Il tempo dei ricordi

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Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 20 Luglio.

Accadde che:

1969 (52 anni fa): l’Apollo 11 si posa sulla Luna e, poche ore dopo, Neil Armstrong e Buzz Aldrin diventano i primi esseri umani a camminare sulla sua superficie. L’avventura di Apollo 11 inizia dal Kennedy Space Center, in Florida. La navicella è composta da tre parti: un modulo di comando (CM) con una cabina pressurizzata per i tre astronauti, un modulo di servizio (SM) e un modulo lunare (LM). L’equipaggio è composto da tre astronauti: il comandante Neil Armstrong, Michael Collins, pilota del modulo di comando, ed Edwin Aldrin, il pilota del modulo lunare. La missione prende avvio ufficialmente il 16 luglio alle 13.32 UTC, quando il razzo vettore ‘Saturn V’ dalla piattaforma di lancio 39A lancia la navicella. Apollo raggiunge l’orbita terrestre dodici minuti più tardi: a quel punto grazie alla manovra ‘Trans Lunar Injection’ (TLI), la navicella entra in traiettoria verso la Luna. Alle 16.22 UTC, il modulo di comando e il modulo di servizio si agganciano al modulo lunare, custodito all’interno del Saturn V e si separarono dall’ultimo stadio del vettore. Il 19 luglio, dopo circa tre giorni di viaggio, alle 17.21 UTC, Apollo 11 passa dietro la Luna e accende il motore in servizio per entrare in orbita lunare. A quel punto, compie trenta orbite del satellite per permettere all’equipaggio di studiare al meglio il luogo previsto per il loro atterraggio. Il modulo lunare è diviso in due stadi: uno per la discesa e l’atterraggio sulla Luna e uno stadio di risalita per riportare gli astronauti nell’orbita lunare. Come in ogni missione, l’equipaggio dà un soprannome ai vari moduli. Per quanto riguarda l’Apollo 11, per il CM gli astronauti scelgono il nome di ‘Columbia’, rendendo omaggio al cannone che spara la navicella verso la Luna nel romanzo di Jules Verne ‘Dalla Terra alla Luna’, mentre per il modulo lunare scelgono ‘Eagle’, come l’aquila che campeggia sullo stemma degli Stati Uniti. Il 20 luglio, alle 12.52 Armstrong e Aldrin salgono a bordo nel modulo lunare ‘Eagle’ e iniziano i preparativi per la discesa lunare. Cinque ore più tardi si staccano dal modulo di comando ‘Columbia’, dove rimane Collins a supervisionare le operazioni. In fase di discesa gli astronauti si rendono conto che il sito previsto per l’allunaggio è molto più roccioso del previsto, ragione per la quale Armstrong prende il controllo del modulo lunare in modalità semi-automatica nel tentativo di indirizzare la discesa verso un luogo meno sconnesso. Operazione che, seppur con qualche difficoltà, riesce a portare a termine. ‘Eagle’ si posa sulla superficie lunare alle 20.17 UTC di domenica 20 luglio. Una volta stabilizzata la navicella, i due astronauti si preparano a sbarcare sulla Luna. Il primo a mettere piede sul suolo lunare, sei ore più tardi dell’allunaggio, il 21 luglio alle ore 02.56 UTC (le 4.56 italiane), è Armstrong che mentre si accinge a fare il primo passo pronuncia la celebre frase: “Un piccolo passo per un uomo, un salto da gigante per l’umanità”. Il turno di Aldrin arriva 19 minuti più tardi. La missione dei due sul suolo lunare dura circa due ore, durante le quali raccolgono 21,5 chilogrammi di materiale lunare. Nei minuti passati all’esterno della navicella i due piantano insieme la bandiera degli Stati Uniti e lasciano una targa con le tre firme dell’equipaggio e quella dell’allora presidente Nixon: “Qui nel luglio 1969 misero per la prima volta piede sulla Luna uomini venuti dal pianeta Terra, siamo venuti in pace per l’intera umanità”. Poche ore dopo l’equipaggio comincia ad effettuare le manovre per uscire fuori dall’orbita lunare e mettersi in traiettoria in direzione della Terra. Per tornare a casa Apollo 11 ci mette circa tre giorni, dopo i quali finalmente rientra nell’atmosfera terreste per poi ammarare nell’Oceano Pacifico, il 24 luglio 1969 alle 16,50 UTC.

