Africo prima e dopo la frana

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Pubblichiamo la terza e ultima puntata del racconto di Africo prima e dopo la frana dell’ottobre 1951.

Quelli che da Reggio Calabria andavano a piedi ad Africo seguivano il percorso: Cardeto, Mosorrofa, Bagaladi, Roccaforte del Greco, Ghorio, Campi di Lia.
Il grosso problema rimaneva il trasporto della merce, l’unico sistema era portare in spalla dentro la “bertola” per gli uomini, le donne invece si mettevano sopra la testa quello che riuscivano utilizzando spesso un cesto di vimini come contenitore.
C’era anche chi andava ad Africo a fare pane e biscotti nei forni di alcune case che erano rimaste intatte, utilizzavano la farina che avevano lasciato nelle loro abitazioni dentro casse di legno, come era consuetudine, anche se non mancarono episodi di sciacallaggio.
Intanto chi era d’età scolare, con tutti i disagi del caso, andava nelle scuole dei luoghi più vicini ai campi profughi, dove vi furono anche matrimoni, nascite e morti.
I giovani incominciarono ad apprezzare i vantaggi che alcuni di questi siti offrivano, come andare al cinema o giocare al pallone, ma pure cercasi un’attività’.
Qualcuno iniziò a frequentare da apprendista: cantieri per imparare il mestiere di muratore, qualche officina divenendo poi meccanico o artigiani del luogo come sartorie. Ad esempio, c’e’ chi ha potuto poi fregiarsi di aver lavorato nel laboratorio dello stilista Santo Versace a Reggio Calabria. Oppure chi era già falegname, perfezionò il mestiere imparando le nuove tecniche, presso botteghe più moderne.
Tutte attività di cui parecchi si avvalsero in seguito, una volta emigrati al nord Italia e all’estero.
Nel 1952 il regista Pietro Germi volle diverse decine di sfollati africoti come comparsa nel film “Il brigante di Tacca di Lupo”, che ha come attore principale Amedeo Nazzari. Per la realizzazione ha collaborato anche il regista  Federico Fellini. Un pullman andava a prendere i selezionati dai campi profughi, per portarli dove il film veniva girato: Montebello, Pentedattilo, Motta San Giovanni e Mammola erano le mete.
Gli ultimi mesi del 1952 sono stati quelli decisivi per la scelta del terreno dove doveva sorgere il nuovo Africo.
Francesco Gagliardi ha lasciato scritto: << Erano momenti di smarrimento, incertezze e confusione. Per la scelta del nuovo territorio si fecero delle petizioni, è risultato che un buon 70% di capifamiglia volle che la ricostruzione avvenisse nella contrada La Quercia, nel comune di Bianco, il restante 30% circa voleva che la ricostruzione del paese fosse nello stesso comune di Africo in contrada Carrà>>.
A proposito, Vito Teti scrive: <<Mentre continua ad infuriare la polemica che sarebbe durata per anni, la Croce Rossa svedese invia delle baracche prefabbricate che vengono sistemate nella località. La Quercia e sono abitate già nel 1953. Si crea una sorta di fatto compiuto, anche se niente è ancora definitivo. Continuano le indecisioni. La scelta non è facile.>>
Francesco Gagliardi: <<Tra il 1952 e i primi mesi del 1953 vennero sistemate le 80 baracche prefabbricate (ogni baracca era completamente arredata da mobilio e tutti gli accessori necessari, dotata di servizi igienici, aveva anche una robusta cucina a legna N.d.R.) che la Svezia, generosamente, ci ha donato. Contemporaneamente il Genio Civile ha fatto costruire dalla ditta Marino 88 alloggi popolari, (minialloggi). Tra marzo e giugno 1953 questi 168 alloggi vennero assegnate ed occupate da altrettante famiglie, trasferite dai centri profughi di Reggio Calabria, Palmi e Bova Marina……Non c’erano strade né marciapiedi…. gli infortuni erano frequenti.
Un camion nello scaricare il suo carico di sabbia, inavvertitamente, ha sotterrato una bambina, sorella della ragazza che aveva perso la vita nella sua casa sotterrata dalla frana, durante l’alluvione di due anni prima.
Molte famiglie non volevano trasferirsi nel costruendo nuovo centro prima che fosse completato, ma sono state obbligate, bisognava popolare subito, prima che la gente si pentisse della scelta.>>
Mentre venivano costruite le prime case popolari in località La Quercia nel comune di Bianco, nella contrada Carruso furono edificate altri venti alloggi popolari per coloro che volevano tornare ad Africo, in attesa della costruzione definitiva di case con il contributo statale vicino al Paese Vecchio.
In realtà le case di Contrada Carruso non furono mai abitate dalle famiglie per le quali erano state costruite. Gli edifici furono utilizzati da chi aveva potuto e voluto sfruttare il territorio abbandonato dedicandosi alla pastorizia.
In Contrada Carruso rimasero alcune famiglie per parecchi anni, venne anche garantito un presidio scolastico con una pluriclasse di scuola elementare.
Il 12 gennaio 1954, alcuni capifamiglia inviarono una lettera a Umberto Zanotti Bianco, con la quale lo pregavano di adoperarsi per la ricostruzione nel territorio di Africo Vecchio.
Vito Teti, a proposito di Umberto Zanotti Bianco scrive nel suo libro, IL SENSO DEI LUOGHI: <<Profeta inascoltato. Illuminato e appassionato meridionalista, che pone il problema di non sradicare le persone, di mantenere gli uomini legati ai luoghi, alle economie, alle culture tradizionali, di conservare l’idea della comunità>>.

