Il tempo dei ricordi

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Riprendiamo, da oggi la nostra rubrica “Il tempo dei ricordi”.  Iniziamo ripercorrendo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 3 gennaio.

Accadde che:

1521 (501 anni fa): Papa Leone X scomunica Martin Lutero, con la bolla “Decet Romanum Pontificem”, con l’accusa di eresia. I seguaci di Lutero all’Università di Erfurst risposero strappando la bolla papale. Era imminente anche la condanna deitribunali dell’inquisizione, che giudicandolo lo avrebbero visto colpevole di eresia. A salvarlo da tale destino fu il principe Federico di Sassonia, grazie alla cui protezione poté continuare a predicare e a tradurre in tedesco il Nuovo Testamento, completando nel 1534 la traduzione dell’intera Bibbia. Nacque così la Riforma protestante che, oltre al significato religioso, ebbe anche importanti riflessi politici. I principi tedeschi, infatti, stanchi di soggiacere alle pesantissime pretese economiche di Roma, decisero di prendere la palla al balzo e di non pagare più le tasse alla Curia romana.

1889 (133 anni fa): avviene il famoso crollo mentale in pubblico del filosofo Friedrich Nietzsche a Torino, probabile effetto di una patologia neurologica. Quel giorno il filosofo, uscendo di casa, vide un cocchiere frustare violentemente e prendere a calci il suo cavallo, sconvolto da questa immotivata ferocia, corse a fermare l’uomo e una volta arrivatogli vicino, con le lacrime agli occhi, iniziò ad abbracciare e baciare il cavallo. Il filosofo fu riaccompagnato nella sua camera, ancora sconvolto mentre urlava di essere “Dioniso” o “Gesù Crocifisso”. Non si sa se questo aneddoto corrisponda al vero, quello che si sa per certo storicamente è che da quel giorno, Nietzsche svenne in Piazza Carlo Alberto e, da allora, iniziò a scrivere ai suoi amici, ai parenti a a personaggi celebri dell’epoca i cosiddetti “biglietti della follia”, delle lettere in cui si firmava come “Dioniso” o “il Crocifisso”. Il 9 gennaio, l’amico Overbeckper, teologo protestante e suo ex insegnante, giunse a Torino per portare via Nietzsche e farlo curare in una clinica psichiatrica a Basilea.

Scomparso oggi:

2009 (13 anni fa): muore a Siderno Virgilio Condarcuri politico e partigiano italiano. Nato a Siderno il 4 marzo 1925, è stato senatore della Repubblica italiana nell’XI legislatura, eletto nelle file di Rifondazione comunista. Ripubblichiamo l’articolo del figlio, Rosario, scritto in occasione del decennale della sua scomparsa, parole che sottolineano l’amore e l’ammirazione di un figlio nei confronti del padre, ma anche il grande vuoto che la sua scomparsa ha lasciato in tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

