Il Gesuita Beato Di Bovalino

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Camillo Costanzo di Bovalino, è stato un uomo di grande cultura classica e umanistica, che ha devoluto tutto il suo sapere all’unica causa che l’ha interessato: portare il Vangelo nei popoli orientali. Nell’autunno del 1622, viene arso vivo, in Giappone, lui muore cantando lodi al Signore, diventando un vero martire della coerenza e della fede e, il 7 luglio 1867, viene beatificato da Papa Pio IX. Il 15 settembre 2022 ricorrerà il quattrocentesimo anniversario del suo martirio. Da non credente, auspico che il Vescovo della diocesi e il Comune di Bovalino ricordino questo grande personaggio calabrese, non dico con un monumento come hanno fatto i cittadini di Hirando, e come sarebbe giusto, ma almeno con una cerimonia solenne.

Pasquino Crupi, con lapidaria sintesi, definì il Cinquecento calabrese: il secolo “senza pane e senza pace”. Infatti, assieme al secolo successivo, il Seicento, fu forse il più terribile della sua disastrata storia di sempre. Furono entrambi, secoli di continue ondate di assalti pirateschi, alle quali si aggiungevano la miseria, la fame, le pestilenze, i continui terremoti, le persecuzioni feudali, il vagabondaggio figlio della miseria e il brigantaggio. A tutto ciò si aggiunse la tirannia feroce dei Viceré spagnoli e quella della religione corrotta e ipocrita che, con la scusa di combattere l’eresia, commise delitti e stragi; come quella della cacciata con la forza degli ebrei dal regno e le stragi contro i valdesi nel cosentino. Una feroce carestia pervase la regione per un lunghissimo periodo. Gabriele Barrio storico e umanista parla di carestie, di alluvioni, di terribili nevicate e li chiama “flagelli dell’ira divina”. Tuttavia, anche in queste terribili condizioni, la Calabria seppe dare al mondo alcuni suoi figli che si distinsero nei vari campi del sapere, dell’arte, del pensiero e della spiritualità. Tra il ‘500 e il ‘600, nacquero e si distinsero: Tommaso Campanella, uno dei giganti del pensiero e della poesia dell’epoca, Mattia Preti, pittore tra i maggiori del suo tempo, Bernardino Telesio filosofo, caposcuola del pensiero moderno, Paolo Piromalli, arcivescovo in Armenia, autore del vocabolario in lingua armena, studioso di medicina e traduttore di libri sacri, Aulo Giano Parrasio, poeta filologo e umanista, fondatore dell’Accademia Cosentina, e due gesuiti calabresi, entrambi martiri ed entrambi beati, entrambi arsi sul rogo nell’autunno del 1622 in Giappone: Pietro Paolo Navarro di Laino Borgo e Camillo Costanzo di Bovalino. Quest’anno ricorre il quattrocentesimo anniversario della loro barbara morte.  

Di Camillo Costanzo sappiamo molto di più dopo la magnifica ricerca di Padre Stefano De Fiores, studioso e ricercatore insigne che con il volume “Il beato Camillo Costanzo di Bovalino” ha rivelato passaggi della vita del gesuita ancora sconosciuti. Ma soprattutto ha scovato presso l’Archivio romano della Compagnia di Gesù, 17 lettere autografe inedite del beato, alcune scritte in portoghese, altre in latino altre ancora in italiano, che rivelano momenti sconosciuti della sua vita, che testimoniano la grandezza del suo carattere, temprato ancor di più dalla disciplina austera del suo ordine religioso e, nello stesso tempo, dalla pietas evangelica del missionario e di una forte volontà di conoscere le realtà, le lingue e anche le religioni dei popoli ai quali portava il nuovo verbo, dimostrando il profondo desiderio di conoscenza anche al di fuori del suo mandato missionario. In fondo è proprio in quel tempo che nasce la transculturalità, cioè la reciproca influenza di culture diverse. È vero che ciò era successo anche prima, basti ricordare Marco Polo con la scoperta di nuovi mondi, Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Vasco de Gama e tanti altri, ma costoro imposero solo la loro cultura agli altri; lo scambio culturale avvenuto con le missioni e di ben altro tipo; ad esempio Camillo Costanzo ha imparato le lingue orientali per poter predicare in giapponese o in cinese, per convertire la gente di quei luoghi; ha studiato e compreso le religioni più importanti del popolo giapponese, soprattutto il buddismo e il confucianesimo: Ha scritto 12 opere, cinque delle quali su queste religioni, titolate: Summulae, e il trattato La differenza in cui “mostra che Dio, gli angeli e l’anima sono intesi in modo diverso dal Buppo del sapiente Sciaca e dai cristiani”. Volumi stampati assieme ad altri e purtroppo non pervenuti a noi, ma di cui abbiamo conoscenza perché citate nelle sue lettere. Scriveva con la massima facilità in latino, in portoghese ed in giapponese.  

. “…Solo p. Camillo Costanzo ha vinto la difficoltà e leggendo i libri delle sette giapponiche, ha ridotto la confusissima ed insana dottrina loro a metodo, perché tosto si possa sapere, e rifiutare”.  Uomo di grande cultura classica e umanistica. Ha devoluto tutto il suo sapere all’unica causa che l’ha interessato: portare il Vangelo nei popoli orientali. “la prima nota della spiritualità del beato Camillo è costituita dall’atteggiamento mistico nei riguardi di Dio – 

Padre Camillo dopo essere fuggito dal Giappone nel 1614, su sollecitazione dei superiori perché era a rischio di morte, torna a Macao in Cina, dove era sbarcato la prima volta, ma nel 1621 torna in Giappone, sbarca da clandestino vestito da militare, ma viene riconosciuto e viene denunciato alle autorità. Viene processato e condannato al rogo nell’isola di Hirando. Chiude l’ultima lettera, destinata al rettore del collegio di Nagasaki, con i versi del grande poeta italiano Francesco Petrarca: un bel morir tutta la vita honora. La sentenza di morte sul rogo arriva dopo alcuni giorni. Il missionario viene portato sulla piazza dove è pronta la catasta. Viene arso vivo. Lui risponde cantando lodi al Signore. Morire per un ideale così alto lo rende un vero martire della coerenza e della fede. Il 7 luglio 1867 è beatificato dal papa Pio IX. Nel 1990, i cristiani giapponesi dell’isola di Hirando hanno edificato un monumento in suo onore, meta di frequenti pellegrinaggi, anche dall’Europa. Il 15 settembre 2022 ricorre il quattrocentesimo anniversario del suo martirio. Da non credente, auspico che il Vescovo della diocesi e il Comune di Bovalino ricordino questo grande personaggio calabrese, non dico con un monumento come hanno fatto i cittadini di Hirando, e come sarebbe giusto, ma almeno con una cerimonia solenne. Ma, a dire la verità, non sono molto ottimista. 

Fortunato Nocera