Behrouz Pirouz e Galileo Violini
Nel 2025 circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi sono transitati dallo Stretto di Hormuz, pari a un quinto del greggio mondiale. Lo stesso snodo è cruciale anche per il gas liquefatto: vi passa circa il 19% del commercio globale di GNL, inclusa la quasi totalità delle esportazioni di Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
La crisi dello Stretto di Hormuz non riguarda solo i paesi cui quel circa quinto del greggio e del commercio mondiale di GNL non riescono ad arrivare. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è quasi raddoppiato. Il blocco o l’incertezza del transito colpiscono altri prezzi. Tra i primi a salire è l’energia. E quando l’energia costa di più, anche l’acqua diventa meno accessibile.
L’Europa non è la destinazione principale delle navi nel Golfo, ma resta esposta agli effetti del blocco sui prezzi globali dell’energia.
Questo problema è particolarmente rilevante in una regione come la Calabria. L’acqua non arriva da sola nei rubinetti. Serve energia per pomparla dai pozzi, trasportarla nelle condotte, trattarla e distribuirla. Ogni aumento del costo dell’elettricità si traduce immediatamente in maggiore pressione sui bilanci di comuni, consorzi irrigui e gestori idrici, con ricadute dirette su famiglie e agricoltori.
Il costo dell’energia è decisivo per trasformare l’acqua disponibile in acqua accessibile. Ma altrettanto cruciale è l’efficienza della distribuzione, compromessa dalla fragilità delle reti e dalla vetustà delle condotte, responsabili di perdite elevate.
In Italia l’elettricità ha un costo tra i più alti in Europa e la sua produzione dipende molto dal gas. Appena iniziata la crisi del Golfo, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ha superato i 140 €/MWh, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente Questo comporta che ogni litro d’acqua pompato da un pozzo calabrese o trasportato da un bacino costa di più.
Il legame tra i costi dell’energia e dell’acqua è strutturale. Nelle utility idriche europee, l’energia rappresenta in genere tra il 20% e il 40% dei costi operativi, e può pesare ancora di più nei sistemi che dipendono da pompaggi profondi, trasferimenti a lunga distanza o desalinizzazione. Se il costo dell’energia cresce del 30–60%, i costi operativi dei sistemi idrici possono aumentare sensibilmente, fino a un quarto nei casi più espost.
Le reti idriche italiane perdono oltre il 40% dell’acqua immessa. In Calabria, dove le reti idriche sono spesso fragili e obsolete, il problema assume un peso particolare. Ogni litro sprecato significa energia buttata. In agricoltura, dove l’irrigazione è vitale, il rischio è che colture tipiche come agrumi e olivi diventino meno sostenibili.
Il quadro è diverso in Spagna, dove oltre metà dell’elettricità è prodotta da fonti rinnovabili. I prezzi medi sono più bassi, intorno ai 42 €/MWh. Tuttavia c’ è una vulnerabilità, anche se diversa e regionale. La desalinizzazione dell’acqua non è rilevante a livello nazionale, ma lo è in alcune regioni mediterranee dove questa fonte diventa strategica, insieme ai trasferimenti idrici a lunga distanza. In regioni come Murcia o Almería, fino al 40% dell’acqua arriva da impianti di desalinizzazione. A Barcellona, durante le siccità, un terzo dell’acqua potabile può provenire dal mare.
Questo rende la Spagna più resiliente sul fronte dei prezzi medi, ma la espone a picchi di volatilità quando le rinnovabili non bastano e occorre ricorrere al gas.
Come ha osservato giorni fa Fubini sul Corriere della Sera, in teoria l’Europa potrebbe sembrare più resiliente di altre aree del mondo: ha riserve strategiche, un mix energetico diversificato e capacità di assorbire gli shock. Ma ogni resilienza ha un limite. Se le scorte si riducono, e pare si stiano riducendo significativamente, anche l’Europa diventa vulnerabile. È solo questione di tempo.
La vulnerabilità si trasmette subito ai servizi essenziali, come l’acqua: non basta avere la risorsa, serve renderla disponibile a costi sostenibili.
La crisi di Hormuz dimostra che ogni vulnerabilità energetica si riflette subito sull’acqua. In Calabria, dove siccità e reti fragili sono croniche, il rischio è che l’acqua diventi inaccessibile prima ancora che scarsa.
La resilienza va costruita. Occorre rendere le reti efficienti e usare energia pulita. Peró il problema oggi è se sia possiblie una strategia di interventi energetici e infrastrutturali che abbianio un impatto a breve termine sui problmi idrici.
Se riconosciamo che la politica dell’acqua non può essere pensata senza quella dell’energia, il primo passo per garantire la sicurezza idrica alla regione è affrontare congiuntamente entrambe le sfide, facendo tesoro delle esperienze di paesi come la Spagna.
È un programma di medio e lungo termine Una soluzione perfetta è impossibile: si tratta di problemi secolari che l’Italia non ha mai affrontato con decisione, ma alcune azioni possono partire subito:
- Ridurre le perdite nelle reti idriche, con concentrazione di interventi mirati di riparazione immediata dei tratti di rete con le perdite più gravi, e campagne di manutenzione straordinaria.
- Regolare meglio la pressione nelle reti, per limitare nuove rotture e ridurre i consumi energetici.
- Rafforzare la manutenzione straordinaria di pompe, condotte e impianti di trattamento, senza attendere grandi opere.
- Riutilizzare acque reflue trattate, riducendo la pressione sulle fonti tradizionali e trasformando un problema in risorsa, soprattutto per l’agricoltura
- Usare sistemi di gestione più flessibili, programmando i pompaggi quando l’elettricità costa meno.
- Introdurre sistemi digitali di controllo, per monitorare perdite, consumi e costi energetici in tempo reale.
- Integrare rinnovabili negli impianti di pompaggio e trattamento, seguendo l’esempio spagnolo di impianti fotovoltaici collegati direttamente alle reti idriche.
In tal modo, nel breve periodo, non si anche se non si ridolvera definitivamente la crisi idrica, almeno si ridurra la dipendenza della disponibilita dell’acqua dalla volatilità dei prezzi energetici.


