HomeApprofondimentiDa Canossa a Washington: religione e potere con midterm allo sfondo

Da Canossa a Washington: religione e potere con midterm allo sfondo

di Galileo Violini

Un primo segnale fu l’incontro, ma forse fu irrituale convocazione, del Nunzio al Pentagono. La minimizzazione della sua importanza da entrambe le parti non è molto credibile dopo le recenti dichiarazioni di Donald Trump su Papa Leone XIV che si inseriscono, forse al di là delle sue conoscenze storiche, in un filo lungo quasi mille anni: quello della tensione tra potere politico e autorità religiosa.

È un filo che si dipana attraversando momenti molto diversi. Nel 1077, l’imperatore Enrico IV si presenta a Canossa come penitente davanti a Papa Gregorio VII; la sconfitta sul tema  delle investiture segna una supremazia temporanea del potere spirituale.-Sarà mitigata, cinquant’anni dopo, a Worms e rovesciata due secoli dopo, con la Cattività avignonese, che pone il papato sotto l’influenza della monarchia francese.

Il riferimento a quel periodo nella riunione al Pentagono, se inteso come minaccia di scisma, non merita grandi commenti. Leone XIV non è Urbano VI, né la geopolitica di oggi ricorda quella della fine del XIV secolo,

Nei secoli successivi il diritto di veto di cui godevano tre sovrani cattolici spesso condizionò l’elezione del Pontefice. Questa risultò sensibile al segno dei tempi, soprattutto in certi momenti – seconda metà del Settecento, quando la Spagna cerca di affrancarsi dai vincoli del Patronato, o 1830, quando la reazione, dominante nell’Europa di Metternich- non vuole prendersi rischi.

Il diritto di veto, in certa misura, limitava il principio teologico dell’assistenza dello Spirito Santo, nel momento, cruciale per la vita della Chiesa, della nomina del successore di Pietro. Vicario di Cristo. Se ne farà, comunque, un uso in negativo, ad excludendum , e sarà un uso politico, non religioso.

Quando il cardinale Puzyna de Kosielsko, arcivescovo di Cracovia, annunciò il veto dell´imperatore Francesco Giuseppe contro il cardinale Rampolla, non lo fec per ragioni di fede, ma principalmente per considerazioni geopolitiche legate agli equilibri europei; nonché, sia pure in misura minore, per il suo orientamento sociale, di continuità con Leone XIII. Era il 1903. Fu eletto Pio X e l’anno dopo quel privilegio fu abrogato,

Otto secoli erano serviti perche il conflitto tra trono e altare si evolvesse verso una separazione delle sfere. Ma questa separazione non ha eliminato le potenziali tensioni, le ha trasformate.

Negli Stati Uniti un problema “cattolico” si pose solamente con Kennedy, che dovette dare una dichiarazione ben più importante del famosoIch bin ein Berliner, quando, due mesi prima della votazione, assicurò che non sarebbe stato “il presidente cattolico degli USA”, ma “un presidente che era cattolico”.

Nel caso attuale, il problema presenta caratteristiche nuove e antiche. La vocazione del presidente Trump, emblematicamente rappresentata dagli atuti del Board  of Peace, è per una monarchia assoluta, anche se non biologicamente ereditaria, e di portata mondiale.

Riemerge l’antica tensione con la chiesa cristiana maggiormente universale, ma c’è un cambio paradigmatico nella pretesa che le scelte politiche della Chiesa possano essere influenzate in positivo: il nome del cardinal Prevost sarebbe emerso grazie alla sua presenza alla Casa Bianca.

Riiappaiono le condizioni per uno scontro, anche se in un terreno formalmente, ma non sostanzialmente, diverso. Non siamo più di fronte a scomuniche o veti imperiali, ma la questione resta la stessa: il rapporto tra legittimazione spirituale e potere politico. In un contesto istituzionale profondamente trasformato, il conflitto si sposta sul piano culturale, e continua a interrogare lo stesso nodo di fondo: chi definisce i valori, chi interpreta l’identità, chi può rivendicare un’autorità ultima sulle coscienze.

