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venerdì, Febbraio 23, 2024
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Appello in difesa della scuola nazionale

Vito Pirruccio, Dirigente Scolastico in pensione e Presidente dell’Associazione Museo della Scuola “I Care!”, lancia un appello in difesa della scuola nazionale, a distanza di 74 anni dall’intervento di Piero Calamandrei.

Vito Pirruccio

L’11 febbraio del 1950 Piero Calamandrei, uno dei Padri Costituenti, parlando al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ASSN) esordiva dicendo: “Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università […]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della Scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? […]. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà […]”.

Piero Calamandrei in quella circostanza, a due anni dall’entrata in vigore della Carta costituzionale e a cinque dalla fine del secondo conflitto mondiale, non lanciava un generico appello per preservare la Scuola Nazionale e Democratica, ma intravedeva, già da allora, i pericoli ai quali poteva andare incontro la scuola pubblica insidiata dai “cuochi di bassa cucina” che avrebbero, al momento opportuno, dato il benservito alla Scuola italiana e a tutto ciò che ne consegue.

Rileggere a distanza di 74 anni il discorso di Piero Calamandrei non è un ripasso di archeologia scolastica, ma una stretta analisi di attualità. Quali sono i pericoli, oggi, che insidiano la Scuola italiana? Chi sono e come si muovono i “cuochi di bassa cucina” intravisti agli albori della democrazia italiana dal “Cantore della Resistenza”?

Andiamo a rileggerci i passaggi salienti toccati da Piero Calamandrei nel famoso discorso dell’11 febbraio 1950 e compariamoli con le vicende politico-formative attuali.

“La scuola – apre il suo intervento Piero Calamandrei -, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. […]. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che, secondo noi, è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe, cioè, che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie”.

La scuola di oggi, dobbiamo chiederci, conserva questo compito di formare la classe dirigente del Paese? Formalmente, si dice, è preposta a formare “l’uomo e il cittadino”, ma con quale impianto culturale e, soprattutto, con quale prospettiva di visione di futuro?

Gli indicatori OCSE-PISA attraverso la somministrazione delle Prove INVALSI ci dicono che la scuola italiana è in linea con i risultati medi OCSE, ma al suo interno c’è un forte squilibrio territoriale: “Più dell’80% degli studenti delle aree del Nord raggiunge o supera il Livello 2 in tutti i domini. La percentuale di studenti nei livelli di eccellenza supera il 10% solo in matematica e nel Nord Ovest. Al Sud, ad esempio, non si supera il 70% nella lettura e in matematica il risultato oscilla tra il 50 e il 60%. Le eccellenze a stento superano l’1% in tutti gli ambiti al Sud”[1].

La scuola italiana, in pratica, risponde in modo differente al Nord e al Sud alla sua funzione di formare la classe dirigente e, al Sud, rischia il “suo inverno formativo”, perché rimane distante dai livelli raggiunti in altre aree del Paese e addirittura fuori dal grande circuito europeo. Eppure, siamo ancora dentro un impianto istituzionale, almeno formalmente, unitario. Cosa ne sarà dal momento in cui la materia scolastica entrerà con le restanti 22 materie in elenco nel novero delle competenze devolute alle Regioni? Siamo certi che, data la debolezza strutturale e storica del Paese, non torneremo ad essere staterelli in materie “pubbliche” per eccellenza, come la scuola, la sanità, l’ambiente? La scuola meridionale e calabrese, in particolare, già col fiato corto in “regime unitario”, che vita avrà dentro la dimensione angusta regionale?

Sono preoccupazioni legittime se lette, soprattutto, col richiamo ammonitore di Piero Calamandrei e dentro una stagione politico-sociale di nuove fughe di giovani dalla Calabria. Già la scuola calabrese in essere non risponde al richiamo di formare la classe dirigente, quale forza e qualità potrà avere in regime di Autonomia Differenziata e in piena desertificazione giovanile?

Il secondo pericolo che Piero Calamandrei intravedeva nel famoso discorso dell’11 febbraio 1950 riguarda lo scivolamento verso un “totalitarismo subdolo” che inizia, proprio, dalla scuola. Queste le sue parole: “… Il partito dominante […] manda in malora le scuole di Stato […]. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: 1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni; 2) attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette; 3) dare alle scuole private denaro pubblico. […]”.

