Il travaglio di Travaglio? Ovvio, travagliare

224
Foto: news&com

Considerazioni dell’avvocato Vincenzo Speziali sul giornalismo inquisitore, ovvero quello di Marco Travaglio.

Non c’è che dire o meglio, ad aver paura e anche più, poiché l’Italia ‘travagliesca’ – per intenderci, quella che auspica il manettaro fanatico alla testa de Il (Mis)Fatto Quotidiano – dovrebbe essere e potrebbe divenire -se solo si seguissero gli pseudoauspici di tal potenziale psicotico – il discutibile eldorado dei killer di qualsiasi Stato di Diritto.

Insomma, per farla breve, il nostro Paese, si troverebbe di colpo, tutto d’un botto (e che colpo, e che botto!) a superare -nel progredire verso il regresso- regimi tirannici, sia passati che contemporanei, al punto tale da far divenire e/o apparire, la Francia del Terrore robersperiano, oppure l’Iran del fanatismo komeynista, fulgidi esempi di liberldemocrazia, tollerante e garantista.

Il giornalistico inquisitore, ovvero Travaglio Marco da Torino, nonché fustigatore dei costumi (chiaramente altrui!), ed anche autoproclamatosi guardiamo e tutore delle pubbliche moralità, le quali – per intenderci – sono di pertinenza a costui e alla gang dei suoi amici P.M. dalla manetta facile -poi se quest’ultimi perdono i processi pazienza…ma intanto arrestando ‘cautelativamente’ rovinano vita e gente, alla faccia delle garanzie riconosciute ed in capo ai cittadini- ovvero questo caravanserraglio raffigurante il circo mediatico giudiziario, adesso ordisce e insolentisce, persino il Direttore del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), cioè il dott. Carlo Renoldi.

Qual è la colpa di costui?

Presto detto: essere un garantista!

La siffatta ‘pecca’ – che pecca non è, ma per gli psicotici del giustizialismo viene vista alla stregua del portatore insano di una pandemia- anzi, la grave, gravissima, devastante colpa, sarebbe proprio -da parte del Renoldi di cui prima- essere un’appartenente alla categoria dei magistrati, epperò esser visto dai forcaioli tra di loro, quasi un eterodosso, poiché rispettoso di leggi e spirito endogenamente intrinseco delle medesime.

Panico nei circoli dei tricoteuse (le magliaie sanguinarie della Rivoluzione Francese, aduse ad installarsi, per poi gioire, durante le decapitazioni da ghigliottina); orrore nelle varie ‘Inchiestopoli’; scandalo tra dipietristi, ingroiaisti, dimatteisti, woodkoocchisti et gens similia.

Tutte queste bande criminogene, poiché adusi allo stupro di gruppo del Diritto e delle garanzie dovute ai cittadini (e sancite dalla Costituzione), rimugina e sospetta come qualcosa non torni!

Viceversa e di converso, noi tutti (poveri uomini e donne d’Italia), nonché potenziali ed ancorché reali ostaggi (o, comunque, in libertà, essenzialmente, vigilata), saremmo autorizzati a chiederci, semmai ritornerà il buon senso e l’applicandi bona l’ex.

Di per sé, il cerchio magico travagliesco (e travagliato, ma pure traviato, per non dire travisato), ha una concezione fanaticoide dell’amministrazione della materia trattata nei tribunali, dove abbandono esempi deplorevoli di plurime torture incivili o antidemocratiche, che dir si voglia.

Il suddetto inner circle (quello delle bande precedentemente citate) crede come i P.M.- i quali rappresentano l’accusa, per di più essendo magistrati di carriera e nella stessa categoria professionale dei giudicanti (uno dei pochi casi al mondo)- dicevo, questo circolo vizioso e ‘travagliato’, pensa che i pubblici ministeri, invece di  ricercare anche le prove a discarico degli indigati, in taluni casi subornano testimoni e alterano il quadro indiziario, pur di confermare ardite tesi inquisitorie -inoltre supportati dalla stampa compiacente- a fronte di suggestioni parapsichiatriche, per l’entità vaga (ma abbondante dell’accusa), la quale si vuol dimostrare, purchessia valida e che si è portata avanti nelle menti ‘procuratorili’.

Soprattutto, sempre tale vizioso circolo made in Travaglio (& co.), sostiene che gli stessi giudici (ovvero i magistrati giudicanti) debbano fare giustizia, giammai applicare la legge.

Più di delirium tremens, potremmo parlare, non tanto di squilibrium demens, bensì di rigorismum eccedens, poiché vi si riscontra un combinato disposto tra giacobinismo (la cui marca è da sinistra impazzita), fanatismo (pertinente ad un mondo eccentricamente perbenista e quindi moderato, ma d’accatto) e autoritarismo (tipico delle autocrazie destrorse), perciò il tutto scivola a danno dei cittadini e dei sistemi democratici, come dovrebbe essere l’Italia.