Il presidente Trump ha attaccato il papa su varie questioni, ma l’aspetto ideologico è sovrastrutturale. Il punto centrale è l’affermazione di una subordinazione causale dell’elezione ad una circostanza congiunturale, ma per lui messianica e voluta da Dio: la sua concomitante seconda presidenza.

Le dichiarazioni del presidenteTrump sono state criticate worldwide, persino dal presidente iraniano.

Criticare il presidente Trump su questo terreno è facile, sottolinearne il dubbio gusto e come possa ferire sensibilitá il suo rappresentarsi come Gesù è facile. Fare la psicoanalisi di quelle immagini e quelle dichiarazioni è facile, ma non è qualcosa che mi affascini.

È altro il terreno su cui ci si dovrebbe porre domnde. Perché l’attacco? Perché ora? Gli sarà politicamente utile?, Contribuirà a rafforzare la politica che egli propone e sta imponendo al mondo? O avrà sottovalutato o mal valutato le reazioni e il possibile comportamento dell’elettorato statounitense?

L’elezione del presidente Trump è stata anche risultato della sua capacità di attrarre i voti della maggioranza dei cattolici, in particolare in settori di elettorato sensibili a principi e valori semplici e chiari, La politica immigratoria può, forse ma non è detto, ridurre l’appoggio (40-45%) tra i cattolici latinoamericani, ma la recente presa di posizione può erodere quello, molto più ampio (circa il 60%), ricevuto dai cattolici bianchi, di origine irlandese o polacca o italiana, praticanti, antiaborto, poco sensibili al tema dei diritti civili laici, ma probabilmente non sordi alla costernazione delle autorita religiose. Chissà, lo stesso Louis Prevost può essere stato scosso e potrebbe deluderlo.

L’elettorato conservatore cattolico è diverso da quello di matrice evangelica, per quanto riguarda il ruolo dello Spirito Santo. Per entrambi è un ruolo centrale, ma tra gli evangelici è inteso come guida personale, non come principio che assiste un’istituzione universale. Emblematica la foto della preghiera nello Studio Ovale, virale nei giorni scorsi.

Per gli evangelici, base della sua constituency, è più naturale leggere eventi religiosi come risultato di dinamiche umane e storiche.

Nel cattolicesimo, invece, la prospettiva è diversa. L’elezione del papa è sì un atto umano, ma inserito in una visione di assistenza dello Spirito Santo alla Chiesa. Non si tratta di una garanzia meccanica, ma il conclave non è semplicemente una votazione, è un momento in cui dimensione spirituale e dimensione storica si intrecciano.

È su questo punto che una critica politica può diventare scivolosa. Ridurre l’elezione di un papa a un gioco di influenze o a un effetto di pressioni esterne può apparire, a molti cattolici, non tanto come una blasfemia in senso tecnico, quanto come una banalizzazione di ciò che per loro è sacro. E allora il problema da teologico diviene politico.

Negli Stati Uniti, i cattolici rappresentano circa un quarto dell’elettorato. Non votano come un blocco compatto, ma sono distribuiti in modo decisivo negli stati chiave che determinano gli equilibri del Senato. In contesti come Michigan, North Carolina o Texas, le elezioni si decidono spesso per pochi punti percentuali e due anni fa gli swing states furono determinanti per riportare il presidente Trump alla Casa Bianca.

In un sistema così, non serve uno spostamento massiccio. Basta un “raffreddamento”: meno entusiasmo, minore partecipazione, una lieve distanza emotiva. Anche uno scarto dell’1 o 2 per cento può tradursi nella perdita di uno o più seggi decisivi. Uno scarto maggiore può far scaturire un effetto valanga.

Ma c’è anche un ulteriore livello, meno visibile e raramente esplicitato: quello internazionale. La Dottrina Monroe ha definito per oltre due secoli l’idea di un’America spazio politico distinto e sotto influenza statunitense. Tuttavia, questo stesso spazio — dall’America Latina ai Caraibi — è in larga maggioranza cattolico. In questo contesto, la figura del papa non è solo un riferimento religioso, ma anche un attore simbolico di primo piano.

