Il tempo dei ricordi

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Ripercorriamo, insieme, gli avvenimenti e i personaggi più importanti che hanno segnato la data del 22 Giugno.

Accadde che:

1633 (388 anni fa): Galileo Galilei è costretto all’abiura delle sue concezioni astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri. Sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu processato e condannato dal Sant’Uffizio. Solo 359 anni dopo, il 31 ottobre 1992, papa Giovanni Paolo II, alla sessione plenaria della Pontificia accademia delle scienze, ha dichiarato riconosciuti “Gli errori commessi”, sancendo la conclusione dei lavori di un’apposita commissione di studio da lui istituita nel 1981. Se la leggenda della frase di Galileo, «e pur si muove», pronunciata appena dopo l’abiura, serve a suggerire la sua intatta convinzione della validità del modello copernicano, la conclusione del processo segnava la sconfitta del suo programma di diffusione della nuova metodologia scientifica, fondata sull’osservazione rigorosa dei fatti e sulla loro verifica sperimentale , contro la vecchia scienza che produceva «esperienze come fatte e rispondenti al suo bisogno, senza averle mai né fatte né osservate» e contro i pregiudizi del senso comune, che spesso induce a ritenere reale qualunque apparenza. Fisico, astronomo, filosofo e matematico italiano, considerato il padre della scienza moderna, il suo nome è associato a importanti contributi in dinamica e in astronomia, oltre all’introduzione del metodo scientifico. Di primaria importanza fu anche il suo ruolo nella rivoluzione astronomica, con il sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria copernicana. Ecco le sue parole pronunciate davanti al Sant’uffizio: “Io, Galileo Galilei, che ho creduto che il Sole sia centro del mondo e immobile e che la Terra non sia centro e che si muova, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie, contrari alla Santa Chiesa”.

1983 (38 anni fa): scompare, a Roma, in circostanze misteriose Emanuela Orlando, una ragazza di 15 anni. Quel pomeriggio Emanuela si recò a lezione di musica, alle ore 16.00, alle 18.45 lasciò l’aula, dieci minuti prima del solito e da una cabina telefonica chiamò la sorella Federica per dirle che avrebbe rincasato in serata, per via di un ritardo dei mezzi di trasporto. Nel corso della breve conversazione, raccontò di aver ricevuto un’offerta di lavoro da uno sconosciuto. Federica le suggerì di declinare l’invito, salvo poi parlarne al rientro coi genitori. Attorno alle 19.30, la ragazza raggiunse la fermata di corso Rinascimento insieme a due compagne di corso, Maria Grazia e Raffaella. Le ragazze salirono sull’autobus, mentre Emanuela decise di attendere quello successivo, perché troppo affollato. Secondo un’altra versione, invece, la quindicenne avrebbe confidato all’amica Raffaella di dover attendere l’uomo, che le avrebbe proposto l’impiego part-time. Da quel momento, di Emanuela si persero le tracce. Non vedendo sua figlia rincasare, Ercole Orlandi passò al setaccio le vie attigue alla scuola di musica e quelle del Colle Vaticano, in compagnia del figlio Pietro. La denuncia venne formalizzata dalla sorella di Emanuela, il 23 giugno 1983. Nelle ore immediatamente successive all’accaduto, il telefono della famiglia Orlandi squillò senza sosta. Si susseguirono, con ritmo incalzante, segnalazioni di vario genere da parte di presunti conoscenti di Emanuela, ma nessuna si rivelò attendibile o proficua ai fini delle indagini. Domenica, 3 luglio 1983, Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, si rivolse con un appello ai presunti rapitori della giovane: è la prima volta che si allude in maniera esplicita al ”Sequestro”. L’8 luglio, un uomo con inflessione mediorientale telefonò ad una compagna di corso di Emanuela sostenendo che la ragazza fosse nelle loro mani e che, se avessero voluto rivederla, avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Mehmet Ali Ağca, il terrorista che  il 13 maggio 1981, sparò due colpi di pistola al Papa in piazza San Pietro. La pista non portò a nulla, come anche le altre che seguirono: da quella della Banda della Magliana, a quella della pedofilia. Nell’estate del 2019, l’avvocato della famiglia Orlandi, ricevette una lettera anonima con riferimento ad una tomba del Cimitero Teutonico. Dopo aver aperto due loculi, vennero ritrovati 26 sacchi di ossa, ma non si trovò nessun legame con la ragazza. Dopo 38 anni, ancora è mistero sulla sua scomparsa.

Nato oggi:

1805 (216 anno fa): nasce a Genova Giuseppe Mazzini politico, filosofo e giornalista.  Esponente di punta del patriottismo risorgimentale, le sue idee e la sua azione politica contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano. Le teorie mazziniane furono di grande importanza nella definizione dei moderni movimenti europei per l’affermazione della democrazia, attraverso la forma repubblicana dello Stato. Per questo si parla di Mazzini come di uno dei padri della patria. Dopo i moti del 1821, iniziò a sviluppare l’idea che fosse necessario lottare per la libertà della patria. Il 6 aprile 1827, dopo la laurea in Diritto civile e diritto canonico, diventò membro della carboneria. A causa della sua attività rivoluzionaria fu costretto a  fuggire in Francia, dove diede vita, nel 1831, alla Giovine Italia, associazione politica che aveva come obiettivo quello di riunire gli stati italiani un una sola repubblica e liberare il popolo italiano dagli invasori stranieri. In seguito, fondò altri movimenti politici con lo scopo di liberare ed unificare altri stati europei: la Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Europa. Secondo Mazzini, tutti i popoli avevano il diritto di libertà e se oppressi, era loro supremo dovere quello di riconquistare la loro patria anche attraverso la rivoluzione. Proprio per questo, il popolo italiano doveva adempiere alla propria missione e lottare contro l’Austria, per la liberazione dei popoli oppressi e la creazione di una nuova Europa unita e democratica. Mazzini proclamò che fosse condizione necessaria per l’esistenza e il progresso di una nazione l’Unità, mentre l’unica forma legittima di governo fosse la Repubblica, nella quale si esprimeva in tutta la sua pienezza la volontà del popolo. Muore a Pisa  il 10 marzo 1872.