“Il 3 gennaio sono trascorsi dieci anni senza te, senza mio padre, Virgilio Condarcuri. La mia vita, tutto il mio essere si è dovuto preparare a superare questo triste evento. Sarò retorico ma un padre è una parte importante di te, un padre è la tua stessa vita. Ognuno di noi instaura un rapporto diverso con il proprio padre, in questo ci vuole pure fortuna, e io ne ho avuta perché mio padre è stato sempre presente nella mia vita, e la sua presenza è stata importante. Il primo aspetto che voglio ribadire, già accennato in qualche articolo, è che mio padre non mi ha lasciato una grande eredità economica: lui mi ha insegnato che i soldi servono ma nella vita le cose che contano, le priorità, sono altre. Fare del bene, aiutare gli ultimi, combattere per le proprie idee, queste sono le cose che contano, queste sono le cose che non hanno prezzo, queste sono le cose che ti possono rendere immortale. Immortale un poco lui lo è. Perché dal giorno della sua morte, la sua presenza non è mai venuta meno, la sua presenza l’ho avvertita dovunque. Dal giorno della sua morte, ho iniziato a incontrare gente che mi raccontava di lui, che mi raccontava cosa aveva fatto, di quanto aveva fatto. Un continuo, anche gente che non mi conosceva mi fermava per chiedermi se fossi il figlio di Virgilio. Questo anche per via di una certa somiglianza. Per me è sempre valso molto di più di un conto in banca. Ricordo sempre che mi fece imparare a memoria la frase sulla tomba di mio nonno Rosario: “Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna” di Ugo Foscolo, frase diventata un motto per la mia famiglia. Spesso negli articoli che scrivo non cito mio padre tra i miei formatori, ma questo era proprio un suo insegnamento, quello di non ostentare mai le cose proprie. Sicuramente, però, lui è stato il mio formatore. Sin dall’infanzia ho sempre avuto un legame particolare. Quando ero molto piccolo ci vedevamo poco perché lavorava tra Reggio e Catanzaro, oppure era a Roma o in qualche congresso del sindacato o del partito. Quando andava a un congresso ero più felice perché al ritorno mi portava sempre un gioco. Ricordo con piacere le domeniche mattina, giorno in cui finalmente era a Siderno. Alle 10:30 di solito arrivavano due suoi amici, Fortunato Nocera e la buonanima di Totò Furfaro, e insieme a loro andavamo all’edicola dove si prendeva l’Unità e si iniziava la distribuzione. Poi, crescendo, iniziai a seguire anche le sue passioni. Il partito e la politica per primi. Ricordo ancora la sede del partito sul corso Garibaldi, a Siderno, la sala piena di gente, il fumo che sembrava nebbia, tutti i vecchi compagni del partito comunista che non ci sono più – Peppe Errigo, Peppe Reale, Tonino Fragomeni, l’Avvocato Pedullà – e quelli che ancora sono compagni – Franco Minniti, Cosimo D’Agostino e Paolo Fragomeni – le elezioni e le feste dell’unità. Il calcio, anche se io non ho mai tifato per il Bologna come lui, ma per il Milan come i miei zii. Il vino, ancora oggi tengo pulita la cantina che racconta Siderno per via delle targhette che lui attaccava alle bottiglie che gli regalavano, tipo cumpari Mommo, dottore Colistra, Zi Micu! Uno spettacolo, un piccolo museo di Siderno. La cantina è un altro simbolo del suo essere, infatti all’entrata aveva affisso una targa con su scritto “Il vino è nemico dell’uomo, chi fugge davanti al nemico è un vigliacco”. In viaggio, insieme a lui, ho conosciuto tutta l’Italia, da buon capostazione girava molto sui treni. Un altro ricordo indelebile erano i nomignoli con cui la gente si rivolgeva a lui: Capo, Professore (perché i primi anni aveva insegnato), Senatore, Commendatore, Don Virgilio. Ancora oggi riconoscerei le persone dal titolo con cui lo salutavano. Il periodo più bello forse è stata l’esperienza al Senato, era il 1992, perché sentiva che tutti i sacrifici di una vita venivano premiati con quella elezione, e il lavoro di senatore era quello che sapeva fare meglio perché era un esperto nel suo settore. Abbiamo vissuto insieme quel periodo a Roma con Donna Carmela, sua madre, che aveva 100 anni; morì qualche anno dopo, nel 1998. Negli anni della crescita mi ha sempre sostenuto cercando di stimolare le mie passioni, la mia identità. Dopo l’università capì che stavo passando un momento difficile, perché non riuscivo a lasciarmi andare verso le mie passioni, e in quel frangente fu fondamentale perché mi aiutò a capire la strada che volevo prendere, mi diede il coraggio per prenderla. Oggi dico contento che faccio il lavoro che volevo e voglio fare, ma senza i suoi consigli forse non sarei qui. In quel momento mi fece capire la bellezza della libertà, la libertà come valore da seguire e condividere. Ma attraverso i suoi consigli mi indicò la strada più difficile, mi fece prendere una strada senza scorciatoie, mi fece partire dal basso. Solo così ho potuto capire la vita e le difficoltà da superare per essere uomo. Realizzato il primo passo, mi accompagnò in quello più difficile – questo anche grazie a un amico che ho ricordato un po’ di tempo fa, Toto Delfino – quello di non essere il figlio di Virgilio ma Rosario o anche Vladimir. Questo è sempre l’esame più grande per un figlio, soprattutto se tuo padre è stato tra le 900 persone su 60 milioni a legiferare in parlamento. Ma a 30 anni avevo tutti gli strumenti per affrontare anche questa prova, che mi resi conto di aver superato quando un giorno mi chiese il favore di pubblicare un articolo per un suo amico. Ricordo il suo orgoglio nel chiederlo e la soddisfazione di un padre nella mia. La più grande possibilità che mio padre mi ha dato è stata quella di realizzare le mie idee, inseguire con caparbietà il mio sogno, senza avere paura di sbagliare, anzi facendomi capire che solo sbagliando avrei realizzato quello che volevo. Sicuramente con questo articolo farò piangere mia madre ma avevo dentro da tempo queste parole e oggi, che sono 10 anni che mio padre non c’è più, penso sia giunta l’ora di scriverle”.