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Far ripartire la democrazia dalle città

Galileo Violini

La settimana scorsa, alle elezioni suppletive per la Camera nel collegio Reggio Calabria-Locri il dato ufficiale dell’affluenza è stato il 22,34%, che tuttavia deve essere forse corretto in 27%, se è vero, come ha scritto il Corriere della Calabria, che, invero stranamente, le liste includono gli elettori residenti all’estero. Nel 2022, in quel collegio aveva votato il 49,40%.

Non è un record. C’è stato di peggio. Addirittura un 11% a Roma, ma si era a fine legislatura, e qualcosa di simile tre anni fa a Monza per una suppletiva del Senato.

Il caso ha generato i consueti gridi di dolore per l’astensionismo elettorale. Alle Europee del 2024 ha votato meno del 50%, mentre per le elezioni nazionali e amministrative la percentuale è più alta. Nelle ultime fu, per entrambe, intorno al 63%. L’astensionismo è cresciuto negli ultimi 20 anni. Le politiche hanno perso un quarto dei votanti, e metà di questa perdita si è registrata tra le elezioni del 2018 e quelle del 2022.

L’ampiezza del bacino di voti cui si potrebbe attingere potrebbe far pensare che debba essere prioritario per entrambi gli schieramenti comprenderne le cause e disegnare politiche che riconducano a votare il partito dell’astensione.

Pare che non sia così.

Per portare più cittadini a votare non basta che una coalizione abbia un programma comune, scelga un candidato alla guida del governo e costruisca una campagna elettorale efficace. Occorre recuperare la fiducia di chi ha smesso di considerare la politica nazionale come uno strumento che realmente possa incidere sui propri interessi immediati.

La crisi di fiducia non si risolve sommando partiti, liste e percentuali. Il problema è la distanza fra cittadini e istituzioni. Quindi questo è il rapporto che deve essere ricostruito.

Un’idea interessante è stata proposta in un contesto molto diverso.

Il tema dell’autoritarismo è particolarmente sentito in questo momento negli Stati Uniti. Pochi giorni fa, sull’Economist, il conduttore di The Open Mind, un programma centrato su questioni politiche e civili della PBS, televisione pubblica americana, Alexander Heffner, ha suggerito che i sindaci possano costituire il tallone d’Achille dell’autoritarismo. In una politica nazionale segnata da una crescente polarizzazione e concentrazione del potere, le città possono rappresentare il luogo dove il rapporto fra cittadini e istituzioni conserva concretezza.

Al di là dell’esperienza americana: che cosa può insegnare la politica locale a politiche nazionali che faticano a mantenere il rapporto con i cittadini? Può quella di Heffner essere una ricetta per il nostro Paese?

Certo, il comune non può sostituire lo Stato né il sindaco diventare il protagonista della politica nazionale. Tuttavia, a livello locale il cittadino vede direttamente gli effetti delle decisioni, sa chi è il sindaco, conosce, almeno nei piccoli centri, gli amministratori e può incontrarli, criticarli e giudicarli. Una strada, una scuola, un servizio sociale, il trasporto pubblico, la raccolta dei rifiuti o la rigenerazione di un quartiere sono questioni concrete, nelle quali il rapporto fra decisione politica e risultato è visibile.

La politica nazionale è invece diventata sempre più lontana: la sua comunicazione è dominata dai leader, da partiti che non hanno più le strutture locali del dopoguerra e sono centralizzati intorno a leader di gruppi o correnti, dai sondaggi, dai social e, anche quando affronta problemi reali, lo fa con un rapporto tra decisioni e vita reale spesso soltanto indiretto.

Si è persa la mediazione organizzata e territoriale tra società e politica: sezioni, federazioni, associazioni collaterali, sindacati, parrocchie, amministrazioni locali. Oggi quella mediazione si è indebolita, sostituita da una comunicazione politica fondata sull’adesione dell’elettore ad una narrativa da social e talk show.

In questo contesto, è esemplare il tema delle preferenze. Hanno tifosi e detrattori, ma più in relazione alle caratteristiche strutturali dei partiti che ai problemi di un loro uso clientelare.  È possibile che proprio la scelta verticale dei candidati alimenti la non partecipazione al voto.

