Galileo Violini
Recenti iniziative del Governo seguono una logica difficile da decifrare. Poche settimane fa si è proposto di abbassare a quattordici anni l’età dell’imputabilità, sostenendo che un adolescente sia sufficientemente maturo per rispondere penalmente delle proprie azioni. Poi si è ipotizzato di limitare il ricorso al carcere per i detenuti ultrasettantenni, attribuendo all’età avanzata un valore decisivo nell’esecuzione della pena. Se a quattordici anni si può essere considerati responsabili davanti alla legge,risulta difficile comprendere, nello stesso tempo, perché per gli anziani questa responsabilità si attenui di forma automatica, per quanto attiene all’esecuzione della pena.
Nel frattempo, di fronte alle difficoltà scolastiche di molti ragazzi di seconda generazione, al ministro dell’Istruzione è venuto in mente di imporre corsi di italiano ai genitori dei bambini che presentano problemi di rendimento. È una misura che solleva non soltanto interrogativi sulla sua efficacia, ma anche sulla sua compatibilità con i principi costituzionali e con una concezione moderna della responsabilità educativa. Considerando i risultati delle prove PISA, verrebbe da chiedere al ministro Valditara se non sia altrettanto opportuno imporre corsi serali anche a genitori di «pura stirpe italica».
Naturalmente, qualsiasi proposta può essere discussa nel merito. La questione diventa però diversa quando si considerano queste bizzarre iniziative nel loro insieme e le si confronta con i problemi reali del Paese. È allora che emerge una domanda sulla coerenza della visione dello Stato che le ispira.
Ma perché queste iniziative arrivano proprio oggi?
I fatti che hanno motivato alcune di queste proposte non sono fatti di cronaca delle ultime settimane. Se davvero esisteva un’urgenza normativa – e non esisteva, semplicemente si sono seguite le emozioni del giorno, ma i casi concreti sarebbero di poche unità – perché il Governo non è intervenuto prima, approfittando della sua durata record?
La risposta, probabilmente, non va cercata nei tribunali o nella scuola. Va cercata nella politica.
L’ascesa di Roberto Vannacci sta modificando gli equilibri del centrodestra. Futuro Nazionale è nato poco più di sei mesi fa e la sua crescita nelle intenzioni di voto è evidente
La prospettiva che possa raggiungere un consenso a due cifre è reale. Un’estraplazione assumendo una logistica rallentata a partire da agosto indicherebbe che ad aprile FN raggiungerebbe l’11.4% e ad ottobre l’11.8.
Se il rallentamento dovesse cominciare più in là nel tempo la differenza tra ottobre ed aprile potrebbe essere maggiore e anche una meta del 14-15% per ottobre 2027 sarebbe possibile. Esorcizzarla sostenendo che queste intenzioni potrebbero non trovare conferma nelle urne rischia di rivelarsi soltanto wishful thinking.
Questo obbliga i partiti della coalizione a interrogarsi sul proprio futuro. Se la tendenza continuerà, Forza Italia e Lega rischiano di diventare semplicemente i partiti di coloro che non hanno aderito a FN, condizione che eventualmente li condurrebbe a un’alleanza con Vannacci da posizioni di estrema debolezza. Il futuro della Lega potrebbe essere un ritorno alle sue origini settentrionali; quello di Forza Italia è più difficile da prevedere.
Ma chi più di tutti deve interrogarsi sul proprio futuro è Fratelli d’Italia.
Una politica fatta di provvedimenti capaci di parlare allo stesso elettorato di Vannacci, senza affrontare la questione decisiva del rapporto da costruire con lui, non pare sostenibile ancora a lungo e rischia di rivelarsi strategicamente inefficace.
