quella cosa ce l’avevamo già.

Noi stessi.

Forse siamo ancora in tempo.

Non per tornare indietro. Non per ricostruire nostalgicamente i lidi degli anni Settanta o Ottanta, con le cabine di legno, i ghiaccioli e le radioline.

Ma per andare avanti dalla parte giusta.

Meno effetti speciali e più orizzonte.

Più barche, più legno, più mare.

Meno Ibiza, più caro vecchio Mediterraneo blu.

Perché una terra può cambiare, migliorare, diventare contemporanea senza necessariamente travestirsi.

E perché, quando l’anima ce l’hai già, il vero problema è non venderla.

- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
- Spazio disponibile -
ARTICOLI CORRELATI

Le PIU' LETTE