È probabile che l’astensionismo danneggi in modo bilanciato le grandi coalizioni. Se i sondaggi che certamente esse fanno dessero indicazioni diverse, il centrodestra, invece di impegnarsi in quattro anni di riforme lontane dagli interessi dei cittadini, avrebbe affrontato i problemi che l’opposizione gli rinfaccia dimenticare: una delle maggiori perdite di potere d’acquisto dei salari nell’Unione Europea, un sistema fiscale profondamente ingiusto, una sanità inaccessibile ad ampie classi sociali. E l’opposizione, pur nel contesto della sua tradizionale sensibilità ai diritti civili, porrebbe in agenda con maggior peso il tema della sicurezza.

In un contesto in cui questi o il costo dell’energia sono i problemi quotidiani, pare assurdo che il dibattito si centri sulla questione ucraina, sulle spese per la difesa, per le quali è stato accettato un diktat che non aveva alcun fondamento, o su un’identità nazionale definita in base a parametri di dubbio valore.

Sono questioni importanti, ma lontane dai problemi quotidiani. La force de frappe europea, la presunta minaccia della Russia di Putin hanno aumentato i contributi alla NATO, ma ad un costo troppo elevato per il cittadino medio e forse senza nemmeno un suo vero rafforzamento.

Le cause che hanno reso questo possibile sono in buona parte riconducibili alla personalizzazione dei partiti, alla presenza nei talk show sempre delle solite persone, alla perdita del contatto diretto con la popolazione. I politici della Prima Repubblica avevano modo di sentire la base nelle sezioni o nelle parrocchie e i dirigenti erano prodotti di quelle strutture. Oggi è molto più frequente una cooptazione di tipo personale.

Tornare a quei meccanismi non è probabilmente possibile, ma l’idea di Heffner di puntare sulla politica locale può aiutare.

In questo quadro può essere interessante il movimento promosso da Alessandro Onorato con Progetto Civico Italia. Nato come rete di sindaci e amministratori, e trasformato in una formazione politica dell’area del centrosinistra, il progetto ha portato nel nuovo soggetto centinaia di amministratori. Non è tanto, tuttavia, la sua consistenza o il suo futuro elettorale a rendere interessante il fenomeno. È l’idea che l’esperienza maturata nelle città possa costituire qualcosa di più di un patrimonio locale e che gli amministratori possano cercare un rapporto politico più diretto con la società rispetto a quello offerto dalle strutture tradizionali dei partiti.

Il punto non è portare i sindaci a Roma, ma capire che cosa la politica nazionale potrebbe imparare dall’esperienza delle città. La politica locale può possedere una capacità di rapporto con i cittadini che la politica nazionale fatica sempre più a conservare. Nelle amministrazioni locali la politica è costretta a misurarsi con problemi concreti e con risultati verificabili; il rapporto con i cittadini è più diretto e la responsabilità degli amministratori più facilmente riconoscibile. Questo non significa idealizzare la politica locale, né pensare che un sindaco sia per definizione più democratico o più capace di un dirigente nazionale. Significa riconoscere che la città può essere una scuola di democrazia, perché permette al cittadino di sperimentare concretamente il rapporto fra partecipazione, decisione e risultato.

Una coalizione, se vuole essere qualcosa di più di una formula elettorale, dovrebbe porsi una domanda diversa da quella che, soprattutto nel campo largo, domina il dibattito: non come allargarla limando in forma sostenibile le differenze, ma come allargare la partecipazione. Sono due cose molto diverse. La prima riguarda le organizzazioni politiche; la seconda riguarda la democrazia.

Questo non significa trasformare l’Italia in una federazione di comuni. Le grandi questioni — sanità, scuola, previdenza, energia, politica industriale, ricerca, infrastrutture — richiedono decisioni nazionali ed europee. Ma il rapporto di fiducia attraverso il quale queste decisioni possono essere comprese e sostenute si costruisce vicino alle persone. La democrazia nazionale ha bisogno di una base democratica locale.

Forse è questa la riflessione più utile che si può trarre dall’esperienza americana e, insieme, dai segnali che vengono oggi dall’Italia. Se una parte crescente degli italiani non trova più nella politica nazionale un motivo sufficiente per andare a votare, non sarà forse necessario ricostruire prima il rapporto fra cittadini e politica nei luoghi nei quali quel rapporto è ancora possibile?

 

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