La bella estate di Ardore sfregiata da un maleducato du solanuri meu

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Un momento di poesia, di malinconia e di ricordo della Bella Locride interrotto da una bestemmia calata all’improvviso da un quindicenne. Ecco il racconto di Ercole Macrì e la sua riflessione su bestemmie e subnormal

Ieri ho intravisto una barca a vela (foto) mentre percorrevo la Reggio-Taranto all’altezza di Ardore. Stava a ridosso della battigia, occhio e croce. Incuriosito ho imboccato una sterrata che, tra lance d’agavi e pale di fichi d’india, mi ha condotto fino a una radura sabbiosa circondata da pini mediterranei.

Ardore s’è rifatta bellissima dalla cintola in giù, sotto il binario della ferrovia. Non lo sapevo. Ha una spiaggia immensa e senza tempo. Ardore è una gioia, dove è rimasta intatta la Bella Locride che aveva attratto gran parte del vecchio continente con suoi colori dell’anima. E dello Jonio blu malinconia.

Ieri pomeriggio dunque, per meno di un minuto e fors’anche per l’eternità mi auguro, sono stato catapultato in una spiaggia simil anni ’70. Quelle piene di Nord Europa, di bionde e roulotte, di pizza quattro stagioni al forno elettrico, dove mio padre rincorreva Donna Summer con una vecchia Grunding a valvole.

Poi all’improvviso, un maleducato di non oltre quindici anni, un pessimo prodotto locale (mortacci sua), mi ha sfregiato tutta quella meraviglia del mondo con una bestemmia contro il Santo patrono. Non era neppure arrabbiato il subnormal, l’avrei capito forse. Invece bestemmiava soltanto per esibirsi davanti ai suoi amici che attendevano di farsi la doccia e lo faceva per sfiatare i suoi limiti. Non era neppure brutto, il limitato.

Tantissimi ragazzi della Locride calano bestemmie nei dialoghi, rafforzandole con qualche giuramento in dialetto stretto. «Solanuri meu» è il più frequente, ed è a più note. A orecchio riproduce il tichititì/tichitità dalle leggendarie varianti ritmiche, riconducibile alla tradizione dei suonatori della lira, nonna materna del violino. Lei, originaria di Creta, non meritava tutta questa bassezza calabrese intorno.

Impotente, ho proiettato quella mezza sega blasfema cinque anni in avanti, ed ho visto, in modo cristallino, non Ciro l’Immortale né Genny Savastano, ma un anello d’oro con pietra sul mignolo e un giubbotto di renna corto. Il giubbotto di renna è uno dei passaggi obbligati per chi quaggiù smette di appartenersi per appartenere alla Pidocchia saggia e rispettata, come del resto l’anello sul mignolo, l’entrata gratis al circo e alla feste, la matrice abrasa, non pagare la spesa utilizzando il classico “passo dopo”, due tre posti alla forestale, altrettanti all’ospedale, un consigliere comunale, il cocktail di gamberi, una bottiglia di Veuve Cliquot sempre fresca in frigo e la Golf turbo ritirata direttamente dalla casa madre tedesca. Per Mercedes, Rolex, sushi di nassa e Dom Perignon servono altre benedizioni.

Per la cronaca, il limitato che mi ha rovinato la magia, dopo aver aperto la sua bocca contro San Leonardo, ha chiuso in bruttezza, con la Madonna della Marina.

Parola d’onuri, sulla mia famiglia, qui comanda la Pidocchia, che è il nostro punto di non ritorno. Comanda nei comportamenti, più che nei reati. Nell’involuzione sistematica.

La Pidocchia, così chiamano la ‘ndrangheta da qualche parte, tra Montalto  e il Sanatorio.