Ora, se a questa colonna infame, non dessimo un vero e proprio valore (sarebbe meglio definirlo disvalore), inteso come allarme reale -per tutti, ciascuno e chiunque- ad accompagnare una siffatta falange armata, vi sono persino gli utili idioti di complemento periferico -ovvero gli strillatori ‘professionali’, nonché spargitori di odi, lusinghe e ricattucci, sempre a mezzo di loro presunti e probabili giornaletti online (trasformati, nel batter d’ali di una notte, a emittenti televisive sui digitali terrestri, e magari gli uni e gli altri, diretti da (pseudo)direttori o (pseudo) direttrici, nel caso maschile grassi e laidi (forse, pure defunti? E magari, non dichiarati falliti, proprio in virtù di morte avvenuta?), mentre nel caso femminile platinate e acide (a fronte di frigidità concettualistica) – dicevo, per questa falange armata e terroristica (per di più supportata, financo nei territori regionali, dai poteri descritti nella perifrasi di poc’anzi), gli italiani, come si possono difendere?

È qui che sta il problema, ovvero l’enigma nel mistero, avrebbe detto Sir Winston Churchill, epperò il premier inglese si riferiva all’URSS, mentre per noi è più facile, poiché non vi sono arcani da scoprire, in quanto tutto avviene alla luce del sole, pur se esso è pallido, non certo per la giornata gravida di foschia atmosferica, bensì a causa di un clima sociale teso e incattivito, dove si invoca la ‘manetta’, senza pensare che essa, prima o dopo, possa essere applicata pure ai polsi di chi la auspica, ovvero a chiunque.

Muovere guerra a mezzo stampa -e chiamando a raccolta i raccogliticci, nonché residui e residuali, parlamentari dei fu Cinquestelle (in verità, giammai gloriosi!)- e criticare persino il Direttore del DAP (il Renoldi di già accennato), affinché si applichi il detto di parlare a nuora per far comprendere a suocera (in questo caso, la suocera sarebbe la Ministra Cartabia e il Governo Draghi tutto, per le coraggiose ed indipendenti, ma comunque sempre timide, riforme del malato giustizia, compiute senza ossequio e ‘consultatio, rispetto all casta dei magistrati) è un fatto gravissimo, oltre che inaudito: verrebbe da definire la tal cosa ai limiti dell’insubordinazione civile, se non di attentato a corpo dello Stato!

Su quest’ultimo aspetto, ovvero l’accusa di specie descritta nella chiosa del precedente capoverso, sarebbe esperto eccezionale, un altro componente del ‘Travaglio Club’, cioè il fenomenale, fantasmagorico, onirico e ad libitum et abundantiam altro ancora, Dott. Nino Di Matteo, con il suo sodale e altrettanto iperosannato (non certo dai sani di mente e da coloro i quali sono in buonafede, perciò soggetti differenti da Bonafede), ovvero lo ‘stupror (proprio così: stupror) mundi’ Antonio Ingroia.

Entrambi, hanno imbastito il processo palermitano sulla trattativa Stato/Mafia (mai esistita!), trascinando a dibattimento, con loro sommo gaudio -ne sono certo, anzi sicuro-  uomini delle istituzioni come i miei amici On. Lillo Mannino e Senatore Nicola Mancino e poi, tra gli altri, i Generali Antonio Subranni e Mario Mori (benché amaramente, verrebbe da dire come sia stato fortunato un altro Generale dei Carabinieri a cui mi sento legato, ovvero Francesco Delfino, il quale però fu giubilato per attività prodromicamente comparativa, anzitempo, in ben altre tristi ed ingiuste vicende).

Tra l’altro, visto che ci siamo, sarebbe lecito pensare come costoro (i P.M., appunto) se avessero avuto la possibilità -vista la deviazione sclerotica dell’uso della custodia cautelare- agli imputati del pantomimico processo palermitano, poco è mancato di vederli sfilare con i ceppi ai polsi.

Lo stesso Di Matteo, arrivò ad imporre un’audizione testimoniale, al Presidente della Repubblica in carica -nel 2015- e cioè a Giorgio Napolitano, proprio durante quel processo ‘trattativista’, il quale altro non è che una suggestione tra la patologica psicopatia e la devianza giurisprudenziale.

Ecco, sta, persino in ciò, il vulnus, e non viene affrontato, per imbellita` dichiarata, poiché è la politica (e con essa i politici) a mancare, e senza il guizzo dell’autorevolezza che i legislatori tutti dovrebbero sempre avere, un ordine dello Stato -non un potere- cioè quello giudiziario, prende il sopravvento sulle istituzioni, sconfina fino a limitare le libertà dei cittadini, quindi si arroga sovradiritti autoreferenziali, il tutto ammantato con l’agire per via legale e legalitaria.

Una sola considerazione finale: persino Mussolini ed Hitler, presero il potere -che poi fu dittatoriale- ottemperando a prassi normative e osservando procedure costituzionali, ma tutti sappiamo come poi, successivamente, il mal utilizzarono e, principalmente, come andò a finire.

Conviene ripetere rischi simili?

Si può?

Certo che no!

Vincenzo Speziali