Nel nostro caso non si tratta di un partito dominante, ma di un susseguirsi di governi che da 30 anni, in nome di un riformismo parolaio, hanno rovesciato sul sistema scolastico italiano una serie di provvedimenti, spesso tra loro contraddittori e confusionari, che hanno demolito la scuola come sistema unitario formativo del Paese. L’Autonomia Differenziata che si accinge ad andare in porto ha avuto una gestazione lunga 23 anni, iniziata con la Riforma del Titolo V della Costituzione – Legge Costituzionale n. 3/2001 passata con il Referendum confermativo del 7 ottobre 2001. Ma la prima picconata in senso autonomistico al sistema scolastico nazionale la troviamo nella Legge 15 marzo 1997, n. 59, art. 21, che riconosce autonomia gestionale ai singoli istituti. Belle parole come flessibilità didattica e organizzativa aprono la strada alle scuole del POF/PTOF, del progettificio e dei decadenti risultati certificati dall’INVALSI e dai rilievi statistici OCSE-PISA. Mai una verifica seria sulle cause di tale decadenza strutturale, di gestione e di performance degli apprendimenti. A testa bassa si è proceduto verso la devoluzione di compiti sempre maggiori in materia scolastica alle regioni per approdare all’Autonomia Differenziata, senza tener conto dei divari territoriali, con macchine regionali ingrippate e con prospettive che certamente lasciano poco sperare.

“E poi – denunciava con forza nel suo appassionato intervento Piero Calamandrei – c’è un altro pericolo forse ancora più grave. È il pericolo del disfacimento morale della Scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più…”

Questo passaggio nel discorso di Piero Calamandrei è, forse, il più sofferto all’interno dell’analisi sulla funzione della scuola. Ma è l’ammonimento che dovremmo tenere costantemente presente: i continui fatti delinquenziali all’interno delle aule, l’aggressività e la violenza verso i rappresentanti dell’istituzione scolastica, la scuola “senza carattere”, tutti segnali preoccupanti che stanno prendendo il sopravvento nella nostra quotidianità, mentre la risposta nel suo insieme appare impotente, disarmata, arrendevole.

Proseguiva nel suo monito Piero Calamandrei a chiusura di un discorso sostenuto dall’amore per la libertà: “E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. […]. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale”.

La Resistenza a cui faceva riferimento Piero Calamandrei è, fortunatamente, patrimonio della democrazia italiana e, nonostante le schermaglie politiche periodiche che alzano e abbassano i diapason ideologici, è parte integrante della coscienza civile della Nazione.

La resistenza che attende la scuola italiana è data, invece, dalla necessità di frenare la corsa alla sua distruzione come principale agenzia educativa chiamata a formare “l’uomo e il cittadino”. Questa resistenza si chiama SCUOLA NAZIONALE, non scuola dell’Autonomia Differenziata. Scuola, cioè, che unisce il Paese, perché l’uomo e il cittadino non hanno curvature territoriali. L’unica curvatura che conosce la Scuola è quella di modellare la classe dirigente, nel significato inteso da Piero Calamandrei, chiamata a governare, nelle varie istanze lavorative, sociali e politiche un Paese democratico che aspira (Almeno, lo spero!) ad avere, ancora, un ruolo importante in quell’Europa dei popoli nella quale ha creduto fin dal suo apparire sulle macerie del secondo conflitto mondiale. Per assolvere a questo ruolo, la Scuola ha bisogno di strutture, tempi lunghi, spazi educativi, servizi di sostegno inclusivi e di personale formato non nelle “scuole della facilità”, ma in quelle della “serietà e della complessità formativa”. Inoltre, la scuola in uscita non può essere dispensatrice di titoli cartacei, ma di un robusto bagaglio formativo in grado di reggere le sfide della complessità.

Ecco il motivo per cui la lezione di Piero Calamandrei dell’11 febbraio 1950 è di stretta attualità! Ecco il motivo per cui, a fronte di un iter legislativo che ci sta portando verso la “Scuola delle Regioni”, si avverte la necessità di parteggiare per una SCUOLA NAZIONALE, una scuola “una e indivisibile”, come deve essere l’Italia voluta dalle Madri e dai Padri risorgimentali, prima, e da quelli costituenti, poi, con la nascita della Repubblica italiana.

Urge promuovere un “Manifesto a difesa della Scuola Nazionale” chiamando a raccolta, in primo luogo, quella scuola militante vigile e non rassegnata.

 

[1] Rapporto Ocse Pisa 2022: risultati italiani bassi in scienze e alti in lettura, poche eccellenze. I licei e le scuole del Nord al top – Notizie Scuola (tecnicadellascuola.it)

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