Africo: Dov’è il dipinto?

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Dove sarà il disegno su tela di 2 metri per 4 dipinto e donato all’Asilo di Africo, dalla pittrice americana Achsah Leona Barlow Brewster?

 La pittrice assieme al marito Earl Henry Brewster, segnarono con questo dipinto, il loro transito anche ad Africo. Nell’Italia meridionale, la coppia d’artisti, è stata pure a Taormina e Capri, isola frequentata da Maksim Gor’kij, dove aveva sette stretto amicizia con Umberto Zanotti Bianco. Opera pittorica per adornare l’asilo di Africo, un edificio voluto assieme a quello della scuola elementare e all’ambulatorio, da Umberto Zanotti Bianco. Stabili costruiti dall’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (Animi).

Nell’asilo ci andavano i bambini del paese in età prescolare dai tre ai sei anni, per educarli secondo il metodo di Maria Montessori.

Gli uomini dell’Animi si autodefinivano “garibaldini della cultura”, propagandavano la conoscenza tra le masse, miravano ad azioni di riforma del Mezzogiorno d’Italia come esempio anche alle altre realtà dell’Europa centrale, in sostanza volevano costituire un forte asse politico democratico europeo, vedevano l’insegnamento scolastico in un’ottica di religiosità laica, convinti di educare la futura popolazione iniziando da piccoli, certi che perseverando con gradualità, si poteva lievitare una generazione che stesse al passo con l’evoluzione.

Nel 1928, l’Opera Nazionale Balilla accentrò le competenze in ordine all’educazione di base, tolse quindi le deleghe alle associazioni ed enti di supporto allo Stato.

L’ Animi è stata costituita a Roma nel 1910 da un gruppo d’amici settentrionali che dopo il terremoto del 1908, spesso si ritrovavano, assieme a Zanotti Bianco nella casa estiva dello scrittore Antonio Fogazzaro, a Valsolda in riva al lago di Como. Nel 1928, cessò le attività, nonostante che in pochi anni avesse già fatto costruire diverse centinaia di scuole e ambulatori in tutte le regioni meridionali, soltanto nell’ambulatorio di Reggio Calabria tenne sotto controllo dal 1917 al 1928 più di 27 mila malati di tbc, con quello di Ferruzzano, unitamente ad altri interventi strutturali, aveva debellato la malaria che infieriva pesantemente in quel paese.

L’Associazione dovette sospendere il proprio lavoro, perché in contrasto con la filosofia educativa del regime fascista, difatti nel 1928 l’Animi fu soppressa, sei anni dopo la stessa dittatura sciolse il consiglio direttivo della Società Magna Grecia, il ramo dell’Animi che si occupava della ricerca e tutela dei beni culturali e solo dopo la furia fascista poté riprendere la sua opera.

S’iniziò ad udire anche in quelle valli il saluto militare inventato da Gabriele D’Annunzio, “eja eja alala’”.  L’ uniforme di colore blu scuro con orli gialli o grembiuli neri con i bordi verdi dei maschietti, il grembiule rosa, oppure il golfino marrone scuro con il fiocco blu tra i capelli indossati dalle femminucce, furono sostituiti.

Arrivarono i nuovi vestiari: gonna nera e camicia bianca per “le piccole balilla” e pantaloncini grigioverdi con camicia nera per “i figli della lupa”, nei giorni di festa alcuni indossavano pure la cravatta blu.  Malgrado tutti gli sconvolgimenti epocali, continuò in special modo nell’asilo, il lavoro proficuo ed incessante delle suore salesiane che ormai si erano stabiliti ad Africo. Oltre alla dottrina religiosa suore, e maestre insegnavano alle bambine nel laboratorio di cucito, un ricamo con motivi particolarmente apprezzati in quell’epoca, impegnavano le scolaresche con recitazione e canto, educavano a seguire norme generali riguardo salute e igiene della persona.

Il dipinto di A. Barlow Brewster si trovava dentro un’aula dell’asilo dal momento dell’inaugurazione e vi rimase sicuramente fino ai giorni dello sfollamento, che iniziò sabato 20 ottobre 1951.

Era prassi che gli asili costruiti dall’Animi fossero arricchiti con forme d’arte, a Casalnuovo, invece, vi era posto sotto l’atrio dell’Asilo una statua in terracotta della Scultrice Elena De Vigh.

Nell’asilo di Ferruzzano c’era un quadro di Gustave Van de Woestyne.

L’artista mammolese Domenico Fazzari interpellato dal sottoscritto, per avere una sua opinione in merito al dipinto così si è espresso: <<Da quanto riesco a vedere da questa immagine, mi sembra un’opera molto interessante, con una particolare sintesi espressiva. Peccato non ci sia più l’originale>>.

Fazzari è l’autore della tela di 80 mq rappresentante l’abside e l’altare della chiesa San Nicola di Africo Vecchio, realizzata nei laboratori di scenografia del Teatro alla Scala di Milano, opera già esposta nella chiesa sconsacrata di San Sisto, non lontano dal Duomo, tramutato in Museo Francesco Messina.