2001 (20 anni fa): a Genova, durante scontri in piazza in occasione del G8viene ucciso Carlo Giuliani, con un colpo di pistola dal Carabiniere Mario Placanica. Durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi industrializzati svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio e nei giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell’ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell’impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili. Quel giorno, intorno alle ore 15:00, come risultò da alcune fotografie, nella piazza sulla quale stavano transitando passanti e manifestanti, la situazione era tranquilla, ma poco dopo iniziò un lancio di lacrimogeni da parte dei carabinieri verso i manifestanti presenti. Durante gli scontri furono posti dei cassonetti dei rifiuti nella carreggiata, allo scopo di rendere difficoltoso il movimento dei mezzi e, di fronte a uno di questi, si fermò un Land Rover Defender dei carabinieri dal quale fu sparato un colpo di pistola da Mario Placanica che uccise il manifestante Carlo Giuliani. Alle ore 16:00 circa, carabinieri e polizia iniziarono le cariche e i pestaggi nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe e, grazie anche all’aiuto di numerosi mezzi, riuscirono a prendere il controllo dell’area. Tuttavia, secondo le ricostruzioni basate e testimonianze effettuate da comitati e associazioni vicine ai manifestanti, i carabinieri si sarebbero preparati a caricare senza che vi fosse stato alcun segno di ostilità da parte dei manifestanti. Durante le inchieste, su quei giorni, si fece notare che questa carica avrebbe precluso ogni possibile via di fuga ai manifestanti, la conseguenza fu che alcuni manifestanti, vistasi preclusa ogni via di fuga, cercarono di reagire alle cariche della polizia per farsi strada nella direzione opposta. Il carabiniere ausiliario Mario Placanica è stato indagato per omicidio e poi prosciolto dalla giustizia italiana e da quella europea avendo agito per legittima difesa contro Giuliani che, a volto coperto, tentava di colpirlo con un estintore. Nel 2009, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano a risarcire i familiari di Giuliani con una somma di 40 mila euro per non aver condotto un’inchiesta adeguata sulla morte del giovane.

Nato oggi:

356 a.C. (2377 anni fa): nasce a Pella (antica città della Grecia) Alessandro III di Macedonia, universalmente conosciuto come Alessandro Magno, militare, re di Macedonia della dinastia degli Argeadi a partire dal 336 a.C., succedendo al padre Filippo II. È senz’altro uno dei personaggi più celebri della storia, ed un grande conquistatore in grado di dare vita ad un vasto impero che andava dalla Macedonia all’India. Politicamente e militarmente fu istruito dal padre, mentre suo maestro intellettuale fu invece il filosofo greco Aristotele, che lo avvicinò alla lettura dei grandi poemi omerici e lo fece appassionare alla cultura greca trasmettendogli l’idea della superiorità dei Greci sui popoli barbari e in particolare sui Persiani. A 18 offrì la sua prima grande prova militare, combattendo valorosamente nella battaglia di Cheronea, nella quale i Macedoni sconfissero le truppe dei Greci.  Nel 336 a.C divenne re e dopo aver stroncato, con forza, i nemici interni e ottenuto l’appoggio dell’esercito macedone, decise per prima cosa di consolidare le posizioni macedoni in Grecia. Consolidato il dominio in Grecia, riprese i piani di suo padre Filippo per liberare i Greci d’Asia finiti sotto il regno dei Persiani. Nel 333 a.C. Alessandro sconfisse a Isso le truppe del re persiano Dario III e liberò tutte le città greche che lo salutarono come un liberatore. In seguito, attuò delle conquiste in Asia e in Africa del Nord grazie alle quali riuscì a porre fine all’impero persiano, raggiungendo il culmine della sua gloria. Muore il 10 giugno del 323 a. C.  a Babilonia, all’età di 33 anni, alla vigilia di una nuova spedizione verso l’Arabia. Oggi gli storici ritengono che la causa della sua morte sia stata la sindrome di Guillain–Barrè, un disturbo neurologico raro autoimmune, che lo lasciò paralizzato per sei giorni, privandolo a poco a poco della capacità di camminare, parlare e infine respirare.