Bella Jova: la Calabria della festa e del disamore

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Bisogna, con qualunque mezzo, pur costruirla una Calabria dell’amore, da contrappore a un nefasto disamore per la Calabria che decenni di narrazioni tossiche hanno cucito addosso ai calabresi. Spesso, è disarmante la mancanza d’amore dei calabresi per la Calabria, l’assenza di passione per quello che è di tutti e dovrebbe interessare a tutti. Invece niente, addirittura chi solleva questioni d’interesse comune rischia di passare per rompiscatole.

Se uno volesse, si potrebbe trovare un elemento critico nel meccanismo più perfetto. Ogni tanto, però, è bene trarre cose positive anche dai meccanismi imperfetti. Le immagini della presenza in Calabria di Jovanotti, (per girare il video di un suo brano finanziariamente sostenuto dalla Film Commission calabrese), le sue parole, anche se lui dice di non essere testimonial pubblicitario, fanno una buona pubblicità alla Calabria e cercare buona pubblicità sta nel compito degli assessorati alla cultura. Puntualizzare che abbia detto cose ovvie, verità inconfutabili in quanto a bellezza naturale, è stucchevole, le promozioni si nutrono di frasi fatte. Anche stigmatizzare un certo provincialismo nostrano, un eccessivo entusiasmo di assessore e commissario, per qualcosa che ancora andrà visto, che ha avuto vasto eco, ma per la verità finora solo sui media calabresi, è inutile. Bisognerebbe, invece, cavalcare l’orgoglio che i calabresi manifestano in questo tipo di evenienze, per cercare di dare a loro, prima che ai forestieri, quella conoscenza che non hanno della propria terra, per invitarli a frequentare le meraviglie che noi più degli altri disconosciamo. Ed è vero, come dicono i più critici, che stagioni politiche, per come si annuncia pure questa occhiutana, che inneggino alla festa, all’immagine, al glamour, ne abbiamo già avute: mitica è stata quella di Peppe Nostro, con concerti e festival, e i due milioni di turisti russi che ancora stiamo aspettando (e che adesso non potranno più venire, causa noti eventi). Ma bisogna, con qualunque mezzo, pur costruirla una Calabria dell’amore, da contrapporre a un nefasto disamore per la Calabria che decenni di narrazioni tossiche hanno cucito addosso ai calabresi. Spesso, è disarmante la mancanza d’amore dei calabresi per la Calabria, l’assenza di passione per quello che è di tutti e dovrebbe interessare a tutti. Invece niente, addirittura chi solleva questioni d’interesse comune rischia di passare per rompiscatole. Energia, lavoro, viabilità, salute; strepiti e urla private, ma se c’è da dimostrare pubblicamente, il disagio si squaglia e il cerino resta in mano a pochi, come se solo quei pochi fossero disoccupati e malati. L’assenza d’amore per la Calabria quando si trattano tematiche ambientali, come se l’ambiente fosse un vezzo e non l’elemento fondamentale da cui sostanzialmente dipende il vivere bene o no. Il disinteresse se si parla di discariche; se si mostrano le fogne a cielo aperto che irrorano di nero il celeste madonna dello Jonio. È come se la Calabria con problemi fosse un fatto privato di pochi strabici, i moltissimi falchi, invece, gli occhi aguzzi ce li hanno solo quando, bestemmia delle bestemmie, si lede la sacra immagine della Calabria. Come se a un moriente interessasse solo di essere ben truccato e apparire sano. Il disamore per la Calabria è stato un lavoro lungo, certosino: quello dei cattivi maestri per separare i calabresi dalla Calabria; come l’acqua goccia a goccia che sembra non bagnare e te ne accorgi quando ormai sei zuppo e bisogna arrendersi ai tempi lunghi dell’asciugatura. Cattivi maestri sono quelli che approfittando della divisione fra la Calabria e la sua gente hanno fatto banchetto della nostra terra. Se davvero si vuol trovare il nemico, eccolo: quelli che dicono che è bene farsi i fatti propri, e in realtà si fanno solo quelli loro. Quelli che offrono una via traversa per ottenere qualcosa che, invece, tocca. Quelli che vengono ritenuti dritti, perché si fregano quello che è di tutti. L’elenco è infinito, lo conoscono tutti bene.         E allora servono, eccome, i buoni maestri, per insegnare l’amore per la propria terra, sempre, non solo nei frangenti dell’orgoglio, che questo è l’elemento dirimente, che può far cambiare tutto: al disamore va contrapposto l’amore, l’avere cura di ciò che sta intorno vuol dire aver cura di noi stessi, delle nostre famiglie. Ed ecco che ci fa bene, allora, quando qualcuno arrivi a rammentarci quanto, con poco merito, siamo immersi in un luogo sorprendente, qualunque sia il motivo per cui sia arrivato.