Non c’è stato neppure il tempo delle fotografie di rito, dei saluti e delle dichiarazioni sulla comunione. A pochi giorni dalla presa di possesso della diocesi di Locri-Gerace, avvenuta il 25 luglio nella Basilica di Gerace, monsignor Cesare Di Pietro avrebbe già assunto la sua prima decisione di governo: non confermare don Pietro Romeo nell’incarico di vicario generale e moderatore della Curia.
La scelta, secondo quanto trapela dagli ambienti diocesani, dovrebbe essere comunicata oggi ai sacerdoti. Dai canali ufficiali della diocesi non è ancora giunta alcuna conferma e, al momento, il sito istituzionale continua a indicare don Romeo come vicario generale.
Al di là delle formule canoniche, la sostanza politica ed ecclesiale dell’atto appare evidente. Don Pietro Romeo ha rappresentato per anni uno dei principali collaboratori di monsignor Francesco Oliva, che nel 2018 gli affidò l’incarico di vicario generale e moderatore della Curia. Era, dunque, una delle figure più direttamente riconducibili al precedente governo diocesano.
La mancata conferma può essere letta in due modi. Il primo è quello di una valutazione negativa sulla prosecuzione del rapporto fiduciario con il vicario uscente. Il secondo, forse più plausibile, è la volontà del nuovo vescovo di imprimere fin dall’inizio una discontinuità netta rispetto alla stagione di monsignor Oliva, intervenendo immediatamente sul principale snodo del governo diocesano.
Resta, tuttavia, un interrogativo che non può essere eluso. Una decisione di questa portata, assunta praticamente all’esordio del nuovo episcopato, lascia intendere che il giudizio fosse già maturato prima dell’ingresso ufficiale in diocesi. Non si cambia il vicario generale dopo pochi giorni sulla base di una conoscenza appena iniziata. O esistevano informazioni, valutazioni e interlocuzioni precedenti, oppure il nuovo pastore è arrivato a Locri con un orientamento già definito.
È certamente prerogativa del vescovo scegliere liberamente il sacerdote che dovrà essere il suo principale collaboratore. Il Codice di diritto canonico gli riconosce pienamente questa facoltà. Ma l’esercizio di una prerogativa non elimina il valore simbolico e pastorale della tempistica: prima ancora di conoscere approfonditamente presbiterio, uffici e dinamiche della Chiesa locale, Di Pietro avrebbe scelto di intervenire proprio al vertice della Curia.
In queste ore, intanto, si è già aperta la partita per la successione. I nomi che circolano con maggiore insistenza sono essenzialmente tre: don Fabrizio Cotardo, parroco della Cattedrale di Locri e docente dell’Istituto Teologico Calabro; don Massimo Nesci, già delegato diocesano per il coordinamento pastorale; e don Nicola Commisso Meleca, direttore dell’Ufficio liturgico, maestro delle celebrazioni del vescovo e vicario foraneo. Tutti sacerdoti già inseriti negli organismi diocesani, ma portatori di sensibilità, storie e collocazioni differenti.
Il nome scelto consentirà di comprendere meglio la direzione che Di Pietro intende imprimere al proprio governo. Una soluzione interna e istituzionale potrebbe attenuare la percezione della rottura; una nomina fortemente caratterizzata trasformerebbe, invece, la mancata conferma di Romeo nel primo tassello di una più ampia revisione degli equilibri costruiti durante i dodici anni dell’episcopato di Francesco Oliva.
Per ora resta una certezza: il nuovo corso non comincia con una fase di attesa. Comincia dal vertice della Curia. E comincia con una decisione destinata a far discutere il clero e la comunità diocesana.