Chi considera Vannacci il punto di riferimento della destra difficilmente cambierà idea per qualche «tardiva» modifica legislativa. Allo stesso tempo, gli elettori più moderati possono interpretare questi provvedimenti come il segnale di uno spostamento progressivo della coalizione verso posizioni sempre più radicali. Il risultato potrebbe essere quello di scontentare entrambe le componenti, senza bloccare il flusso di elettori che si stanno orientando verso Vannacci.
Io ritengo che Roberto Vannacci rappresenti un pericolo per la democrazia italiana. Non perché sostenga idee genericamente di destra, cosa pienamente legittima in un sistema democratico, ma perché propone una visione della politica fondata sulla contrapposizione permanente, sulla ricerca dello scontro e sulla radicalizzazione del dibattito pubblico. E, nel perseguire questo obiettivo, presenta proposte che considero incompatibili con il nostro sistema costituzionale.
Che lo si definisca neofascismo da contrastare attraverso gli strumenti previsti dalla legge o che lo si consideri una nuova forma di destra estrema, la questione fondamentale non cambia. Una democrazia vive del confronto tra idee diverse; si indebolisce quando la polarizzazione diventa il principale criterio dell’azione politica.
Per questo il dilemma di Giorgia Meloni non riguarda piccole riforme nella giustizia o nell’educazione. Riguarda il futuro del centrodestra.
Le alternative sono due.
La prima consiste nell’accettare un’alleanza con Vannacci, assumendosi però il rischio di perdere parte dell’elettorato moderato di Forza Italia e di trasformare profondamente l’identità della coalizione. Spinte in questa direzione esistono, ma è difficile prevederne l’esito. La speranza di Cirielli che tutto possa ridursi all’attribuzione a FN di un ministero, nel quale realizzare programmi concordati con gli altri partiti, potrebbe scontrarsi con un rapporto di forze che permetterebbe a Vannacci di porre le proprie condizioni.
La seconda consiste nell’anticipare le elezioni, nell’attuale quadro politico, prima che Vannacci diventi un interlocutore inevitabile.
Non esiste una terza strada fatta di piccoli provvedimenti destinati semplicemente a rinviare il problema.
La storia insegna che arriva sempre il momento in cui le decisioni non possono più essere rimandate. Non penso, naturalmente, all’«ora delle decisioni irrevocabili» del discorso di Mussolini del 10 giugno 1940: sarebbe un riferimento storico fin troppo familiare a Fratelli d’Italia. Penso invece a Giulio Cesare che, una volta giunto sulle rive del Rubicone, comprese che l’indecisione non era più possibile. Attraversarlo significava assumersi la responsabilità delle conseguenze; fermarsi significava rinunciare all’iniziativa.
Anche Giorgia Meloni è arrivata al suo Rubicone.
Continuare con misure parziali e contraddittorie può forse farle guadagnare qualche mese. Le ha già permesso di avvicinarsi a diventare il governo più longevo della Repubblica, ma non cambierà la realtà politica.
Prima o poi dovrà scegliere: puntare a costruire il futuro del centrodestra insieme a Vannacci oppure cercare di impedirgli di raggiungere una centralità definitiva, andando al voto prima che il suo peso diventi decisivo.
Pare che voglia aspettare aprile. Ma ad aprile FN potrebbe avere già valicato la soglia simbolica del 10 per cento, collocandosi probabilmente tra l’11 e il 12 per cento. A quel punto, il problema potrebbe non essere più facilmente gestibile.
È una scelta che nessuna leggina potrà sostituire.
Cento anni fa, l’esitazione e la sottovalutazione della marcia su Roma contribuirono ad aprire il cammino al ventennio fascista. Il caso di oggi è naturalmente diverso e l’analogia va maneggiata con cautela. È soprattutto la metafora di Cesare a essere pertinente: il Rubicone rappresenta il momento in cui una scelta non può più essere rinviata senza che il rinvio stesso diventi una scelta.
Proprio la storia insegna, però, che la sottovalutazione dei cambiamenti politici può produrre conseguenze che, una volta manifestatesi pienamente, diventano impossibili da governare.

