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Giorgio Bocca: da partigiano ad “Anti-Italiano”

Giorgio Bocca, grande giornalista e opinionista italiano, morì nel giorno di Natale del 2011, a Milano. Fiero partigiano, lo ricordiamo non solo per aver partecipato alla Seconda Guerra mondiale ed essere stato un grande socialista, ma anche per il suo essere ribelle, il forte carisma in un’Italia ormai reduce dalla globalizzazione.

Nel giorno di Natale del 2011 moriva a Milano Giorgio Bocca, giornalista dalla forte personalità, quasi specchio delle montagne cuneesi nelle quali era nato nel 1920. Una gioventù passata nello scenario scolastico della dittatura fascista, nel momento dell’armistizio dell’8 settembre ’43 scelse di salire in montagna per segnare la nascita della democrazia nei battaglioni partigiani che avevano in Duccio (Tancredi) Galimberti il riferimento intellettuale e ideale del loro impegno. Giorgio Bocca aveva un rapporto intenso ed ammirato con Genova. Ostinato intellettuale gli piacevano i silenzi e la concretezza agguerrita dei genovesi. Era l’aprile del 1973 quando Giorgio Bocca presentò a Genova la sua ricerca sulla vita di Palmiro Togliatti pubblicata dall’editore Laterza. Sulla copertina del libro campeggiava una nasuta caricatura del “Migliore” disegnata da Buckarin nota vittima di Stalin. Un libro ricco di clamorose rivelazioni, sui rapporti e sui misfatti politici che avevano alimentato la sua biografia, più spesso citata come florilegio di una autorità che certo aveva, ma non sempre al servizio dell’ideologia che lo proteggeva.

Non era stato il potente apparato del PCI a organizzare presso il teatrino di piazza Marsala la manifestazione, ma il circolo socialista” Giuseppe Canepa” di via XXV Aprile e nella sala a moderare l’incontro erano Roberto Oppezzi, segretario del gruppo giovani socialisti. Poche decine di persone, quasi tutti militanti del PSI ad ascoltare le innovative analisi con le quali Bocca aveva lacerato il velo di ipocrisie che ovattava il maggiore partito della sinistra italiano. Ma tra le poltrone di una sala buia erano seduti anche quei pochi comunisti che Bocca prediligeva: i compagni partigiani. La manifestazione si era potuta fare solo con la mediazione di Giorgio Gimelli, giovane partigiano, poi giornalista dell’Unità, consigliere comunale e protagonista nel luglio ’60 delle manifestazioni contro la possibile organizzazione a Genova del congresso del MSI. Con Gimelli c’era un folto gruppo di partigiani a cui poco interessava che sul “Togliatti” di Bocca fosse caduto l’ostracismo del partito: Bocca e Gimelli avevano un uguale spirito ribelle. Il primo impietoso anticomunista tratteggiava di Togliatti un ritratto che aprì la strada a valutazioni molto serie sul ruolo che le ambiguità del PCI avevano avuto nella storia italiana, il secondo, insofferente che molta autenticità della lotta partigiana fosse stata soffocata da mancanza di ideali, era lì a garantire solidarietà a Bocca.

Alla sera Bocca, a bordo di un taxi, solo, si trasferì incorso Gastaldi alla “casa dello studente” (famigerata per torture e violenze perpetrate contro uomini e donne che vi venivano rinchiusi negli anni della dittatura) per presentare il suo libro. Sala vuota, l’ordine era di non dialogare con un avversario impegnato a divulgare episodi del comunismo italiano che dovevano rimanere segreti. Tornava spesso Bocca a trovare gli amici partigiani. Faceva con loro puntate veloci a Varigotti dove venivano imbandite nella trattoria della partigiana “Piva” (nessuno conosceva il suo vero nome) allegre cene. A quei tavoli oltre a Gimelli sedevano i partigiani Cerboncini, Parodi detto Polvere, Elio Terribile, Olivari ed altri. Tornò ancora Bocca a Genova al tempo del terrorismo e nel momento delle battaglie scatenate da Paride Batini. Gli piaceva chiacchierare con Luigi Barillaro vice-console della Compagnia e membro del famoso collettivo che esaltava lo slogan “né con le BR né con lo Stato”.

“I califfi” (non “Sultani” come ha scritto qualcuno sul Secolo XIX) che monopolizzavano le banchine non gli piacevano, avevano logiche economiche deleterie, monopolistiche e lo aveva scritto. Alcuni giornalisti furono schiaffeggiati sulle banchine. Bocca aveva la forte abilità di “usare i ferri del mestiere” con grande serietà. In montagna non aveva avuto paura. Bastava per ottenere rispetto. Nel suo libro più autentico “Il Provinciale” consegna la sua ultima immagine mentre fa la pipì sulla neve: ricordiamolo così, beffardo, autentico. Aveva il vezzo ogni tanto di scrivere invettive contro i troppi cittadini che alla domenica invadevano le strade di Courmayeur a inquinare la purezza delle montagne. Si divertiva a raccontare la sua partecipazione ai cortei antifascisti nella Milano turbata da avvenimenti tragici. Furbescamente raccontava “Avevo il senso della guerriglia. Quando vedevo la polizia che circondava la folla, mi riparavo in qualche portone e mi veniva da sorridere vedendo Camilla Cederna che di azioni violente non era ammaestrata, beccarsi qualche manganellata sulla schiena”

È stato un riferimento intellettuale delle cronache di allora, quando la quotidianità durava nelle pagine della stampa per molte ore. Oggi, si combatte con il lampo informatico di qualche minuto e la riflessione sociale diventa sempre più ardua.

Matteo Lo Presti

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