Guanto di ferro e guanto di velluto…

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La moglie di Di Bari indagata per “caporalato” in provincia di Foggia. Di Bari è stato dunque “controllore” e “controllato”, intransigente e col pugno di ferro con gli altri, sordo muto e cieco (come le tre scimmiette sul comò) in casa propria.

Chi di spada ferisce, di spada (prima o poi) …perisce. Anche per il prefetto Michele Di Bari i “nodi” sono finalmente arrivati al pettine. Per colpa della moglie (indagata in un’inchiesta sullo sfruttamento dei migranti e sul caporalato in provincia di Foggia, e per questo destinataria della misura dell’obbligo di dimora…, innocente fino a prova del contrario…), si dirà, ma certamente, diciamolo, anche per non aver esercitato nell’ambito famigliare quella “vigilanza” cui era chiamato dal prestigioso incarico di “Direttore del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione” del Viminale. Al Ministero dell’Interno Di Bari vi era arrivato, da Prefetto di Reggio, nel 2019 per, riteniamo…”meriti acquisiti sul campo”; “braccio armato” prima del ministro calabrese Marco Minniti (distintosi per una caterva di scioglimenti di Asp – Vibo e Reggio – e consigli comunali “infiltrati”, l’accusa a volte senza uno straccio di prova ma sul presupposto del “condizionamento ambientale”, di ‘ndrangheta, addirittura cinque in un solo mese estivo e per aver “istituito” nell’androne del palazzo del Governo in Piazza Italia il “registro dell’antimafia”, primo firmatario con squilli di tromba proprio Minniti, al quale dovevano “genuflettersi” i sindaci della nostra provincia) e poi del suo successore Matteo Salvini, si era distinto per l’accanimento contro l’ex sindaco di Riace e il suo modello di accoglienza e integrazione. Fu Salvini, completata (con azioni e attività ispettive sul filo della legalità, che meritano approfondimenti, perché non è finita qui, nonostante la scandalosa “sentenza politica” del Tribunale di Locri, che ha considerato Lucano, senza un minimo di vergogna per l’enormità della pena, alla stregua dei peggiori boss di mafia…) l’opera di delegittimazione (iniziata dall’altro “collega”) di un’esperienza che continua a riscuotere apprezzamento nel mondo, a “promuovere” Di Bari, insediandolo addirittura a responsabile di un settore delicatissimo del Viminale. Di Bari è stato dunque “controllore” e “controllato”, intransigente e col pugno di ferro con gli altri, sordo muto e cieco (come le tre scimmiette sul comò) in casa propria. Le dimissioni sono state un atto inevitabile, per non costringere la Lamorgese – una carriera prefettizia alle spalle, come Di Bari insomma… – a rimuoverlo con suo grande dispiacere. Lo avrebbe dovuto fare all’atto del suo insediamento, per la “figura opaca” di Di Bari, per il suo “passato” alla guida della Prefettura di Reggio, i suoi “misfatti”: non c’è solo Riace a pesare sulla “coscienza” (se ne ha una, al di la dello sterminato egocentrismo, tanto da meritarsi il titolo di “pavone”…) dell’alto (e tondo) funzionario di Stato ma anche le vergognose vicende della baraccopoli di S. Ferdinando (è ancora lì…) dove, dilaniata dalle fiamme, trovò la morte Becky Moses, il cui nome è strettamente collegato al “caso Riace”. Rinnoviamo la richiesta (e se non avremo ancora risposte, la inoltreremo con una pec…) alla Procura della Repubblica di Palmi: esiste un fascicolo d’indagine (e in caso positivo, con imputati?) su quel drammatico incendio che causò il decesso della giovane donna di colore “denegata” a Riace e costretta a scappare nell’”inferno” di San Ferdinando? Noi, sia chiaro, non ci fermeremo nel nostro dovere di informare l’opinione pubblica. Non è, sia ben chiaro, una minaccia a chicchessia, ma un impegno civile al quale non possiamo (e non intendiamo) sottrarci.