Il Sud ha il cuore lontano

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Il Sud è la terra delle valigie sempre pronte che hanno assaggiato piroscafi bui, treni di terza classe, macchine stipate, è una umanità in travaglio e transumanza. Il Sud è stato un padre che partendo si è lasciato dietro un “ti scriverò”, è stato una madre che si è seduta sul bordo del letto e i suoi figli di sposa bambina le si sono cinti intorno come un cerchio di fate. Il Sud è ora figli e figlie, insieme, a ripercorrere passi che hanno lasciato orme profonde su una strada che continua a essere l’unica possibile, a scoprire ancora cosa sia la lontananza, la nostalgia, la solitudine, la condizione di un emigrato.

 C’era un sapere indigeno nelle catene montuose intorno al Mediterraneo che spianava falesie e piantava vigne sopra le cascate, costruiva giardini da un basso che non aveva niente al di sopra, che non riconosceva niente al di sopra. Il popolo del miele erigeva armacie perfette. Indistruttibili. Resteranno per sempre, se qualcuno non gli farà il dispetto di smontarle pietra dopo pietra. Milioni e milioni di api operaie hanno fasciato cime per millenni: vestendole come donne, cingendone il ventre, accarezzandone i seni, lisciandone i fianchi. Bellezze debordanti in cui coltivare l’ulivo, la vite, il granturco, la segale. Dopo aver lavorato, i contadini si sfregavano le mani con forza per ridare alla terra la terra dei loro palmi capienti. Puntavano lo sguardo sugli ulivi giganteschi che li proteggevano dal sole con la forza di tutta la loro stirpe passata, che li aveva piantati, e ogni discendente di volta in volta aveva sostituito gli alberi caduti, vite preziose: dalla semenza dei morti la rinascita, una vita per una vita. Poi venne il tempo in cui padri e madri, invece, di preparare i figli alla successione nella cura, li prepararono alla partenza, gli consegnarono un po’ di soldi e la loro benedizione. Il cuore dei figli si cosparse di sale: il padre aveva le fattezze di un idolo, la madre era Persefone in un thiasos di Nereidi, la perfezione di una dea fotografata dalle tessere del più geniale fra i mosaicisti. E i pensieri giovani ebbero il fragore dell’acqua che girava la ruota di un mulino. Toraci promettenti si ridussero a brandelli di petto: pregavano gli Dei insieme a Dio, di proteggere la famiglia, di riunirla e di ricondurre a casa le migliaia di famiglie disperse nel Nuovo Mondo. Si facevano i nomi, uno a uno, dei fratelli già andati: li si immaginava per come erano stati, dentro i loro ritratti allineati sopra le credenze. Tutto finiva: la vita che aveva nutrito terre antichissime veniva risucchiata in una canna che la portava altrove. La gente spariva, sangue da una ferita inguaribile: gli abitanti dei paesi si riducevano a poche decine; evaporavano a velocità incredibile, lasciandosi dietro isole solitarie che si riunivano solo in serate speciali a domare i ricordi, bestie feroci delle civiltà in via d’estinzione, gli ultimi bagliori di un popolo vivo per millenni sui monti, a dirsi quanto fosse disumano mettere sulla terra figli per farsi abbandonare, come se partissero gli ulivi, se i gelsi s’incamminassero oltre le valli, se le viti valicassero le cime. Innaturale.

“Limpida è la voce di mio padre/dolci note musicali le parole di mia madre”, cantava chi partiva, “me le stipo nella borsa del cuore per averne quando non saremo vicini: io dall’altra parte del mare, in pancia all’America, e lui fra i seni della grande madre montana”, diceva chi partiva, e continuava a cantare, “avere sorelle per non averle/veder crescere fratelli, alti e forti/ solo per accompagnarli sulla strada dei porti/non posso capirlo/ nascere nel paradiso/succhiare un miele che più ti cresce e più ti allontana/ chissà se in ogni posto è così/se tutto è come l’America, una promessa fatta per essere tradita”. Fermi per secoli, a sedimentare vite, poi, d’improvviso, tutti via, a piantare per il mondo l’albero della nostalgia, a ingrossare diaspore così folte da non crederci: i figli del Sud si vedono in fondo, sulla linea blu madonna dove finisce il mare antico, talatte mostro e padre, nuvole a pecora, basse sopra l’orizzonte. Bestie da fatica, carne e latte, immenso gregge ormai transumato, piccole chiocce messe in fila, che l’Ostro spinge al Nord. L’Austro si presenta puntuale, sul finire d’agosto, porta tempeste che annunciano l’autunno, una beffa che dura poco, poi l’estate torna a imperversare, cavalcando settembre e ottobre. È un vento caritatevole il Noto, rende meno triste il cammino spargendo il grigio sul mondo che si lascia per uniformarlo a quello in cui si va, abbrevia gli addii e asciuga le lacrime, chiude le porte del viaggio. Partono così, se li porta via il vento, fra le promesse di un ritorno che sarà per sempre e invece non ci sarà quasi mai, e la certezza di case anonime di periferia, di fiati fumanti nel freddo, di vite in attesa, di andate lunghe e rientri brevi, partenze ininterrotte per rinnovare ogni volta il dolore dell’addio. Le partenze sono un pianto per i tanti che vanno e i pochi che restano e prima o dopo andranno o sono già andati in una vita precedente. Il Sud è la terra delle valigie sempre pronte che hanno assaggiato piroscafi bui, treni di terza classe, macchine stipate, è una umanità in travaglio e transumanza. La personificazione di Odisseo. Il Sud è stato un padre che partendo si è lasciato dietro un “ti scriverò”, è stato una madre che si è seduta sul bordo del letto e i suoi figli di sposa bambina le si sono cinti intorno come un cerchio di fate: Lui ancora a spingere dentro gli ultimi panni e chiudere a forza la lampo della valigia di plastica morbida, maleodorante di petrolio. Lei a sciogliere la corona corvina, i lunghi capelli a coprire le spalle e il petto. Il Sud è ora figli e figlie, insieme, a ripercorrere passi che hanno lasciato orme profonde su una strada che continua a essere l’unica possibile, a scoprire ancora cosa sia la lontananza, la nostalgia, la solitudine, la condizione di un emigrato. E il Sud dell’Italia si squaglia, 100.000 residenze che ogni anno cambiano latitudine e 100.000 partenze che rimangono nell’anagrafe natia, che non vogliono ammettere l’abbandono. 200.000 nuove esistenze, tirate su a mollichine, la cifra di un esodo che si fa finta di non vedere, il segno di una fine imminente, di un pasto completo che dilaterà la pancia di un Occidente ingordo senza toccargli il cuore. Dopo non ci saranno lotte, solo battaglie ipocrite, scaramucce di retroguardia.