E adesso scioglieteci tutti

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Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli Interni, ha decretato lo scioglimento del consiglio comunale di Portigliola per sospette infiltrazioni di tipo mafioso. Ritengo che privare una popolazione del diritto di esprimere il voto democratico è un inchino proprio al potere mafioso. E se è così, adesso scioglieteci tutti.

 Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli Interni, ha decretato lo scioglimento, ai sensi dell’articolo 143 del Testo unico degli enti locali, del consiglio comunale di Portigliola per sospette infiltrazioni di tipo mafioso.

Portigliola, per chi non lo conosce, è un piccolissimo paese di un migliaio di abitanti nella mia Locride in provincia di Reggio Calabria, con un territorio minuscolo, sei chilometri quadri.

Una sottile e stretta striscia di terra non più larga di un chilometro e mezzo, che sale dal mare Jonio, fino al minuscolo centro urbano, a trecento metri di altezza sulle prima colline pre-aspromontane. Nel suo breve viaggio dal mare alla collina, il piccolo territorio custodisce nella breve pianura costiera, guardata dall’antica torre medievale di Pagliopoli (il cui nome di derivazione greca, “paleo polis”, né esalta la funzione di guardiana) il popolare quartiere di Centocamere dell’antica Locri Epizephiri: poi più verso l’interno, il teatro greco-romano, ed altri edifici minori; in cima, edificata su antiche basi greche la fortezza quadrata e bianca di Castellace.

Nessun turismo, però: i siti magno-greci fanno parte del Parco Archeologico di Locri e che si visitano accedendo dal Museo nazionale nel territorio di Locri. Sulla spiaggia c’è un solo lido, una piccolissima struttura in legno con una cinquantina di ombrelloni ad agosto. Qualche piccolissima attività artigianale, nessuna industria, un piccolo albergo, forse neppure più aperto al pubblico. Solamente minuscola attività agricola. Portigliola, del resto, era un casale di Gerace: e non ha di molto mutato funzione nei secoli.

Sindaco di questo piccolo Comune era, da dieci anni, un commercialista con studio a Roma, il Dottor Rocco Luglio: e qui, ufficialmente rivendico e proclamo pubblicamente la mia amicizia con lui e la mia stima che è diventata smisurata, allorché l’ho sentito piangere per telefono venerdì scorso, da me raggiunto per esprimergli solidarietà: proprio mentre lui era a Portigliola per accomiatarsi dai dipendenti comunali.

Un sindaco illuminato, che aveva vinto la scommessa della cultura, promuovendo stagioni su stagioni di spettacoli al Teatro greco, apprezzate e frequentate e portando Portigliola ai vertici del panorama culturale calabrese con iniziative quali “tra mito e storia”; o la “Festa delle Donne” con e di Elena Pozzi. Ma, soprattutto, con l’invenzione dell’incredibile Portiglialba: un recital di testi classici e poesie all’alba, col superbo spettacolo del sorgere del sole ferragostano dal mare Jonio “da cui, vergine, nacque Venere”, esaltato dalle maschere tragiche e buffe, proprio come quelle degli antichi aedi, degli attori Edoardo Siravo e Antonio Tallura, indubbiamente quelli che più di tutti hanno espresso l’anima dell’iniziativa: con la gente che arrivava in quel teatro ancora col buio e veniva accolta con l’insolita povera colazione di pane di grano e olio di oliva.

Tutti nella Locride conoscono Rocco Luglio; tutti sanno che non c’entra niente con la ‘ndrangheta.

Né, devo dire, ho mai avvertito nelle mille manifestazioni a cui ho partecipato a Portigliola nelle mie estati locresi, anche soltanto un senso di mafiosità: gente semplice, mischiata ad attori più o meno noti; e la speranza massima per la mia terra e per la mia gente: questo posto può cambiare.

Lo scioglimento dei Comuni qui è invece regola e, come ha già raccontato in questa rubrica, ad Africo i Commissari prefettizi hanno smontato siccome inutile la sala del Consiglio Comunale: come dire: la democrazia qui non trova asilo.

Io, personalmente, non credo che questo istituto, né l’interdittiva antimafia in generale rappresentino un’arma di lotta alla mafia. Credo che la mafia sia così evoluta da sapere che se la si collega ad una impresa o ad una amministrazione quella può essere chiusa. Così che sono convinto che l’evidenza di questi collegamenti  che, per avere effetti, non necessitano né di prove essendo sufficiente il sospetto, né della commissione di reati, avvenga di proposito, per un qualche fine che non riesco ad immaginare. Forse esagero, ma credo in una strumentazione all’inverso: uso criminale dell’istituto per sciogliere amministrazioni o limitare imprese non gradite.

La reazione allo scioglimento, da quanto capisco abbastanza generale nella Locride, è di sdegno, ed incredulità.

Non sono ancora note, mentre scrivo, le motivazioni “ufficiali” dello scioglimento; ma so già che alle stesse si guarderà sulla base del “più probabile che non”: e, come mi diceva ieri un imprenditore veneto incontrato a Roma, non investe in Calabria, perché è più probabile incontrare un mafioso lì che non a Venezia, dove basta (secondo lui) dubitare di chi non parla veneziano.

A me è venuto in mente lo sdegno per il vile omicidio Fortugno e quel «adesso ammazzateci tutti», spontaneamente urlato dai “ragazzi di Locri” nel 2005.

Spero di non offendere la vedova del Presidente Fortugno, l’onorevole Maria Grazia Laganà, che conosco dall’infanzia, né i suoi figli, giovani e impegnati, se faccio mio oggi quel grido: non contro le istituzioni, ma per segnalare un metodo burocratico che, simulando una finta e vuota lotta alla mafia, in realtà solamente mortifica la democrazia: perché privare una popolazione del diritto di esprimere il voto democratico è un inchino proprio al potere mafioso.

E se è così, adesso scioglieteci tutti.

Tommaso Marvasi