HomeApprofondimentiLa Calabria stanca delle solite diagnosi: servono idee non solo parole

La Calabria stanca delle solite diagnosi: servono idee non solo parole

Ogni estate la regione si popola di intellettuali e opinionisti che ripetono lo stesso copione sulle potenzialità inespresse del territorio, ma finiti i festival gli ospiti tornano al Nord e i problemi restano immutati.

Fabio Macagnino

Ogni estate assisto allo stesso spettacolo. Arrivano in Calabria giornalisti, scrittori, opinionisti, intellettuali. Si organizzano festival, rassegne, incontri pubblici. Si parla della Calabria, si analizza, si racconta. E, puntualmente, il copione è sempre lo stesso…

Ci viene detto che abbiamo un territorio straordinario, che non sappiamo valorizzarlo, che ci manca l’orgoglio, che dovremmo credere di più nelle nostre potenzialità. E va bene… va bene, giusto, giusto… non ho niente in contrario. È giusto parlarne.

Dopo tanti anni, però, mi viene da pensare che tutto questo abbia smesso di essere un’analisi.

È diventato un rituale, una liturgia che cristallizza impietosamente lo stato delle cose nel tempo. Cambiano gli ospiti, i festival, le platee, ma le conclusioni sono sempre identiche. Alla fine dell’incontro mi resta sempre la stessa sensazione di sconforto addosso.

Poi gli ospiti tornano nelle città in cui vivono e la Calabria resta qui.

Inoltre, ho notato l’esistenza di una particolare figura professionale: quella di chi vive di Calabria, ma non vive in Calabria. Scrive della Calabria, la racconta, la interpreta e viene invitato ovunque a parlarne. Poi, finito il festival, torna al Nord. Noi, invece, restiamo qui. Con i nostri problemi, ma anche con le nostre energie, i nostri tentativi, le nostre speranze e le nostre responsabilità.

Io, personalmente, sono un po’ stanco dell’ennesima diagnosi.

Le diagnosi le conosciamo ormai a memoria.

Il problema è che continuiamo a non costruire un metodo capace di trasformare queste energie in sviluppo. Quello che ho osservato, in tutti questi anni, è che manca un anello di congiunzione tra il territorio reale e chi ha il potere di decidere. Da una parte ci sono amministratori, Regione, ministeri, enti pubblici, fondazioni, risorse economiche.

Dall’altra ci sono associazioni, artisti, imprese, ricercatori, insegnanti, operatori culturali, volontari, amministratori locali capaci. Persone che da dieci, venti, trent’anni lavorano quotidianamente sul territorio, spesso in silenzio e con risorse limitatissime, con le classiche lotte per portare avanti progetti a fatica, elemosinando risorse, inseguendo inutili bandi e politici di turno. Questi due mondi, però, raramente dialogano davvero. La politica continua troppo spesso a distribuire fondi senza costruire una visione. Si finanziano progetti, ma non reti. Si organizzano eventi, ma non ecosistemi culturali. Si sostiene un’iniziativa, ma non si mettono in relazione le esperienze migliori. Ogni bando sembra ricominciare da capo, ogni amministrazione riparte quasi da zero, mentre il patrimonio di competenze accumulato sul territorio continua a rimanere disperso.

Eppure le energie esistono già. Non bisogna inventarle. Bisogna riconoscerle, collegarle, rafforzarle e metterle a sistema, aldilà delle vicinanze politiche. Per questo credo che il vero tema non sia “valorizzare la Calabria”. Questa espressione è diventata uno slogan. Secondo me, continuiamo a non valorizzare chi la Calabria la valorizza già, ogni singolo giorno dell’anno.

Mi torna spesso in mente una riflessione di Predrag Matvejević: “Nel Mediterraneo esiste una grandissima identità dell’essere e una scarsa identità del fare”. Forse aveva ragione, ma solo in parte. Perché il fare, qui, esiste eccome. Esiste nelle associazioni, negli artisti, negli imprenditori, nei volontari, negli amministratori migliori. Quello che ancora manca è la capacità di trasformare questo fare in una visione condivisa.

Forse dovremmo smettere di ascoltare chi viene a spiegarci chi siamo e cominciare a costruire luoghi permanenti di ascolto tra chi questa terra la vive ogni giorno e chi ha il compito di governarla. Perché una regione non cambia quando viene raccontata meglio. Cambia quando riesce finalmente a mettere in relazione tutte le energie che già possiede.

Forse, la Calabria non ha bisogno di un’altra narrazione. Ha bisogno, finalmente, di una strategia vera, concreta. Perché il problema della Calabria non è l’assenza di energie. È l’assenza di connessioni. E poi sta storia della narrazione a mia…mi sdingau.

 

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