Giuditta Levato, la contadina calabrese che morì per la sua terra  

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Foto: Il Riformista

Essere donne contadine, nella prima metà del ‘900, significava vivere in una condizione di esclusione, di marginalità e di silenzio imposto. In questo clima di sottomissione e di miseria si inserisce la figura di Giuditta Levato morta, perché credeva nella possibilità di un mondo migliore e, forse, per regalare una coscienza a chi non ne ha mai avuta una.

Negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, quando tutto il mondo tentava di ritrovare un po’ di pace, per la Calabria e tutto il Meridione si sono susseguiti anni di lotte e sconvolgimenti. Nell’ottobre del ’44 il ministro dell’agricoltura, il comunista calabrese Fausto Gullo (al governo nazionale era la coalizione antifascista formata da democristiani, socialisti e comunisti) emana alcuni decreti che mirano a migliorare le condizioni di vita dei contadini. I due decreti più importanti riguardano la ripartizione dei prodotti nei contratti di mezzadria e la concessione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini associati in cooperativa. Dopo l’emanazione di queste leggi, tuttavia, scoppiarono intense lotte per l’occupazione delle terre incolte e per ottenere quanto previsto dalla legge. Le battaglie, iniziate in quegli anni, sono state volute non soltanto dagli uomini, ma anche da molte donne, la cui voce è stata ancora più forte considerando che essere donne contadine, nella prima metà del ‘900, significava vivere in una condizione di esclusione, di marginalità e di silenzio imposto. In questo clima di sottomissione e di miseria si inserisce la figura di Giuditta Levato. Nata a Calabricata (all’epoca parte del comune di Albi, oggi di Sellia Marina) in provincia di Catanzaro, il 18 agosto 1915. I suoi genitori, Salvatore e Rosa, lavorano entrambi la terra. Giuditta trascorre le sue giornate dividendosi tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche. A 21 anni sposa Pietro Scumaci, anche lui contadino e diventa madre di due figli, ma lo scoppio della guerra costringe il marito a partire per il fronte, mentre Giuditta assume il ruolo del capofamiglia. Da quel momento in poi, vive per i figli, per la sua terra e con la speranza di rivedere presto il coniuge, sano e salvo. La guerra termina, Pietro ritorna a casa, la famiglia si riunisce e insieme desiderano ricominciare una vita tranquilla, lavorando e crescendo i loro figli, ma il momento idilliaco non dura a lungo. La serenità familiare viene presto sconvolta dalle lotte per le rivendicazioni sulle terre. I provvedimenti emanati dal ministro Gullo sono, infatti, fortemente ostacolati dai latifondisti calabresi che vedono nei nuovi proprietari contadini degli usurpatori. Questa situazione causa diversi scontri violenti in quasi tutto il Meridione e i primi conflitti calabresi scoppiano proprio a Calabretta nel 1946. Nel frattempo, Giuditta si iscrive al PCI dove, grazie al suo duro lavoro fa aprire nel suo paese la prima sezione del partito. Con estrema semplicità di linguaggio, parla ai braccianti del pensiero comunista come mezzo di liberazione degli uomini dal bisogno, dalle guerre e dallo sfruttamento dell’uomo. La mattina del 28 novembre, come ogni giorno, si reca nelle terre coltivate liberamente da lei e dai suoi compaesani. Gli agrari, però, continuano a non accettare il decreto e uno di loro, Piero Mazza, arriva per dare una lezione ai contadini. Gli animi si infuocarono rapidamente, la situazione precipita quando alcune donne tentano di scacciare, dai campi coltivati, una mandria di buoi di proprietà del latifondista Mazza, nel tentativo di salvare quanto seminato. All’improvviso parte una fucilata, del suo manovale, che colpisce in pieno l’addome Giuditta, la quale in grembo aveva una creatura quasi pronta a nascere. La donna cade a terra all’istante; sanguinante è portata prima a casa e poi in ospedale. Al suo capezzale arriva il Senatore Poerio al quale Giuditta affidò le sue ultime parole: “Io sono morta per loro, sono morta per tutti. Ho dato tutto alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza, ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che io sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangono, voglio che combattono, combattono per me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui ha tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata”.

Dopo aver pronunciato queste parole morì a soli 31 anni e con lei anche la creatura che portava in grembo. La Levato fu solo la prima vittima della lotta alla repressione agraria; poi la violenza dei padroni si estese nel ’47 a Petilia Policastro e nel ’49 a Melissa.

Nel dicembre 2004 l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa regionale intitolò, l’ex sala consiliare dell’organo regionale, a Giuditta Levato: “In omaggio ad una donna che è stata protagonista del suo tempo, ma soprattutto in omaggio a tutte le donne calabresi abituate a lavorare sodo e spesso in silenzio”.

A distanza di tanti anni, la sua memoria è ancora viva, la sua triste storia è un esempio per le nuove generazioni, così che la sua morte non è stata vana. Giuditta Levato è stata una donna coraggiosa, determinata, ma allo stesso tempo semplice e genuina. È morta per l’avidità e la prepotenza di uomini che, davanti a quei contadini e a quelle contadine, vedevano solo ostacoli da eliminare. È morta, perché credeva nella possibilità di un mondo migliore e, forse, per regalare una coscienza a chi non ne ha mai avuta una.