Il tempo dei ricordi

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Foto: leggioggi.it

Ripercorriamo insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 24 Luglio.

Accadde che:

1923 (99 anni fa): Edoardo Agnelli è eletto Presidente della Juventus. L’evento segna l’inizio del sodalizio, pressoché ininterrotto tra la società calcistica e la famiglia Agnelli, il più antico e duraturo dello sport italiano. Edoardo Agnelli, unico figlio maschio di Giovanni, aveva allora da poco compiuto trent’anni e, dopo gli studi in legge, durante la grande guerra aveva assunto come luogotenente la direzione del parco automobilistico dello Stato maggiore italiano. Finita la guerra, era stato messo a capo della RIV, la società produttrice di cuscinetti a sfera che operava a Villar Perosa, nel feudo di famiglia. L’avvento del giovane Edoardo alla presidenza del club era l’esito abbastanza logico dell’evoluzione che la Juventus aveva conosciuto nel periodo postbellico: già sotto la presidenza di Olivetti, da società di studenti benestanti, di sportsman borghesi e aristocratici, si era trasformata in impresa, con la tendenza ormai inarrestabile al professionismo. La ricerca di mecenati era diventata un fenomeno comune nel mondo del calcio: Piero Pirelli fu presidente del Milan dal 1909 al 1928 e fece costruire a sue spese lo stadio di San Siro, mentre Senatore Borletti acquisì la proprietà dell’Inter nel 1926. Agnelli diede immediatamente al club una forma organizzativa precisa, registrando presso il Tribunale di Torino una società anonima a capitale interamente privato, la Juventus Organizzazione Sportiva Anonima (OSA), che si riprometteva di dare impulso anche allo sviluppo di discipline diverse da quella principale del calcio, inizialmente il tennis e più tardi, dal 1930, le bocce.

1943 (79 anni fa): avviene la seduta segreta del Gran consiglio del fascismo, in cui viene discusso l’Ordine del giorno Grandi, che porterà alle dimissioni di Benito Mussolini. Gli eventi furono il risultato di manovre politiche parallele avviate dal gerarca Dino Grandi e dal re Vittorio Emanuele III, il cui esito finale fu la caduta del governo fascista dopo quasi ventuno anni, l’arresto di Mussolini e la conseguente nomina da parte del re di un nuovo capo del governo nel maresciallo dell’esercito Pietro Badoglio. Alle 17:00 del 24 luglio, i 28 membri del Gran Consiglio del Fascismo si incontrarono attorno a un massiccio tavolo a forma di U nella “Stanza del pappagallo” di Palazzo Venezia. I consiglieri erano tutti in uniforme fascista con sahariana nera. Il posto di Mussolini era un’alta sedia, e il suo tavolo era decorato con un drappo rosso coi fasci. Per la prima volta nella storia del Gran Consiglio, né le guardie del corpo di Mussolini, i Moschettieri del Duce, né un distaccamento dei battaglioni “M” erano presenti nel massiccio palazzo rinascimentale. Mussolini iniziò a parlare per primo, riassumendo la situazione bellica, poi Grandi illustrò il suo ordine del giorno con il quale chiedeva in sostanza il ripristino “Di tutte le funzioni statali” e invitava il Duce a restituire il comando delle forze armate al re. Mussolini, invece, affermò impassibile di non avere nessuna intenzione di rinunciare al comando militare. Si avviò il dibattito che si protrasse fino alle undici di sera. Grandi diede un saggio delle sue grandi capacità oratorie: dissimulando abilmente lo scopo reale del suo O.d.G., si produsse in un elogio sia di Mussolini sia del re. Alla fine, il Capo del governo non espresse alcun parere e, adottando un atteggiamento passivo, decise di passare subito alla votazione degli O.d.G. La votazione sull’ordine del giorno Grandi si concluse con: 19 voti a favore (tra cui quello di Galeazzo Ciano), 7 contrari, uno astenuto, mentre Roberto Farinacci uscì dalla sala. L’indomani, domenica 25 luglio, Mussolini si recò a Villa Savoia, residenza reale per un colloquio con il re, che durò venti minuti: il re comunicò a Mussolini la sua sostituzione da capo del governo con il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio; poi lo fece arrestare all’uscita di Villa Savoia, con la motivazione di aver portato il popolo italiano nella Seconda guerra mondiale, di essersi alleato con la Germania nazista e di essere responsabile della disfatta nell’invasione della Russia.

Nato oggi:

1921 (101 anni fa): nasce, a Motta Sant’Anastasia (Catania), Giuseppe Di Stefano uno dei cantanti lirici più amati e popolari del dopoguerra. Da bambino inizia a cantare nel coro della chiesa, ma è solo molto tempo dopo che l’amico Danilo Fois, portandolo alla Scala, gli fa scoprire l’amore per la lirica. Il debutto ufficiale, terminata la guerra, avviene il 20 aprile del 1946, a Reggio Emilia. Interpreta Des Grieux, nel Manon di Massenet. Con questa stessa opera, dopo una rapida e folgorante carriera che lo ha portato in alcuni dei migliori teatri italiani, debutta anche all’estero, a Barcellona, inaugurando la stagione del Gran Teatre del Liceu. L’anno dopo, nel ruolo di Duca di Mantova nel Rigoletto, è a New York, al Metropolitan, teatro nel quale torna a grande richiesta fino al 1951. Ed è a questo punto che entra in scena nella sua vita una figura molto importante: Maria Callas, che avvia con Di Stefano un sodalizio artistico molto importante, che sarebbe durato fino agli anni ’70. È il suo periodo aureo, in cui i suoi “pianissimi” diventano celebri, quasi leggendari. L’ultima volta sul palcoscenico in una rappresentazione operistica Di Stefano la fa nel 1992, alle Terme di Caracalla, nelle vesti dell’imperatore Altoum, nella Turandot. Nel 2004, nella casa di Diani, in Kenya, per difendere il suo cane dall’aggressione di alcuni rapinatori rimane gravemente ferito. Ricoverato all’ospedale di Mombasa, si aggrava di colpo ed entra in coma il 7 dicembre. Il 23 viene trasferito in un ospedale milanese, senza riprendersi mai dall’incidente e restando in stato di infermità fino alla sua morte, avvenuta il 3 marzo 2008, a Santa Maria Hoè (Lecco).