C’era una volta la Provincia

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Le Province in Italia hanno una lunga storia: furono istituite dal Regno Sabaudo con la legge Rattazzi e poi, con la proclamazione dell’unità d’Italia, il territorio, dal punto di vista amministrativo fu diviso in: Regioni, Province e Comuni. Nella loro lunga storia le province si dotarono di una classe burocratica competente, capace di applicare leggi e regolamenti ed assicurare così un funzionamento corretto alla vita amministrativa dell’Ente.

Le Province in Italia hanno una lunga storia: furono istituite dal Regno Sabaudo con la legge Rattazzi e poi, con la proclamazione dell’unità d’Italia, il territorio, dal punto di vista amministrativo fu diviso in: Regioni, Province e Comuni. Col passare del tempo l’assetto del 1861 viene adeguato alle nuove esigenze e nascono nuove regioni, province ed enti territoriali. Nella loro lunga storia le province si dotarono di una classe burocratica competente, capace di applicare leggi e regolamenti ed assicurare così un funzionamento corretto alla vita amministrativa dell’Ente. La normativa che prevedeva il funzionamento delle province non consentiva di andare oltre la spesa prevista dai bilanci. Questo stato di cose è andato bene per oltre un secolo e mezzo: per questo lungo periodo le province hanno assicurato ai cittadini quei servizi che la legge demandava alle loro competenze. I problemi sorgono negli anni ’70 quando nel Paese si fa strada l’esigenza di dare attuazione alla Costituzione creando le Regioni a statuto ordinario. Nel dibattito tra le forze politiche del tempo si registrano varie posizioni: alcune forze politiche e culturali ritengono che con la nascita delle Regioni a statuto ordinario la Provincia costituisca solo un doppione che aumenta la spesa pubblica, ma non sanno come soddisfare quei servizi assicurati dalla Provincia, dato che le regioni non hanno ancora una loro burocrazia. Le Province restano, ma il Legislatore non sa regolare i rapporti tra le Regioni, le Province e lo Stato e sorge spesso un contenzioso che finisce alla Corte Costituzionale. Anche quando buona parte del personale e delle competenze delle Province passano alle Regioni il problema si riapre con la stagione costituzionale riformista aperta dal Governo Renzi. Si diffonde nel Paese un’ansia riformista nel tentativo, si diceva, di creare la seconda Repubblica. In questo clima il problema delle Province torna d’attualità. La questione viene chiusa con la legge Delrio che disciplina la natura, le competenze e detta le regole per l’elezione degli amministratori provinciali. Intanto, vengono create tante città metropolitane, anche quando non necessarie. La legge Delrio non abolisce totalmente le province: scompaiono solo dove il territorio dell’Ente provincia coincide con la città metropolitana, nel resto del Paese restano governate dalla nuova legge, che prevede un esecutivo eletto con una votazione di secondo grado alla quale partecipano i consiglieri comunali del territorio. La legge Delrio istituzionalizza un grave vulnus nel nostro sistema democratico:si rompe il rapporto tra elettori ed eletti. I cittadini delle province sono amministrati da persone che non conoscono e per le quali non hanno votato. A periodi nel nostro Paese sorge la febbre riformista come  se i problemi reali del Paese potessero, sic et simpliciter, essere risolti con le riforme. Queste vanno fatte solo quando bisogna adeguare il nostro sistema politico ed istituzionale alle esigenze d’un mondo che cambia, per il resto bisogna fare rispettare le norme vigenti. Il Presidente Giulio Andreotti, accusato di essere un conservatore ha così risposto: è vero, mi piace conservare tutto ciò che ancora è valido e funziona. Il vecchio impianto istituzionale della Provincia con la divisione del territorio in collegi uninominali, secondo me, è ancora valido e va ripreso visto che la legge Derio ha portato solo confusione e abbandono del territorio. Basta andare in giro e vedere lo stato delle nostre strade senza segnaletica orizzontale e verticale e spesso piene di buche, di rovi o addirittura chiuse nei tratti interrotti. Amministrare una città metropolitana non è la stessa cosa che amministrare una provincia la cui rete stradale si estende su un territorio di centinaia di km ove le strade spesso scorrono a pettine dalla montagna al mare. La città metropolitana di Reggio non può estendersi fino a Stilo e Pazzano. Occorre opporre rimedio tornando al vecchio ordinamento. Ma ripeto, il vulnus più grave della legge Derio è di natura democratica: rompe il rapporto tra elettori ed eletti che aumenta la disaffezione degli elettori per la cosa pubblica. Ma, perché poi ci meravigliamo se la gente non va a votare? Ci siamo dimenticati che da tempo immemorabile siamo stati privati dal diritto di sceglierci i nostri rappresentati al Parlamento?

Bruno Chinè