HomeApprofondimentiLa Calabria che finalmente sorride. E quella che continua a raccontarla male

La Calabria che finalmente sorride. E quella che continua a raccontarla male

Siamo in piena estate e, per la prima volta dopo molti anni, sembra di poter dire che qualcosa è cambiato. Le presenze turistiche sono in aumento, i turisti si vedono e basta fare un giro al Museo Archeologico di Reggio Calabria o nella piazza di Gerace per incontrare file di visitatori.

Dopo anni difficili, l’economia sembra finalmente rimettersi in movimento. I dati raccontano segnali positivi e, girando per il territorio, si incontrano imprenditori del turismo che tornano a sorridere. Si vedono gli effetti degli investimenti e delle iniziative regionali, dall’aeroporto di Reggio Calabria alle attività di promozione turistica. È una Calabria che prova a cambiare passo.

Chi lavora lo percepisce: qualcosa si muove, il denaro torna a circolare, le attività respirano e la stagione sembra andare nella direzione giusta.

E proprio adesso, però, ricompare una vecchia narrazione.

Chi non ha paura di danneggiare l’immagine della propria terra torna a mettere in primo piano tutto ciò che di negativo esiste in Calabria. L’ultimo esempio, a nostro giudizio, arriva dal Partito Democratico calabrese guidato da Nicola Irto, che annuncia un incontro pubblico sulla riapertura dell’inchiesta parlamentare sulle cosiddette “navi dei veleni”. Nei giorni scorsi, inoltre, ha portato in Calabria la Commissione parlamentare sul caporalato e continua a chiedere interventi sempre più incisivi sul fronte della criminalità organizzata.

Sia chiaro: nessuno pensa che questi problemi debbano essere nascosti. La criminalità, lo sfruttamento e le emergenze ambientali vanno affrontati e combattuti. Ma una regione non può essere raccontata soltanto attraverso le proprie ferite.

Il problema è proprio questo: mentre la Calabria avrebbe bisogno di una narrazione capace di accompagnare lo sviluppo, continuiamo troppo spesso a mettere in vetrina ciò che ci descrive come terra di problemi.

Mai abbastanza spazio, invece, al turismo che cresce, alle imprese che investono, ai giovani che restano, ai borghi che rinascono, alla cultura, all’enogastronomia e alle tante esperienze positive che stanno cambiando il volto della regione.

Viene da chiedersi perché una parte della sinistra calabrese non riesca a fare anche questo lavoro.

In altre regioni, la politica ha saputo difendere l’immagine del territorio persino nei momenti più difficili. È rimasto famoso il caso di Rimini, quando la presenza delle alghe sulle coste dell’Adriatico rischiava di compromettere la stagione turistica. La risposta fu una grande campagna di comunicazione per sostenere l’immagine della Riviera. Il problema non scomparve magicamente, ma i turisti tornarono.

Da noi, invece, sembra spesso prevalere la tentazione opposta: raccontare il problema prima ancora della soluzione.

Eppure una buona politica dovrebbe fare entrambe le cose: denunciare ciò che non funziona e, contemporaneamente, costruire fiducia, attrarre investimenti e raccontare ciò che funziona.

La Calabria non ha bisogno di essere dipinta come una terra perfetta. Ha bisogno di essere raccontata per quella che è: una regione con problemi seri, ma anche con opportunità enormi.

E forse sarebbe arrivato il momento che il Partito Democratico calabrese guardasse anche dentro casa propria. Non soltanto alle responsabilità degli altri, ma alle proprie scelte, alla propria classe dirigente e a quella nuova generazione politica che, troppo spesso, sembra vivere la politica più come strumento di gestione del potere che come progetto per il futuro.

Qualche anno fa scrissi una lettera a Elly Schlein e a Nicola Irto. Non ricevetti risposta. Quelle riflessioni non piacquero neppure al sindaco di Siderno, Mariateresa Fragomeni, che presentò una querela nei confronti del giornale e di Rosario Condarcuri.

La vicenda giudiziaria, però, ebbe un seguito interessante. Dopo la richiesta di archiviazione, un giovane magistrato di Locri ritenne necessario approfondire alcuni degli elementi contenuti nell’articolo e dispose ulteriori accertamenti.

E qui torniamo al punto.

Non siamo noi a dire che quelle cose siano vere. Saranno eventualmente le indagini e gli atti giudiziari a stabilirlo. Ma se una Procura ritiene necessario verificare determinate circostanze, significa almeno che alcune domande meritavano di essere poste.

E allora, invece di offendersi per le domande, sarebbe forse più utile rispondere.

Perché una Calabria moderna non ha bisogno né di silenzi né di propaganda. Ha bisogno di verità, trasparenza e soprattutto di una classe dirigente capace di guardare contemporaneamente alle proprie debolezze e alle proprie straordinarie possibilità.

Per una volta, mentre la Calabria comincia a sorridere, proviamo a sorridere anche noi.

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