Il Ponte e lo Stretto

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La necessità di realizzare un collegamento stabile tra la Sicilia e il Continente è stata sancita in modo ufficiale, per la prima volta, nel 1971 dalla Legge n. 1158 che definiva l’opera “di prevalente interesse nazionale”. Negli anni successivi, l’importanza strategica dell’opera è stata più volte ribadita ritenendola indispensabile, tra l’altro, per il rilancio dell’economia, dello sviluppo e la promozione di un grande polo metropolitano dello Stretto. Riconsiderati nel contesto trasportistico e socio-economico attuale, ulteriormente colpito dall’emergenza sanitaria, tali motivazioni mantengono una rinnovata e rafforzata validità.

Il collegamento stabile tra le due regioni, che è oggi una delle connessioni mancanti nella rete delle grandi direttrici europee, permetterà il superamento di una “strozzatura” cronica e storica che impedisce un efficiente e sicuro sistema di collegamenti tra Sicilia e continente.

Il conseguente aumento dei flussi e la razionalizzazione dei trasporti e dei servizi contribuiranno a consolidare il tessuto produttivo dell’intera area e promuoveranno un consistente sviluppo turistico rilanciando la vocazione storica di luoghi unici al mondo per bellezze naturali e patrimonio storico e culturale. In tale ottica, il Ponte potrebbe favorire il rilancio dell’economia e della società siciliana, calabrese e, più in generale meridionale.

Un rilancio del Sud? Serve uno stimolo deciso

Senza un rilancio del “Sud” sotto il profilo occupazionale, economico e, soprattutto, infrastrutturale sembra difficile immaginare una ripresa sostanziale e duratura dell’economia italiana.

La Sicilia e la Calabria, infatti, si trovano al centro di un sistema di scambi tra Europa e il nord dell’Africa e sempre di più saranno crocevia di grandi flussi di uomini, di merci e di cultura. Tuttavia, appare difficile, senza uno stimolo deciso, che Sicilia e Calabria possano trovare energie ed economie sufficienti per svolgere pienamente il ruolo strategico che posizione geografica e storia le assicurerebbero.

È noto che la dotazione infrastrutturale influisce, in via diretta o indiretta, sulla produttività, sul reddito e sull’occupazione di un territorio, le carenze di dotazione infrastrutturale o il cattivo funzionamento delle infrastrutture esistenti costituiscono di fatto un freno allo sviluppo economico di un’area.

Non si può, inoltre, prescindere dalle ricadute che una tale opera avrebbe sulla ricerca scientifica, in questo caso legata alle tecnologie e tecniche costruttive. L’alto contenuto tecnologico del progetto Ponte e la dimensione dell’intervento lasciano prefigurare un importante valore aggiunto in termini di know-how e di sviluppo di materiali innovativi. Si tratta di fenomeni già registrati in altri paesi interessati dalla costruzione di grandi ponti e infrastrutture.

Le incognite del Ponte sullo Stretto

Senza entrare nel merito degli aspetti progettuali, che pure presentano ancora problematiche da approfondire, certamente è indispensabile partire dal progetto esistente che indubbiamente rappresenta la soluzione più avanzata e tecnicamente approfondita.

Ripartire praticamente da zero per verificare la fattibilità tecnica di un’ipotesi, che come evidenziato dalla stessa commissione ministeriale, presenta numerose incognite legate alle caratteristiche sismiche, geofisiche, geotecniche, geologiche e fluidodinamiche del sito, potrebbe rivelarsi un clamoroso errore oltre che uno spreco di denaro a fronte degli oltre 350 milioni spesi per il progetto esistente per il quale rimangono, tuttavia, diversi nodi da sciogliere, che riguardano aspetti economici, organizzativi, di compatibilità urbanistica e di mantenimento di accettabili condizioni di vivibilità nella fase di cantierizzazione e realizzazione dell’opera, la sfera paesistica e ambientale, sociale e culturale, nonché di sviluppo sostenibile.

Anche da un punto di vista puramente trasportistico permangono alcune criticità; infatti, la realizzazione del Ponte non appare sufficiente alla creazione di quell’area dello Stretto che può rappresentare una grande occasione di sviluppo e, senza un decisivo potenziamento del sistema dei trasporti dello Stretto, il rischio che si corre è quello di un definitivo tracollo civile ed economico delle città che sarebbero scavalcate dal Ponte. Tale rafforzamento dovrà rispondere, ovviamente, a criteri di sostenibilità privilegiando il trasporto pubblico nel quadro di un sistema integrato di mobilità tra le due sponde rappresentando un potente fattore di accelerazione per la definitiva riconfigurazione delle città di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Messina in una metropoli dello Stretto.

È evidente quindi la necessità di un complessivo piano di ridisegno urbanistico dei territori interessati, attivando una molteplicità di operazioni che non mirino esclusivamente a mitigare gli impatti ambientali, ma tengano conto delle esigenze di sviluppo del territorio e contribuiscano a proiettare, sull’intera area dello Stretto, i benefici connessi alla presenza dell’opera fino a coinvolgere l’insieme delle relazioni che legano le due sponde dello Stretto in un disegno metropolitano.

È noto come la costruzione di grandi opere e l’attuazione d’importanti eventi entrino nel gioco delle trasformazioni di un territorio non in modo passivo ma come input di una strategia di sviluppo più complessa, in modo da trasformare la costruzione del Ponte in un’occasione di ripensamento urbano che consenta finalmente di disegnare non una nuova città metropolitana ma un nuovo “centro” per l’intero Mediterraneo.

Giovanni Leonardi

Docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria