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domenica, Luglio 14, 2024
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Alluvione in Romagna e questione meridionale

Di Tommaso Marvasi

La Romagna annega sotto una pioggia di 500 millimetri in un solo giorno (cinque metri di acqua per ogni metro quadro di terreno per intenderci), che l’ha trasformata in un unico enorme lago, portando distruzione e danni. Pioggia che continua anche mentre scrivo, con la notizia dell’evacuazione di 27.000 persone da Ravenna.

La reazione dei romagnoli, e con loro del governo della Regione Emilia-Romagna, mentre ancora l’alluvione come visto cresce, è stata esemplare, suscitando in me – “sudicio” non pentito (da “nordici e sudici”, invenzione di Pasquino Crupi, poi ripresa dallo scrittore Gioacchino Criaco) – una sincera ammirazione e, confesso, una punta di invidia.

Mi è parso, infatti, di percepire, nelle interviste dei romagnoli e nei loro post sui social, la prevalenza della volontà di ricostruzione e ripresa delle attività produttive, pur nel rispetto per le persone morte nella tragedia e nel rammarico per le cose perdute e andate distrutte.

Il ricordo è andato al “fasìn de bessôi” dei friulani nel terremoto del 1976 (990 vittime) e della loro incredibile reazione: Gemona del Friuli, allora completamente distrutta, è letteralmente un monumento mondiale alla “ricostruzione”.

Atteggiamento dei romagnoli ben supportato dalla Regione Emilia-Romagna, in linea perfetta con i cittadini. Basta por mente alle parole di Bonaccini (in una intervista a Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera del 19 maggio): «Non è il momento delle polemiche, in queste ore siamo impegnati a mettere in sicurezza le persone e assistere i 15mila cittadini costretti a lasciare le proprie case. Abbiamo più di 40 comuni alluvionati, 23 fiumi esondati, 280 frane devastanti, 500 strade chiuse totalmente o parzialmente, comparti economici in ginocchio, lavoro e imprese a rischio. L’unica cosa irreparabile sono le 14 vittime che si registrano al momento: terribile». Ma, subito dopo, la capacità – non cinica, ma propria della vita che continua – di trasformare l’evento in una opportunità: «Ci sono priorità immediate: messa in sicurezza della fascia collinare e montuosa, del reticolo idrico, ripristino di infrastrutture e viabilità, comunità isolate da recuperare, ripristino di servizi. Ma quanto successo non compariva in nessuna serie storica e neppure negli scenari peggiori. Servono quindi nuove mappe, nuovi modelli, nuovi strumenti. Qui, al Tecnopolo di Bologna, li stiamo realizzando. In Emilia-Romagna abbiamo deciso di investire sul futuro. Dobbiamo però farlo come Paese».

Proprio tale ultimissima affermazione, «dobbiamo però farlo come Paese», merita una riflessione. Innanzitutto, per l’uso del verbo “dovere”: un verbo che presuppone un obbligo. La Regione Emilia Romagna, insomma, non si aspetta “aiuti” che possono o non possono arrivare, ma è sicura – ponendosi anch’essa come Stato (lo si desume dall’uso della prima persona plurale: “dobbiamo”) – del diritto al risarcimento; anzi, non solo di quello, ma di altre interventi finanziari per un investimento sul futuro, che già era stato studiato e che si ritiene essere indispensabile non alla Regione, ma all’Italia tutta.

L’Emilia Romagna, insomma – questo è il dato che più mi ha colpito – senza protervia, ma con naturalezza, rivendica la sua essenzialità nell’economia nazionale. E non chiede aiuti, non soltanto “ristoro”, ma l’attuazione di un programma di interventi già delineato per uno sviluppo ulteriore.

Nello stesso momento di tale dichiarazione ho appreso che il turismo nelle Regioni meridionali è appena il 23% di quello complessivo in Italia. Notizia che non mi ha sorpreso più di tanto, perché il turismo (e non solo quello) è strettamente legato ai trasporti: e nel Meridione i trasporti (rete stradale, rete ferroviaria senza l’essenziale alta velocità, porti, aeroporti) sono nettamente deficitari, di gran lunga inferiori a quelli nordici.

Trasporti da cui dipende non solamente il turismo, ma ogni altro sviluppo, compreso quello imprenditoriale: da qui anche il sottosviluppo industriale.

Colpa di noi sudici? Sì, nei limiti dell’accettazione fatalistica della popolazione ad una situazione di inferiorità, che non si può cambiare con le sole forze proprie; sì ancora, nei limiti dell’incapacità, questa sì politica, di programmare investimenti produttivi e non fini a sé stessi: spesso si fa un’opera pubblica perché ci sono i finanziamenti, non perché serve (il Sud è disseminato di campi di calcio che nessuno ha mai utilizzato). Ancora sì, soprattutto allorché permettiamo che lo Stato faccia investimenti mega galattici, anch’essi senza alcuna utilità, se non per chi li realizza e per chi poi è chiamato a governarli, con criteri più burocratici, che imprenditoriali.

Il Porto di Gioia Tauro è uno dei più grandi scali marittimi del Mediterraneo, eppure da sempre svolge soltanto la funzione di transhipment per i container, completamente estraneo all’economia di Gioia Tauro (20.000 abitanti) e della Regione: Genova (580.000 abitanti) ha un’economia in cui il suo porto è essenziale. Rimango nella Calabria: il disastro ambientale ed economico dell’impianto Liquichimica di Saline è sotto gli occhi di tutti. Uno stabilimento in un’area devastata di più di 50 ettari, completo di tutto, scali ferroviario e porticciolo compresi, che non è mai entrato in funzione.

Dico questo perché lo Stato si prepara a calare dall’alto un’altra opera, quale il Ponte sullo Stretto. Ne sono certamente affascinato e, salvo essere smentito (cosa più che probabile), anche convinto che si possa trovare una equilibrio ecologico per farne un’opera “sostenibile”.

Non so, però – e qui il mio essere un emigrante da mezzo secolo pesa – quanto la stessa sia voluta dalla popolazione, che non riesce a far aprire l’Aeroporto dello Stretto, esistente ed abbandonato.

Ecco, mi domando, serve il Ponte, se lo Stato ritiene inutile un aeroporto esistente e perfettamente funzionante? È un quesito cui vorrei – ed insieme a me credo un buon numero di altri reggini – qualcuno rispondesse. Perché, riguardo al Ponte sullo Stretto non ho dubbi che se le Regioni separate da un braccio d’acqua di duemila metri fossero state il Piemonte e la Lombardia, sarebbe già stato realizzato già nel 1981, quando fu costituita la Società per il Ponte sullo Stretto di Messina.

Salvo che per il Meridione non valga sempre la battuta attribuita ad Andreotti, ma che è di Gaetano Salvemini (pronunciata in un Consiglio Provinciale di Bari) che «l’acquedotto pugliese ha dato più da mangiare, che da bere».

 

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