In morte di una professoressa

1224

Ricordo della professoressa Antonietta Sestito.

Arrivo nella G nel settembre del 2000. Avevo girovagato tra le sezioni, fino ad allora. 

Mi piaceva cambiare.  In realtà era perché non riuscivo a trovare il posto giusto.

Il primo giorno di scuola mi presento a lei, con il mio solito stile da clown. E lei, ovviamente, mi inquadra subito, infilandomi immediatamente nella sua lista nera.

Ero un superficiale, interessato solo ad apparire e a primeggiare. La sua missione, invece, era andare in profondità, educare alla profondità, ad andare al senso profondo delle cose, degli autori, delle opere edei pensieri.

Nei precedenti 4 anni non avevo praticamente mai studiato. Non sapevo studiare. L’ho imparato li, da lei, nel suo regno. Si, la G era la “sua” classe. La adorava, anche se la governava con ferrea disciplina e rigido rigore. Ma perché aveva letto in loro cose speciali, cose che altri non avevano letto. Cose che probabilmente avevo intravisto anch’io, da lontano, convincendomi che sarebbe stata la classe giusta. 

Aspirava al massimo per questa classe. I primi mesi sono tremendi tra me e lei: non accetto “lezioni”, mi sento perfetto: “perché questa professoressa vuole addrizzarmi, correggermi, come si permette, sto tanto bene nella mia anarchia”. 

Gli altri mi vedono come un kamikaze, convinti del mio sicuro fallimento. 

Hanno ragione. 

Dopo un pò mi rassegno, mi acquieto: la accetto, per manifesta superiorità, intellettuale.  Anzi, peggio: incomincio a studiare, ma più per sentirmi alla pari con gli altri che per dargliela vinta. Le sue lezioni sembrano spartiti di Mozart: non sono monologhi, ma discussioni aperte, stimolanti, ricche di interventi. 

Aveva fatto un capolavoro negli anni precedenti, i miei nuovi compagni sono delle menti, spiriti critici pronti a sottolineare, evidenziare, controbattere, confermare tesi, punti di vista, intuizioni. 

Una delle mie prime vere interrogazioni, di cui sono orgoglioso, è sul Machiavelli: finalmente smetto di partire con la data di nascita, non gliene frega niente. Cosi, vado subito a fondo, tento anch’io quella strada, la strada della verità. Questi autori volevano dirci qualcosa, ed ognuno di loro lo diceva in modo diverso. A noi spettava intravedere la chiave di lettura: è stata lei a mostrarcela, a suggerircela. 

Man mano che passano i mesi sono sempre più consapevole di aver trovato il posto giusto. Cambio. Radicalmente. Mi sento un altro. Pirandello, Orazio, Verga il mio preferito. L’anno dopo addirittura ci porta in Rai, ad una trasmissione sui libri di Rai3. 

Ci prepara all’evento come se dovessimo partecipare ad un mondiale: il libro in questione era “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado. Spacchetta il libro in tematiche e percorsi narrativi ed assegna ad ognuno di noi un ruolo, un tema.

Il libro praticamente lo impariamo a memoria, nulla ci può sfuggire. Sfidiamo un liceo di Belluno. E vinciamo. Alla Sapienza, facoltà di Lettere e Filosofia (dipartimento Cinema), l’esame su Pirandello lo preparo praticamente solo sugli appunti presi li, in classe, con lei… Nel nostro percorso di vita, raramente ci si imbatte in figure che ti stravolgono, ti colpiscono, e di conseguenza ti cambiano la vita. In meglio.

Nel mio, la professoressa Sestito, è stata una di quelle figure: senza quell’incontro/scontro non avrei mai fatto le scelte fatte, non avrei mai intrapreso la strada della profondità, della verità. 

Grazie. 

Vincenzo Caricari

“5′ G 2001/2002
Liceo Scientifico Zaleuco”