Anche Caulonia visse giornate drammatiche

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La testimonianza di Carmela Portaro, dell’alluvione del 1951, che colpì Caulonia.

Ricorre in questi giorni il settantesimo anniversario dell’alluvione dell’ottobre 1951 che in Calabria ebbe conseguenze disastrose, specie per i territori compresi tra l’Aspromonte e Serra San Bruno, sui quali sarebbero caduti in pochi giorni almeno 1.770 mm di pioggia. Diversi i comuni particolarmente colpiti. Su tutti Casalnuovo e Africo che a causa dei danni vennero dichiarati inagibili ed entrambi evacuati. Danni consistenti anche a Careri, Platì, Nardodipace, Bivongi, Caulonia. Le bombe d’acqua provocarono il crollo di almeno 1.700 abitazioni con oltre 4.500 i senza tetto. Danni alla linea ferrata Soverato-Reggio Calabria con il crollo in dodici punti. La SS106 risultava interrotta in più punti con anche il crollo di alcuni ponti. Circa settanta le persone scomparse. Numerose le località rimaste isolate. Innumerevoli gli acquedotti danneggiati. Ingenti i danni all’agricoltura, specie sugli argini delle fiumare dove tutto restò sommerso da detriti e fango.

A Caulonia ha piovuto per giorni, aveva iniziato il giorno di San Francesco. Quel giorno, nella chiesetta di Crochi, erano previste le funzioni religiose che andarono deserte. Il cattivo tempo aveva consigliato gli abitanti della vallata e, soprattutto, quelli delle contrade e frazioni montane, a restarsene nei pressi delle abitazioni. Da quel giorno il tempo aveva piovuto e spiovuto ininterrottamente fino al diciotto ottobre quando dal cielo le bombe d’acqua divennero incessanti e sempre più violente. La mattina del ventuno una leggera tregua che consentiva di uscire dalle abitazioni. A Castellucci, uno dei raggruppamenti di case della frazione Gozza, la gente guarda la falda difronte, sulla destra della fiumara Amusa, guardava quanto stava per accadere. L’allarme lo aveva dato Ilario Chiera, il mugnaio di Gozza, che era appena arrivato con moglie e figli chiedendo riparo perché il loro rifugio non era più sicuro. Lasciati i familiari presso parenti era ritornato sui suoi passi per andare a liberare la chiusa del mulino. Non avrebbe fatto più ritorno. D’improvviso la cresta del “timpone” Mazza si spaccava in due frane contemporanee che avrebbero ultimato la corsa contro la sponda opposta della fiumara. Tutto andava distrutto. Le abitazioni di pietra e fango di Castellucci tremarono presentando lesioni alle pareti. Il panico si impadroniva di bambini ed adulti. Le piogge avevano distrutto tutte le vie di comunicazione e le strade. Le località erano sprovviste di energia elettrica e linea telefonica. Isolate dal mondo, quindi. Il carabiniere Dichiera (in licenza presso i familiari) organizzava l’esodo verso la montagna, verso l’altopiano di monte Gremi. Non vi era altra via di salvezza. Una fatica immane risalire quei sentieri che cedevano sotto la pressione dei piedi, talvolta senza scarpe. Un lungo serpentone di persone verso sera raggiungeva la scuola dove si sarebbe riparata per la notte. Intanto pianti, preghiere e invocazioni. La fame che attanagliava lo stomaco scompariva dinnanzi la paura della potenziale frana che incombeva sul costone cui si stavano inerpicando. Intanto aveva ripreso a piovere. Con loro anche una signora di Carpinuso che non aveva potuto fare ritorno a casa a causa della frana del timpone Mazza. Le luci del giorno si accompagnavano ad un’ulteriore frana. Carpinuso, la frazione difronte Gozza, cedeva di schianto verso valle. Tranne alcune abitazioni, tutto andava distrutto. Gli abitanti avevano fatto in tempo a fuggire trovando riparo verso la montagna trovando riparo presso l’abitato di Cassari. Nei giorni a seguire sarebbero stati raggiunti dagli esuli di Gozza.

Il pauroso spettacolo della frana Carpinuso metteva le ali (per così dire) ai fuggiaschi che, dopo ore di marcia forzata sotto pressante pioggia, raggiungevano “Casello Rosso”, la postazione delle Guardie Forestali. Finalmente un riparo più sicuro ed anche qualcosa da mangiare.

Questa la sintesi della sofferta ricostruzione di quei giorni rilasciataci dalla signora Carmela Portaro ved. Cavallaro, all’epoca ancora ragazza, testimone protagonista di quei drammatici giorni.

L’alluvione feriva pesantemente il comune di Caulonia, in montagna come in collina. I danni pù consistenti lungo il corso della fiumara Amusa. Ma anche lungo gli argini e le falde dell’Allaro come del Precariti. Le ferite più pesanti a Salincriti, Campoli, Agromastelli e Barone. Ma è nell’abitato del paese che si sono registrate al patrimonio edilizio e agli abitanti. Le insistenti piogge minavano i costoni della rocca su cui insiste l’antico borgo medievale. Cedimenti e frane alle falde ed a valle. Il gran numero di senza tempo richiedeva l’intervento del Governo che nel giro di pochi giorni dava avvio alla ricostruzione degli abitati andati distrutti con il trasferimento delle famiglie allo “Scalo”. A ridosso della SS106 sarebbe così sorto l’abitato della nuova cittadella, Caulonia Marina.

Ilario Camerieri