Controcorrente, parliamo di Diverse culture

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La riflessione di Francesco Femia sulla giornata mondiale delle diversità culturali

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2002 ha dichiarato il 21 maggio Giornata Mondiale per la diversità culturale, il dialogo e lo sviluppo, a seguito dell’adozione della “Dichiarazione Universale della Diversità Culturale”. Il tutto al fine di aumentare il potenziale della cultura come mezzo per raggiungere la prosperità, lo sviluppo sostenibile e la coesistenza pacifica globale.

La motivazione, con la quale l’Unesco ha creato questa giornata e come richiamato dall’art. 1 della Dichiarazione, merita la citazione: “La cultura assume forme diverse nel tempo e nello spazio. Questa diversità viene rappresentata nella unicità e nella pluralità delle identità dei gruppi e delle società che compongono il genere umano. Come fonte di scambio, innovazione e creatività, la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità lo è per la natura. In questo senso è un patrimonio comune dell’umanità e deve essere riconosciuto ed affermato per il beneficio della generazione presente e di quelle future”.

Non c’è che dire. Quando si tratta di motivazioni non ci batte nessuno.

Non sarebbe più giusto celebrare le Diverse culture?

Ma in un  mondo normale, non ci sarebbe bisogno di accendere effimeri riflettori, che danno luce (se ne danno) solo per una singola giornata. In un mondo normale non si parlerebbe di “diversità culturale” ma si invertirebbe il sostantivo con l’aggettivo e si parlerebbe di “Diverse Culture” rimarcando le tante culture presenti sul pianeta e non viceversa, mettendo l’accento sulla “diversità”. Termine che già di per sé è divisivo o induce alla divisione se non addirittura ad esprimere alcuni criteri di supremazia su altre.

Assistiamo in questi tempi tumultuosi a “locali terze guerre mondiali” (non paia un ossimoro “locali” con “mondiali”, in quanto i teatri (circoscritti) di massacri invadono le nostre case attraverso i video implacabili che ci fanno vivere la guerra in diretta, ci fanno assistere a neonati salvati in mezzo al mare, ci fanno vedere (dalla comodità dei nostri divani) immagini terrificanti di profughi e di lager che osano definirsi di accoglienza. Ebbene, in mezzo a loro ci sono le diverse culture che l’Unesco oggi vuole celebrare. Si badi bene, si concede a questo argomento, le diverse culture, addirittura una giornata.

Possiamo immaginare quante ore e quante sedute siano state necessarie per stilare la motivazione. Con quanto pathos ci si è messi d’impegno per inanellare parole così roboanti. Il sospetto è che si dichiarino giornate a questo o quel problema perché non lo si vuole risolvere e la cosa più semplice, e sulla quale non è difficile trovare un accordo, sia quella della festa giornaliera. Ventiquattrore e tutto è passato. In un mondo normale si celebrano le conquiste che l’umanità raggiunge: la rivoluzione francese, quella russa, la guerra di indipendenza americana, la vittoria di Mandela, la sconfitta del nazi-fascismo. Fatti, non belle intenzioni. E allora si celebrino le Diverse Culture, e non la Diversità tra culture, solo quando impareremo che i flussi migratori non portano solo disperati in cerca di asilo, ma persone portatrici di sapere e di storia  da abbracciare e da imparare.