Covid: le regioni che rischiano la zona gialla

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Attualmente il rischio di passare in zona gialla è molto basso, anche se diverse regioni stanno registrando contagio settimanale superiore alla quota di 50 persone, stabilita come uno dei parametri da non superare.

Il decreto approvato lo scorso 22 luglio prevedeva che il passaggio da zona bianca a quella gialla avverrà al superamento della soglia di 50 casi settimanali ogni 100 mila abitanti, quando saranno occupati il 10% dei posti letto occupati da malati di Covid-19 nelle terapie intensive e il 15% nelle ospedalizzazioni ordinarie. Per entrare in zona arancione, invece, si dovrà superare il al 20% dei posti in terapia intensiva e il 30 % nei reparti ordinari, mentre per la zona rossa la soglia è al 30% e al 40%.

Attualmente sono 8 le regioni che stanno registrando un’incidenza di contagio settimanale superiore alla quota di 50 su 100 mila abitanti. Infatti, in base agli ultimi dati di monitoraggio, tra le regioni che rischiano di passare alla zona gialla si trovano la Sardegna con 125 casi, il Veneto con 89, il Lazio con 87, la Toscana con 87, la Sicilia con 76, l’Umbria con 75, l’Emilia Romagna con 70 e la Liguria con 54.

La Sardegna e la Sicilia sono le regioni che in prospettiva rischiano di più, a causa di una bassa copertura vaccinale degli over 60 che ha contribuito a un aumento dei ricoveri in entrambe le regioni. Secondo i dati emersi, in Sicilia il 20% circa degli anziani non ha ricevuto nessuna dose di vaccino, i posti letto nei reparti di terapia intensiva sono occupati al 5% e quelli in area medica non critica sono all’8%. In Sardegna invece, gli over 60 non vaccinati sono circa il 15%, e i posti letto in entrambi i reparti sono occupati al 4%. A seguire il Lazio, con il 3% in entrambi i reparti, e l’Emilia Romagna e la Liguria con il 3% in terapia intensiva e il 2% in quelli ordinari.

La Calabria non ha ancora superato la soglia di 50 infetti, ma è la regione più vicina a farlo, che riporta un 18% di over 60 non vaccinati, il 3% di posti letti occupati nei reparti di terapia intensiva e il 7% in quelli ordinari.