Eloquenza del silenzio

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Non stupisce il doppio binario che ha portato il Sindaco sospeso di Reggio Calabria,  Giuseppe Falcomatà, a sparare a zero sulla legge Severino, che resta comunque una legge barbara; mentre nessun ravvedimento a proposito delle squallide esultanze del passato, quando ad essere colpito da questa legge fu l’avversario politico che egli poteva sperare di battere solo se allontanato dal rettangolo di gioco.

 Il Sindaco sospeso di Reggio Calabria è tornato a parlare della legge Severino: funzionerebbe male e l’abuso d’ufficio sarebbe un passepartout per le Procure, quindi andrebbe modificata in Parlamento, ed evitato il referendum.

Archiviata la stagione dell’amore per i Codici Etici, c’è spazio solo per l’adesione al diktat del segretario nazionale PD, Enrico Letta, anche se le scelte operate da Falcomatà prima della lettura del dispositivo della sentenza Miramare hanno agitato le acque torbide del mare di ipocrisia che avvolge il Nazareno. 

Non stupisce il doppio binario che ha portato il Sindaco, sospeso, a sparare a zero sulla legge Severino, che resta comunque una legge barbara in misura pari allo strabismo di chi solo oggi si affanna a stroncarla per convenienza personale e di pochi “dignitari”. 

È, però, grottesco ed offensivo dell’intelligenza, che sia proprio Falcomatà a criticare la barbarie di cui si accorge, insieme al suo ormai decimato esercito del nulla, solo dopo essersene in precedenza avvantaggiato. 

Nelle sue parole, nessun ravvedimento a proposito delle squallide esultanze del passato, quando ad essere colpito dalla legge Severino fu l’avversario politico che egli poteva sperare di battere solo se allontanato dal rettangolo di gioco e la Storia ha già dato in proposito valide anticipazioni.  

Invece, sulla rivoluzionaria interpretazione data nell’ultimo decennio alla legge sullo scioglimento dei comuni, il Sindaco sospeso, pur facendo scena muta, è riuscito ugualmente a dire molto, anzi tutto: il suo silenzio si è rivelato la migliore censura che egli potesse rivolgere a se stesso ed al suo capriccioso infantilismo politico, benché non fosse proprio questo l’obiettivo del suo intervento. 

Chiunque è in grado di ricordare che la legge Severino è il frutto avvelenato di una stagione infame, alla quale non è mancato il preponderante contributo della parte politica di Falcomatà.

Ciò, in particolare, è avvenuto nel periodo che ha regalato all’Italia, nell’autunno del 2011, il disastro Monti e, nell’autunno dell’anno successivo, lo scioglimento del Comune a Reggio Calabria, grazie ad una interpretazione sin troppo estensiva di uno strumento normativo eccezionale. 

Davanti a queste forzature, come aveva già fatto Bersani celebrando il commissariamento della democrazia in Italia, Falcomatà si è puntualmente abbandonato a sfrenati festeggiamenti per salutare la sospensione della democrazia a Reggio, volgendo, poi, lo sguardo altrove nel momento in cui la stessa scure sistematicamente andava ad abbattersi sugli altri comuni del territorio metropolitano. 

Saranno stati quei brindisi ad impedirgli di accorgersi del preordinato disegno, messo a punto e rifinito dalla lobby dei giannizzeri di Stato, di trattare il Meridione d’Italia come un corpo criminale facendo massivo ed indiscriminato ricorso alla legge Pica dei nostri giorni. 

E nemmeno adesso, preoccupato com’è dalla prospettiva personale, Falcomatà, al pari dell’ineffabile neo segretario provinciale del PD, dimostra di avere fatto tesoro di pronunce giudiziarie, anche recenti, che hanno definitivamente escluso infiltrazioni di ‘ndrangheta al tempo dello scioglimento del Comune di Reggio Calabria. 

Ma, se Falcomatà ignora il combinato disposto della Legge Severino e della normativa sullo scioglimento dei comuni, è opportuno ricordargli che non sempre il silenzio è neutro. 

E il suo imbarazzato silenzio è stato ben più che eloquente.

Oreste Romeo