Se un leader statunitense entra in tensione con il pontefice, l’effetto non si limita al dibattito interno. Può riverberarsi, indirettamente, nella percezione degli Stati Uniti in un’area che Washington, sia pure unilateralmente, considera storicamente e ideologicamente parte della propria sfera di influenza. Non si tratta di un conflitto aperto, ma di una possibile dissonanza: tra una leadership politica e un universo culturale e religioso condiviso da centinaia di milioni di persone nel continente.

Da questo punto di vista, la critica al papa rischia di configurarsi come un errore i cui effetti sono asimmetrici. Non mobilita nuovi elettori, né è necessaria per chi è già critico verso il pontificato. Il richiamo del vice presidente Vance era scontato. Ma può introdurre un elemento di disagio in una parte dell’elettorato cattolico, anche quella politicamente vicina, e generare una frizione su scala più ampia.

Le reazioni nel mondo cattolico degli Stati Uniti, tuttavia, non sono state univoche. Le autorità ecclesiastiche hanno espresso una preoccupazione sobria, evitato lo scontro diretto, ma richiamando implicitamente al rispetto dell’autonomia della Chiesa e del significato spirituale del conclave. Parallelamente, i settori dell’elettorato cattolico più vicini a Trump — in particolare ambienti conservatori e movimenti pro-life — hanno mostrato una reazione più articolata, anche se non priva di ambiguità: da un lato minimizzando o reinterpretando le sue dichiarazioni in chiave politica, dall’altro con un certo disagio, raramente esplicitato ma percepibile, di fronte a una narrazione che pretende ridurre l’evento ecclesiale a prodotto di dinamiche di potere e esalta lafigura di Trump.

questo spazio intermedio si gioca una dinamica delicata: la fedeltà politica non coincide automaticamente con l’adesione simbolica, e proprio questa possibile dissonanza — più che una opposizione aperta — rappresenta il punto di maggiore incertezza per la tenuta di quel consenso.

Se a Canossa il potere politico dovette piegarsi all’autorità spirituale, e ad Avignone accadde il contrario, oggi il rapporto tra religione e politica passa attraverso filtri diversi: l’elettorato e l’opinione pubblica globale. Non più scomuniche o veti imperiali, ma percezioni, identità e margini di voto.

Ed è proprio su questi margini che si gioca la partita. In un’epoca in cui le elezioni si decidono per scarti minimi e le leadership si misurano anche sul pianointernazionale, la sottovalutazione di una sensibilità religiosa può avere conseguenze concrete. Non perché cambi il quadro generale, ma perché incide esattamente nei punti in cui il sistema è più esposto.

È qui che la lunga storia dei rapporti tra potere e religione incontra la politica contemporanea: non più nei palazzi, ma nelle urne — e, sempre più, nello spazio globale.

Che la posta in gioco sia il midterm è confermato da vari indizi. La richiesta dem di impeachment di Hegseth non ha possibilità di successo, ma è più che una scaramuccia.

Un altro indizio viene dall’evoluzione delle relazioni con l’Italia, dove i due maggiori supporters di Trump hanno preso le distanze: il vicepremier Salvini dichiarando, e non era autocritica per il passato, che “attaccare il papa non è intelligente”, e la presidente Meloni qualificando, sia pure dopo pensosa riflessione, l’atttacco come “inaccettabile”.

L’insistenza da innamorato deluso con cui il presidente Trump ha commentato questa dichiarazione, appare sproporzionata rispetto alla rilevanza politica della dichiarazione e alla comprensibilità delle condizioni che la hanno imposta,

Se a questo aggiungiamo la nuova promessa a quindici giorni: pace per fine aprile, e quella a medio termine di una diminuzione del prezzo della benzina prima delle elezioni, il ciclo si chiude: Novembre sarà la Filippi dell’arrivederci tra Trump e la Chiesa.

 

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