In caso di guerra obbedire non è una virtù

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Dalla nostra vicina di casa, nel mese di luglio del 1941, per due volte, nella stessa giornata, i carabinieri si erano presentati a casa sua. Alle nove di mattino avevano comunicato che il suo figlio più piccolo, Emilio, era morto in Africa, alle cinque della sera il telegrafo aveva trasmesso la morte dell’altro figlio, Attilio, nell’ex Jugoslavia. La guerra vissuta e rielaborata in un piccolo paese diventa una tragedia collettiva che non si chiude con la firma d’un armistizio e neanche con un trattato di pace.

 Sono nato nell’anno in cui le bombe atomiche mettevano fine al secondo conflitto mondiale e tutta la mia infanzia è stata condizionata dalla guerra che non ho vissuto direttamente, ma incontrando quotidianamente centinaia di ex combattenti e prigionieri, vedove orfani e genitori di soldati caduti, grandi invalidi di guerra. Li incontravo per strada, nelle piazze, in campagna. Anche in famiglia.

Non avevano un portamento marziale ma i più si avviavano verso la campagna con le scarpe rotte, altri con l’asino e qualche capra, e tanti avevano ripreso a lavorare nelle botteghe artigianali. Avevano “vinto” alcune guerre ed avevano “perso” altre ma, nell’uno e nell’altro caso, per loro non è mai cambiato nulla. Ricordo i loro sguardi e si somigliano terribilmente ai coloro che oggi fanno la guerra in Ucraina.

A ridosso del conflitto, tutto in paese parlava di guerra: l’arciprete ricordava di aver combattuto in trincea e tutti erano convinti che Sant’Ilario avesse nascosto il paese ai “nemici” durante la battaglia di punta Stilo. Ovviamente, anche i nostri giochi di ragazzi erano giochi di guerra con tanto di eserciti e di “Stati maggiori”.

Divoravo i racconti dei reduci e degli invalidi. Crescendo ho deciso di contare i “caduti” nei quaranta anni di guerre della prima metà del Novecento. Ne ho contati circa 300. Molti per un paese con poco più di 10.000 abitanti.

La nostra vicina di casa era una donna alta e dritta. Sempre vestita in nero e con un fazzoletto in testa dello stesso colore. Nel mese di luglio del 1941, per due volte, nella stessa giornata, i carabinieri si erano presentati a casa sua. Alle nove di mattino avevano comunicato che il suo figlio più piccolo, Emilio, era morto in Africa, alle cinque della sera il telegrafo aveva trasmesso la morte dell’altro figlio, Attilio, nell’ex Jugoslavia.

Poco più sotto abitava una coppia che avrebbe aspettato (invano) il suo unico figlio di cui non hanno avuto neanche il corpo per poterlo piangere. Anche mia nonna piangeva il fratello più piccolo “disperso” ed il nonno due dei suoi fratelli.

La guerra vissuta e rielaborata in un piccolo paese diventa una tragedia collettiva che non si chiude con la firma d’un armistizio e neanche con un trattato di pace.

Una domanda ritornava sempre: “Chi ha dato quell’ordine per il massacro”? “Perché abbiamo obbedito”? Le guerre erano state dichiarate da governi “diversi”, ma con una costante: la gente comune non ha mai contato nulla ed era convinzione dell’intera comunità ferita che le persone normali stiano alla pace come i governi stanno alla guerra. Altra cosa è la guerra partigiana che, come il brigantaggio, era rivolta. Quindi disobbedienza!

In ogni guerra il “nemico” cambiava! I “cattivi” di una guerra diventavano i “buoni” nella guerra successiva e viceversa.  E di volta in volta, erano i “governi ad indicarci i “nemici”.

Chi ha ucciso i trecento giovani di cui abbiamo parlato?  I primi furono uccisi dagli abissini e dai libici, dal 1915 dagli austriaci e dai i tedeschi, quindi dai tigrigni e dagli etiopi ed ancora dai “repubblicani spagnoli, mentre dal 1940 ad uccidere i soldati italiani furono gli inglesi, i francesi, i russi e gli americani per chiudere ancora una volta con i tedeschi che da “alleati” erano diventati invasori. In verità li ha uccisi la guerra e sono morti in mezzo mondo per ragioni a loro sconosciute. Sono andati ad uccidere persone mai viste prima e sono morti per mano di quelle persone che avrebbero dovuto uccidere per ordini altrui.

Questa è la guerra.

Ho raccontato la sintesi d’una storia antica d’un paese cadente in una regione dimenticata. Un paese della Locride, considerata una terra ad alta densità mafiosa. Eppure (lo fornisco solo come dato oggettivo), nei quaranta anni che abbiamo esaminato, la mala setta che oggi chiamiamo ‘ndrangheta avrà ucciso una decina di persone. Sempre troppi e sempre inaccettabile qualsiasi sia la cifra dei morti per mano mafiosa. Mi limito a dire che lo “Stato”, nella sua continuità storica, ne ha ucciso almeno trecento.  Non metto sullo stesso piano le due cose, perché dello “Stato” per come delineato dalla Costituzione abbiamo un gran bisogno, della ‘ndrangheta faremmo volentieri a meno. Ma i dati, nella loro crudezza, sono quelli che ho appena detto.

Le conclusioni traetele voi ma fate presto, perché i demoni della guerra che si annidano nel cuore dei potenti si sono risvegliati e danzano come folli attorno al vulcano atomico. Decideranno ancora “loro” anche per noi?

Forse lo stanno già facendo utilizzando un esercito di “persuasori” che ci indicheranno nuovi “nemici”.  E noi obbediremo ancora? Eppure, la storia ci dimostra che, in caso di guerra, obbedire non è una virtù!