Il tempo dei ricordi

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Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 5 Agosto.

Accadde che:

1884 (137 anni fa): la prima pietra della Statua della Libertà viene posata su Bedloe’s Island, a New York. L’opera, il cui nome completo è La libertà che illumina il mondo, è stata realizzata dal francese Frédéric Auguste Bartholdi, in collaborazione con Gustave Eiffel, che si occupò della progettazione degli interni. La Statua della Libertà rappresenta una donna con una lunga toga, che nella mano destra sorregge una fiaccola, che richiama il sapere massonico, mentre con la sinistra una tavola dove si può leggere la data del 4 luglio 1776, giorno dell’ Indipendenza americana. Ai piedi della Statua si possono osservare delle catene spezzate, simbolo di liberazione da qualsiasi forma di tirannia, mentre sul capo della donna è presente una corona a sette punte, ognuna delle quali rappresenta uno dei sette mari e uno dei sette continenti, proprio per celebrare l’universalità, la libertà oltre ogni forma di territorialismo. Con ogni probabilità Bartholdi si ispirò a sua madre per la realizzazione del volto della statua, anche se è evidente la sua derivazione da vari modelli illuministici-massonici. La Statua della Libertà è interamente rivestita da fogli in rame battuto con la tecnica a sbalzo, tecnica che consente di alleggerire di molto il peso della struttura. Gustave Eiffel, il celebre architetto della torre omonima parigina, curò la realizzazione del sostegno, ovvero una base a colonne e travi a struttura reticolare. All’interno della struttura, ricoperta da 300 fogli in rame, ne è presente una seconda in acciaio alla quale i visitatori possono accedere facilmente grazie due scale a chiocciola. La Statua della Libertà è un dono dei francesi agli Stati Uniti d’America, in occasione del primo centenario dell’Indipendenza americana. Dal 28 ottobre 1886 la fiaccola della Statua della Libertà illumina così il porto di New York. L’opera è stata dichiarata Patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1984.

1938 (83 anni fa): in Italia esce sul primo numero della rivista “La difesa della razza” il Manifesto della razza. Quel giorno l’Italiasi schierò ufficialmente contro la comunità ebraica. Il Manifesto degli scienziati razzisti fu pubblicato, originariamente, in forma anonima sul Giornale d’Italia il 14 luglio 1938 col titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”. Successivamente, un comunicato stampa, a firma del Segretario generale del Partito Nazionale Fascista Starace, nel contestualizzare e motivare il decalogo razzista attribuì a 10 scienziati l’elaborazione del testo. In questo modo, Mussolini era riuscito a dare un’autorevolezza scientifica al Manifesto. Al di là di ogni fondamento antropologico e filosofico elaborato a sostegno del Manifesto della Razza, le teorie discriminatorie assolvevano a due precise funzioni. L’una di carattere geopolitico, cioè il consolidamento dell’Impero anche attraverso la valorizzazione della purezza della razza italica. In secondo luogo, per il Duce l’antisemitismo si presentò come una carta da giocare per rilanciare la dinamica del sistema politico, da cui doveva uscire l’Uomo nuovo fascista. Il Manifesto della razza si articola in 10 brevi assunti scritti in modo chiaro, semplice ed efficace per essere rivolti a un vasto pubblico, con un notevole crescendo retorico. Fin dalle prime parole, si delinea l’assoluta predominanza dell’approccio biologico, dal quale deriva la teoria della cosiddetta “Costituzione razziale”, che spiega la diversità esistente fra i popoli. Il Manifesto sancisce l’origine ariana della popolazione italiana e della sua civiltà. Con tale supporto, il regime avviò senza indugio l’attuazione delle politiche razziste con l’emanazione di un pacchetto organico di provvedimenti, che vanno sotto il nome di leggi razziali.

Scomparsa oggi:

1962 (59 anni fa): muore a Los Angeles (Stati Uniti) Marilyn Monroe pseudonimo di Norma Jeane Mortenson Baker, attrice, cantante, modella e produttrice cinematografica. Nata, a Los Angeles, il 1 giugno 1926 è stata tra le più celebri attrici della storia del cinema. Trascorre un’infanzia assai travagliata: la madre è una donna affetta da gravi disturbi mentali, che la costringono a frequenti ricoveri in un ospedale psichiatrico, così la piccola Norma è costretta a subire continui affidamenti a famiglie sconosciute, ed ad essere “depositata” presso vari orfanotrofi. In questa situazione di sostanziale isolamento affettivo, cerca un punto di appoggio sicuro, desiderio che la porta a sposarsi a soli sedici anni con il ventunenne James Dougherty. Il legame evidentemente è prematuro e, infatti, da lì a poco i due si separano. La sua carriera di attrice inizia con parti da comparsa, poi conquista piccole, ma significative, parti che la lanciano nel firmamento del cinema. Nel 1952 ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una babysitter psicolabile in “La tua bocca brucia” e nel ’53 con “Niagara” ottiene il successo mondiale. Seguiranno altri successi: “Come sposare un milionario” e “Quando la moglie è in vacanza” . Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe DiMaggio, da cui divorzia nel giro di un anno. Il fallimento anche di questa relazione le lascia dentro una ferita profonda e incancellabile, la prima di una serie che saranno destinate ad allargare sempre di più la sua sensazione di sconforto e di sostanziale solitudine. In seguito, conosce l’affermato commediografo, Arthur Miller, Marilyn ha l’illusione di aver finalmente trovato l’uomo della sua vita e i due si sposano nel 1956, ma anche questo rapporto non durerà a lungo.  Nel 1962 riceve il Golden Globe come migliore attrice: è la conferma mondiale delle sue capacità, un misto di carisma e di appeal. In questo periodo, fra l’altro, inizia la relazione segreta con il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e con il fratello Robert. Ma l’instabilità emotiva della diva si aggrava, forse proprio a causa delle altrettanto instabili storie d’amore in cui si getta. Stufa di essere considerata una dea, desiderava essere trattata semplicemente come una donna bisognosa di affetto. La conseguenza di questo tormentato stato psichico la porterà a rifugiarsi nell’alcool e nei barbiturici. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962, viene trovata morta, apparentemente suicida, nella sua casa, per un’overdose di barbiturici, anche se molte voci hanno sempre sostenuto l’ipotesi dell’omicidio. L’ex marito Joe Di Maggio le organizza i funerali, pagando le spese di tasca propria, invitando solo pochi amici e lasciando fuori divi di Hollywood e altre personalità politiche che la Monroe frequentava. Prima che la bara venisse chiusa, la baciò e per tre volte le disse “Ti amo”. Per venti anni fece recapitare sulla sua tomba un mazzo di rose rosse, tre volte alla settimana.