Umberto Zanotti Bianco il 17 settembre del 1952 venne nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Era uno dei fondatori della Croce Rossa Italiana: ne fu presidente dal 1944 al 1949. Grazie alla sua opera, arrivarono le baracche della Croce Rossa Svedese, ma nonostante il suo impegno, il suo peso politico era ormai in declino e non fu incisivo.  Altri erano i politici rampanti in quel periodo storico.
Rendendosi ormai conto dell’insuccesso della sua proposta, lo sconfitto senatore si ritirò da Africo Nuovo assieme  all’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia da lui presieduta.

Gli africoti vissero in quelle condizioni fino al graduale trasferimento ad Africo Nuovo, che ebbe inizio il 29 giugno 1953. Nei confronti di chi approdava nel nuovo centro, ogni sussidio veniva tolto.

Francesco Gagliardi racconta: <<Fra il 1954 e il 1956 furono costruiti altri alloggi popolari, cosi il numero delle famiglie trasferite nel nuovo centro si aggirava sulle 250.
Le famiglie che volevano che Africo sorgesse a Carrà, non è che volessero tornare alle condizioni di prima, volevano dire strade provinciali, luce elettrica, acqua, servizi igienici, edifici pubblici e tutto quanto può servire a una società moderna.
Nel 1956 la polemica con chi voleva che il paese sorgesse a Carrà era già spenta. Ormai si sapeva che Africo doveva sorgere a La Quercia, tanto che era prossima l’assegnazione di oltre 400 suoli edificabili, a favore di buona parte degli aventi diritto alla ricostruzione della propria casa distrutta dall’alluvione.
Ci avevano promesso, la costruzione degli oltre duecento alloggi (per coloro che in un primo momento avevano optato per la ricostruzione a Carrà(N.d. R.) che dovevano essere fatti con il contributo dello Stato, ma a distanza di tanti anni ancora mancano.
Manca pure l’altra promessa, cioè la bonifica della fiumara La Verde e distribuzione delle terre ricavate. Contemporaneamente alla bonifica, doveva sorgere, lungo l’argine, la strada per Africo Vecchio.
In un’assemblea pubblica nell’aula della refezione scolastica, l’onorevole Sebastiano Vincelli nella sua oratoria, ha detto, tra l’altro, testuali parole:tra non molto, inizieremo la bonifica della fiumara La Verde, lungo l’argine faremo la strada per Africo Vecchio e andremo a festeggiare…>>.

Anziché la presenza di chi aveva ricevuto le conoscenze generazionali del territorio, vere sentinelle dei luoghi, “vi siete salvati la vita, non è il caso di pensare agli alberi e ai terreni”, hanno risposto a Costantino Romeo coloro che avevano allora l’autorità’. Hanno preferito l’abbandono dell’Aspromonte orientale!
Così il popolo di Africo, che ha una superficie territoriale tra le più vaste della provincia di Reggio Calabria, vagò per due anni in sette Comuni prima di approdare nel territorio di Bianco divenuto, con la delimitazione territoriale, quello definitivo.
Canolo, anch’esso distrutto dall’alluvione d’ottobre, ebbe il paese nuovo costruito nel suo stesso territorio; come pure Natile Nuovo frazione di Careri.
In Sardegna, colpita dalla medesima alluvione, non trovando l’accordo tra cittadini per la ricostruzione del paese di Gairo dichiarato non più sicuro, ne furono edificati addirittura tre: Gairo Sant’Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu.
Per i paesi ai piedi dell’Aspromonte orientale il disegno politico era diverso.
Non strade comode in modo che la gente potesse progredire nel loro ambiente, ma svuotare dagli abitanti i borghi montani.
La strada lungo la fiumara La Verdenon è stata fatta, anche le altre duecento case promesse, da costruire con contributi governativi sono state dimenticate.
Come per una sorta di punizione nei confronti di chi era per la ricostruzione vicino al paese vecchio, costretti ad abitare nelle case popolari in attesa dell’edificazione di quelle con i contributi dello Stato, non solo nessun Governo si ricordò più della promessa fatta nel 1952, ma negli anni settanta l’Istituto Autonomo Case Popolari della Provincia di Reggio Calabria, ora accorpato in ATERP, incominciò ad inviare bollettini di pagamento dell’affitto iniziato il 29 giugno 1953.

Intanto l’Aspromonte è sempre meno praticabile dalle persone, incendi e frane sono sempre più frequenti.
Se non si corre ai ripari costruendo una strada di collegamento veloce dalla marina all’entroterra, con diramazioni di prossimità verso alcune contrade per renderli usufruibili, prima o poi, non più l’acqua ma il fuoco darà il colpo di grazia a quello che è rimasto!

Francesco Maviglia