I Calabresi offesi da Zalone, ma non per la carenze dei loro diritti

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Mercoledì sera, un grandissimo Zalone! Io, non guardando, dopo Dalida,  quel simulacro inverso che è Sanremo dove, ogni anno, anime perdute e disperse si rispecchiano a trovare il proprio io egoista, dopo i fastidiosi rumori letti qua e là, ho cercato e sentito il dir di Zalone, che è un grande nello sputtanare le ipocrisie delle persone da bene e a modo…di giorno e quando nessuno li vede, però! Questa spocchiosa Calabria, che grida contro Zalone per il ferito onor, sempre prona e muta perché è un’anima dentro un corpo robotico… Che tace sempre, finché il parlar non serva a rimarcar un mutismo di maniera.

Negli ultimi 40 anni, i Calabri, hanno accettato e promosso di tutto. In silenzio, quando conveniva, per portare a casa il pacco di pasta. Hanno, storicamente, acconsentito per le uccisioni di chi appariva un po’ strano… Perché questi li rimproveravano dei loro silenzi, parlando, da soli, per lor tutti. Hanno accettato, nella logica della Tribù sperduta, ogni cosa: che li si privasse dei servizi essenziali, delle infrastrutture, della sanità, del senso dell’appartenenza. Basta che ci sia il pacco di basta e, poi, si vedrà! Quale miglior cosa, per Zalone, localizzare, qui, la sua strepitosa favola che parla di ogni miseria e fobia umana nell’epoca dei super computer e all’interno di un’ignoranza abissale? A ben guardare, Lui, pugliese, ha riportato in Calabria ciò che “la Sposa”  aveva portato in Puglia. In fondo, sempre di allegoria, per chi sa leggere, si tratta: Lui, anti-razzista, ridicolizza, con grande sagacia, i luoghi comuni che infettano di perbenismo becero l’Italia del fare solo per sè, però, fregandosene degli altri.  Nel piagnocolio da libro cuore de “La Sposa” è passato il messaggio di una Terra inesorabilmente persa, che è fuggita dal medioevo biblico ai mostri giorni senza soluzioni di continuità se, nel 1967, “si compravano e si vendevano le ragazze Calabresi, nelle campagne e bei paesi e il sensale se li portava in giro a piazzarle…”

Santo Gioffrè