Gretta applicazione della legge…

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Stefano Musolino (Segretario MD) sul processo Lucano: “L’aggressione ai diritti fondamentali potrà essere ancora più incisiva e sempre più subdola. Costituire un fronte di resistenza costituzionale per la loro tutela, costituisce un obiettivo su cui Magistratura Democratica è coinvolta, ma consapevole dei suoi molti limiti chiede di farlo con tutti quelli che sentono l’urgenza di impegnarsi su questo fronte”.

Si è tenuta a  Reggio Calabria nei giorni 1 e 2 ottobre scorsi una ‘due giorni’ di studi e di riflessione dal titolo “Un mare di vergogna”, organizzata dall’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e da Magistratura Democratica. Ne abbiamo discusso con il Segretario nazionale di Md, il Procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Stefano Musolino, che ha concluso l’importante evento.

Dottor Musolino, “Un mare di vergogna” un titolo forte….

“Perché è fortissima la crisi della solidarietà in mare, nonostante la generosità di singole persone ed associazioni impegnati a issare fuori dall’acqua chi, altrimenti, sta per affogare: uomini, donne e soprattutto bambini, molti dei quali sappiamo, che giacciono in fondo al Canale di Sicilia. Come diceva un vecchio pescatore di Catona: ”A mari non c’è taverna”. Ma in questa due giorni, ovviamente, non abbiamo solo parlato di soccorsi, peraltro dovutissimi”.

Vediamo di approfondire allora.

“Quando affrontiamo la ‘crisi della solidarietà in mare’  è inevitabile tenere conto di tutta una serie di iniziative politiche, nazionali ed internazionali, sanzioni amministrative, che hanno annichilito la possibilità di portare aiuto in mare  a favore di soggetti economicamente svantaggiati che si trovano in una oggettiva condizione di bisogno e non di un bisogno qualsiasi, ma del bisogno essenziale di avere salva la propria vita. Obiettivo di queste politiche è stata l’azione di quei soggetti collettivi organizzati, che fanno della solidarietà il loro scopo e che vedono ostacolata, boicottata, intimidita questa loro vocazione che trova principio e fondamento nella tutela di diritti fondamentali non solo di quelli formalizzati in norme, ma prima ancora di quelli geneticamente innati nelle relazioni umane”.

Mi faccia capire: ci sarebbero strategie striscianti per imbrigliare norme fondamentali di diritto?

“Il quadro fosco che è emerso dalle parole che abbiamo ascoltato da molti interventi, purtroppo, è quello che vuole questa politica inibitoria che agisce in maniera occulta se non proprio subdola (penso alle sanzioni amministrative ed ai sequestri), consapevole delle enormità di queste scelte, della loro irriducibile disumanità. Ed agli stessi effetti, la narrazione mediatica perde una parte della narrazione di quello che accade in mare e l’opinione pubblica ha finito per introitare come ordinario e tutto sommato irrilevante il numero crescente di persone che muoiono in mare”.

Perché un gruppo di magistrati sente la necessità di avere una prospettiva altra sulla gestione dei flussi migratori?

“Quello della gestione dei flussi migratori si inserisce nel tema generale delle narrazioni oggi dominanti e della loro funzionalità ad anestetizzare la sensibilità sociale, secondo una logica che introduce sempre di più il criterio delle c.d. ego-libertà, quale principio cardine, regolare dei rapporti sociali; una sorta di imperativo per cui è giusto ed è buono, tutto quello che mi conviene. Un virus culturale che ci riguarda anche come magistrati perché finisce per intaccare i principi cardini della nostra Costituzione, quelli desumibili agli articoli 2 e 3 della Carta, che possono essere riassunti in questa affermazione che è insieme un onere individuale ed un sollecito collettivo: posso essere felice solo se lo sono anche gli altri”.

Ma torniamo alla domanda sul perché di questo convegno…

Siamo un gruppo di magistrati che tenta, lo sottolineo: tenta! Anzi, diciamolo meglio, si propone di interpretare il principio di indipendenza ed autonomia della magistratura non come un privilegio di casta, ma come uno strumento a garanzia della tutela dei diritti fondamentali. E che ritiene che i Padri Costituzionali abbiano previsto quella autonomia ed indipendenza perché erano consapevoli che il nucleo essenziale dei diritti fondamentali dell’individuo sacralizzati dalla Carta, dovevano resistere anche a provvisorie maggioranze parlamentari se li avessero messi in crisi. In relazione ed in funzione della tutela dei diritti fondamentali, allora, noi riteniamo che la magistratura abbia una funzione anti-maggioritaria”.

“Anti-maggioritaria, in che senso?

“Il senso di questo convegno è quello di offrire ai magistrati, ma l’ambizione in vero è a tutti i giuristi e a chi si occupa, si prende cura, di diritti di ampliare i loro orizzonti. Ed in particolare, per consentire a ciascun magistrato la possibilità di comprendere meglio la realtà in cui si innesta la specifica, singola vicenda che passa dallo specifico fascicolo chiamato a trattare, in qualche modo connesso ai flussi migratori, penale o civile che sia. Il rischio, altrimenti, è quello di ridurre la risposta di giustizia, il concreto esercizio della giurisdizione, in un giudizio in cui le indispensabili valutazioni tecnico-giuridiche sono svilite da un approccio burocratico e formalista, incapace di comprendere autenticamente la vicenda sottoposta al vaglio giurisdizionale”.

