Si chiude definitivamente in Cassazione uno dei casi più oscuri della Locride: quello di Nicola Alfano, il giovane cuoco napoletano scomparso nel nulla da Monasterace nel dicembre del 2004. La Suprema Corte ha confermato la sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria che, nel novembre 2024, aveva condannato Denis Alfarano e Damiano Leotta a 12 anni di reclusione ciascuno per il tentato omicidio del ragazzo.
Di Nicola Alfano non si hanno notizie dal 2006. Originario di Boscoreale, aveva solo 21 anni e si era trasferito a Monasterace Marina per lavoro e per amore. Aveva da poco avviato una pizzeria sul lungomare, successivamente distrutta da un incendio attribuito a un cortocircuito, e progettava di sposarsi nel 2005 con una ragazza del posto. Proprio con lei si trovava in auto la sera del 26 novembre 2004, quando un commando tentò di ucciderlo.
L’agguato non andò a segno solo grazie all’intervento delle forze dell’ordine. I poliziotti, impegnati in un’altra indagine, stavano infatti ascoltando in diretta le conversazioni all’interno dell’auto, risultata rubata e già dotata di microspia. L’azione criminosa fu interrotta dall’arrivo degli agenti, unico elemento che – secondo i giudici – fermò realmente il commando.
Alfano scomparve poche settimane dopo, domenica 19 dicembre 2004, dopo aver pranzato a casa dei genitori della fidanzata. La sua auto venne ritrovata solo un mese più tardi, nel Catanzarese, grazie a una segnalazione anonima. Da allora, di lui nessuna traccia.
Sul tentato omicidio del novembre 2004 si sono celebrati due distinti procedimenti penali: uno, già definito in Cassazione, relativo al ferimento dell’ispettore di Polizia Massimo Trimboli, in servizio al commissariato di Siderno; l’altro, quello appena concluso, per il tentato omicidio di Alfano. Proprio il primo processo è stato richiamato dalla Suprema Corte per valutare la posizione di Damiano Leotta, superando le obiezioni delle difese.
La Cassazione ha escluso la desistenza volontaria, chiarendo che la presenza della fidanzata di Alfano nell’auto non fu sufficiente a interrompere l’azione criminale. A fermare gli aggressori fu solo l’intervento esterno delle forze dell’ordine. Una decisione che mette il sigillo giudiziario su un cold case che, nonostante le condanne, resta ancora avvolto dal mistero.