Ricorda l’allora bambina Gaetana Romeo ora ottantaquattrenne residente in Veneto che rivive la sua infanzia con una lucidità impressionante: “Le suore ci facevano dire le preghiere tutte le mattine davanti al grande disegno che simboleggia: a partire da sinistra, San Gioacchino e Sant’Anna, al centro Madonna con Bambino e a seguire San Giuseppe. Nel corridoio dell’asilo c’era, da una parte l’effigie di Mariettina Pignatelli, – che aveva partecipato assieme all’ANIMI alla mobilitazione meridionalista- dall’altra il ritratto di Vittorio Emanuele III di Savoia con la Regina Elena del Montenegro e accanto la foto di Umberto II di Savoia – la cui moglie Maria Jose’ del Belgio era fervente sostenitrice ed amica di Umberto Zanotti Bianco e aveva anche concesso il patrocinio all’Associazione”.

Chi sa quei simboli dove sono? Dov’e’ l’opera della pittrice A. Barlow Brewster? Ora che rovi e sterpaglie stanno invadendo quello che era rimasto di Africo Vecchio e la natura si riprende un borgo alle pendici dell’Aspromonte dove i primordiali insediamenti abitativi erano sorti probabilmente nell’età’ Ellenica, sicuramente prima dell’era cristiana.

Africo fu anche sede dei pochissimi copisti che in quell’epoca, si annoveravano in tutta la Calabria fino alla fine del X secolo.

Lo sa bene don Antonio Finocchiaro, direttore dell’archivio vescovile di Locri-Gerace che riporta nel suo libro pubblicato nel 2019, ORIGINE E SVILUPPO STORICO DELL’ ARCHIVIO DELLA DIOCESI DI LOCRI-GERACE: <>.

Un paese prima alluvionato, poi calpestato e depredato e alla fine abbandonato e dimenticato.

L’ espoliazione del paese iniziò subito dopo il trasferimento dei primi profughi africoti presso la scuola di Bova quando mucche, maiali, gregge di capre e pecore, erano abbandonati a libero pascolo nei campi delle contrade di Africo ancora coltivati e finanche nel cimitero, per poi lasciati ad alloggiare dentro la chiesa e le case da poco disabitate.

Costantino Romeo ci ricorda nel suo libro al capitolo L’ ALLUVIONE: “Fu formata una commissione di anziani a reclamare presso le autorità comunali e provinciali qualche provvedimento per evitare le distruzioni. Ci fu risposto che, poiché ci eravamo salvati la vita, non era il caso di pensare agli alberi e ai terreni. Io dissi che proprio perché eravamo vivi avevamo bisogno degli alberi e dei terreni. Le autorità provinciali hanno fatto più danno che gli eventi naturali”.

Per andare a visitare quel poco di Africo Vecchio ancora visibile, ora come allora ci si arriva dopo aver varcato i Campi di Bova. La via più agevole è da nord passando da Mingioia dove, poco lontano, si potrà ammirare la chiesa di San Leo eretta ai primi anni del 1600 sui ruderi del più antico convento dedicato all’Annunziata.

Nei pressi del cimitero si lascia la macchina, poi giù a piedi lungo il sentiero, prima di arrivare in paese s’incontrerà qualche palmento scavato nella roccia e ci s’imbatterà anche nel Calvario, dove ancora si vedono sette gradini in pietra lavorata.

È sconsigliato il percorso sterrato con diramazione Guardia (Ceramidio) Campusa, la strada riadattata negli anni recenti non e’ agevole.

C’e’ anche la via da Samo l’antica “Precacore”, percorribile solo in alcuni periodi dell’anno, quando si può guadare l’Aposcipo. Il vescovo Giancarlo Maria Bregantini l’ha voluta riscoprire in occasione del pellegrinaggio per San Leo il 5 maggio 1998, sempre il 5 maggio ma nel 2018 ha ripetuto il tragitto anche l’attuale vescovo di Locri Francesco Oliva a seguito di un folto gruppo di giovani pellegrini.

Coloro che preferiscono raggiungere l’antico paese da sudest attraversando Casalnuovo, dovranno passare dal ponte tibetano sul vallone Casalnuovo per poi risalire verso il “Paese Vecchio”.

Chi arriva nel vecchio borgo potrà percorre, come scrisse Tommaso Besozzi in un articolo sull’Europeo nel 1948 corredato dalle ormai famose fotografie scattate dal fotografo Tino Petrelli, però camminerà “in punta di piedi” selciati in pietra lavorata e posata nel corso dei secoli dalla maestria d’esperti scalpellini. Udirà il cinguettio d’innumerevoli specie di volatili, potrà ammirare vicoli antichi che profumano di timo, menta, lavanda e altre erbe aromatiche. Sono i profumi dell’Aspromonte.

Francesco Maviglia