E invece voi puntate ad uno spettro più largo di valutazione?

“Noi crediamo che la riduzione della magistratura ad una casta burocratica chiusa in se stessa, metta in crisi il suo ruolo istituzionale e trasformi la sua indipendenza ed autonomia da valori posti in funzione del presidio e della tutela dei diritti fondamentali costituzionalmente non coercibili, ad inaccettabile privilegio che finisce per svilire quei diritti fondamentali che doveva tutelare, con l’alibi della gretta applicazione della legge, del tecnicismo formalista, inadatto a cogliere la reale posta in gioco nel concreto esercizio della giurisdizione”.

 Si riferisce forse a qualche episodio recente?

Questo rischio è ben presente in una vicenda attualissima. Ci confrontiamo oggi con una vicenda, evocata più volte nel corso dei lavori, quella della condanna di Mimmo Lucano e delle persone, impegnate con lui nella gestione dell’accoglienza dei migranti a Riace. Dentro la magistratura associata, alcuni gruppi hanno invocato interventi a tutela dei giudici di Locri, investiti dalle critiche per l’entità della pena. Non possiamo valutare una sentenza senza prima conoscerne le motivazioni. Ma possiamo interrogarci sulle ragioni per cui una sentenza suscita questo clamore. Ed abbiamo un dato oggettivo, da tutti verificabile: l’entità della pena; un elemento della decisione su cui ogni giudice esercita una discrezionalità che è anche figlia di una sensibilità valoriale. Una pena quella inflitta a Lucano, pari a quella comminata, a queste latitudini, per gravi reati di mafia”.

Mi  pare che lei stia dissentendo dal giudizio di primo grado sancito dai giudici del Tribunale di Locri..

“Io dico che dobbiamo prendere atto che, a prescindere dalla volontà dei giudici, per comprendere la quale dobbiamo attendere le motivazioni, la misura della pena è stata intesa nella percezione pubblica diffusa, sia quella che si è espressa in senso favorevole, sia quella che si è espressa in senso contrario agli imputati, come una condanna inflitta non solo a loro, agli imputati, ma all’intero sistema di accoglienza, organizzato a Riace. A questo, dunque, una parte dell’opinione pubblica si è ribellata. Vi è, infatti, una parte dell’opinione pubblica che riconosce in quel sistema di accoglienza una modalità innovativa, avanzata, da prendere a modello, anche se singole persone ne hanno abusato ed hanno commesso reati. Il messaggio proveniente da una parte dell’opinione pubblica sembra essere: potete condannare le persone, ma una pena di una tale portata finisce per condannare un modello di accoglienza”.

Quindi lei non concorda con quei suoi colleghi che hanno richiesto l’intervento dell’ANM a tutela dell’operato dei magistrati di Locri?

“A scanso di equivoci, dico che la richiesta di interventi dell’ANM a tutela di una siffatta sentenza che mostra di non comprendere le ragioni di queste reazioni, accresce la percezione pubblica di una magistratura chiusa, auto-percepita come casta sacerdotale che tutela i suoi riti e le sue pronunce, non si interroga sugli inevitabili effetti sociali dei suoi provvedimenti e, perciò, non ne tollera le critiche, sollevando l’alibi del tecnicismo; l’ombra del giudice bocca della legge, così amato da certa politica securitaria ed a tutela dei poteri economici dominanti”.

Una visione diametralmente opposta con quanto emerso nel Convegno..

“Esatto. L’opposto dello spirito di questo convegno che ha avuto l’ambizione, speriamo colta almeno in parte, di mettere la magistratura a confronto con una realtà complessa e per larghi aspetti finita in un cono d’ombra in cui i diritti fondamentali delle persone sono gravemente aggrediti. Non lo facciamo con un atteggiamento di saccenza o di superiorità, ma nella consapevolezza che metterci a confronto con queste problematiche ci rende più responsabili e rende meno giustificabili i nostri errori che – ahimè! – continueremo a fare.  Siamo convinti che,  con queste nuove consapevolezze, potremmo svolgere il nostro lavoro che a volte, limitando la libertà delle persone e determinando la sorte di diritti personalissimi, ci può fare sentire dotati di una speciale superiorità umana, con una prossimità alle vicende ed una umiltà cognitiva che costituisce un efficace antidoto ed un buon viatico per l’esercizio della giurisdizione attento alla tutela dei diritti fondamentali”.

Ma il futuro lei, di che colore lo vede? 

“Le prospettive, purtroppo, non sono rosee. L’aggressione ai diritti fondamentali potrà essere ancora più incisiva e sempre più subdola. Costituire un fronte di resistenza costituzionale per la loro tutela, costituisce un obiettivo su cui Magistratura Democratica è coinvolta, ma consapevole dei suoi molti limiti chiede di farlo con tutti quelli che sentono l’urgenza di impegnarsi su questo fronte”.

Filippo Diano