Il prode Morra colpisce ancora

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Mimmo Gangemi: “Solidarietà ad Armando Veneto, un galantuomo irripetibile, maestro e  amico”. Sulla condanna dell’avvocato Armando Veneto per la presunta corruzione di un magistrato, il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Nicola Morra, scrive: “In Italia è difficile avere fiducia nella giustizia. Ma in Calabria di più. E Roma fa finta di non vedere…”. Il prode Morra dev’essere andato a scuola da quei procuratori e sostituti procuratori della Repubblica, che nelle roboanti conferenze stampa, sancivano una colpevolezza che in seguito i riscontri processuali smentivano in buona parte.

A chiusura di un post su Facebook sulla condanna dell’avvocato Armando Veneto per la presunta corruzione di un magistrato, il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia – Presidente inutile di una Commissione inutile – scrive: “In Italia è difficile avere fiducia nella giustizia. Ma in Calabria di più. E Roma fa finta di non vedere…”. Se non avessi letto il contesto, sarei il primo a metterci la firma, stringerei idealmente la mano a Nicola Morra per essersi illuminato sulla via di Damasco, per aver abbracciato il garantismo, la democrazia e lo Stato di diritto, per aver acquisito consapevolezza che bisogna riallineare i binari in modo da far marciare diritta la locomotiva della giustizia, in modo da riportarla all’asciutto dal pantano nel quale è precipitata. Ma il prode Morra intende ben altro, allude al contrario, allude alla difficoltà di credere alla giustizia proprio perché, specialmente nelle zone più a rischio, di frontiera, come la Calabria, si verificano simili commistioni tra avvocati che provano a corrompere i giudici e giudici che porgono nascosta la mano a prendere l’obolo. Becero giustizialismo insomma se, piuttosto che attendere la conclusione dei tre gradi processuali, dà per scontata la colpevolezza già dopo il primo, dimenticando che sul punto la Costituzione – quella che a parole osanniamo la più bella del mondo e che nei fatti trattiamo da carta da cesso – all’articolo 27 prevede la non colpevolezza fino alla condanna definitiva.

Il prode Morra dev’essere andato a scuola da quei procuratori e sostituti procuratori della Repubblica, pochissimi e tuttavia microfonati e incidenti, che nelle roboanti conferenze stampa – per fortuna, ora vietate – anticipavano di fatto un giudizio che non apparteneva loro, sancivano una colpevolezza che in seguito i riscontri processuali smentivano in buona parte, scoperchiando una marea di vittime, immolate spesso alla vanità e al carrierismo – anche con l’avallo di certa stampa prostituita, quella che, nel riportare i riscontri di una sentenza, sempre attacca il pezzo con “regge l’impianto accusatorio della Procura…”, fa cioè finta di non avvedersi degli innocenti emersi, maltrattati con il carcere, con la vergogna e con tant’altro e di solito più numerosi dei colpevoli condannati.

La questione è che, per quanto uno si sforzi, non riesce ad andare contro natura. E Morra è così, bisogna prenderne atto, accettarlo, rassegnarsi all’abisso scavato rispetto ai politici di una volta, battersi il petto per averlo eletto in Calabria, dato che ci ricambia offrendoci tutti delinquenti. Se si è di spirito, conviene riderci su – una risata tra le tante causate, quando affermò che il Presidente Mattarella “proviene simbolicamente da una tradizione che in relazione alla mafia ha tanto da chiarire e farsi perdonare”; detto di Piersanti Mattarella ucciso su ordine di Totò Riina! Da riderci su, se non c’è da piangere come nel caso delle dichiarazioni sulla compianta Jole Santelli, “Era noto a tutti che la Presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica… Se però questo ai calabresi è piaciuto, è la democrazia, ognuno dev’essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, perché sei grande e grosso”. Mah! 

Detto questo, nessun familiare che gli consigli la saggezza del silenzio?

Il problema è che, a scrutare nei due rami del Parlamento, c’è da farsi assalire dallo sconforto, c’è da far propria la pubblicità di Carosello, laddove uno diceva “fermate il mondo, voglio scendere”. E qui sorge spontanea la seconda domanda: perché un gruppo parlamentare, di quelli con un numero decente di onorevoli qualificati, non avanza una proposta di legge che preveda un quoziente intellettivo minimo per poter essere eletti rappresentanti della nazione? Oh, non alto, il quoziente. Non sarebbe democratico. Ecco, ne andrebbe bene uno che rasenti la sufficienza, il cinque e mezzo che lasciava la bocca agrodolce a scuola

Tornando all’avvocato Veneto, s’è sollevata dall’intera nazione, assieme alla stima nei suoi confronti, la certezza che l’appello ne sancirà l’innocenza, peraltro già emersa nel 2014. Mi aggiungo al coro unanime. Solidarietà a un galantuomo irripetibile, Maestro, amico. E anche garantista e con un nome troppo illustre, per la carriera luminosissima, in tempi nei quali colpire in alto consente visibilità e stellette – non è il primo caso, non sarà l’ultimo.