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La canapa e il cappio di Pasquino Crupi: Fili di terra e nodi di destino  

A 13 anni dalla morte del nostro direttore (19\08\2013). Dalla fatica quotidiana della terra alla trappola degli stereotipi: rileggere il pensiero di Pasquino Crupi significa immergersi nella complessa coscienza calabrese, dove la dignità della civiltà contadina si scontra con il cappio della rassegnazione e i fallimenti della classe dirigente.

Dominella Magda Foti

C’è un Sud che non si racconta con le cartoline patinate, ma attraverso il sudore dei campi, la ruvida fatica e l’implacabile morsa di una storia che spesso, anziché sciogliere i nodi, li ha stretti intorno al collo della sua gente.

Rileggere l’opera e il pensiero di Pasquino Crupi — baluardo indomito della coscienza meridionale — significa immergersi in un’analisi spietata e profondamente umana della mentalità calabrese. Nelle sue pagine, la metafora materiale e simbolica della canapa e del cappio assurge a sintesi perfetta di un destino storico: da un lato la pianta umile, legata alla terra, alla coltivazione paziente, alla sopravvivenza contadina e alla “società della penuria”; dall’altro il cappio, l’epilogo tragico di una subalternità accettata, di una fatalità che immobilizza o di una ribellione spesso condannata alla solitudine. Nella lettura di Crupi, la Calabria non è semplicemente una regione geografica marginale, ma una categoria dello spirito segnata da uno stato d’assedio storico. La canapa rappresenta la civiltà materiale del lavoro agreste, quel mondo contadino capace di trarre dal suolo aspro gli strumenti minimi per l’esistenza. È il simbolo di un’operosità millenaria, fatta di gesti ripetuti, di resistenza silenziosa e di un’identità culturale radicata nella lingua, nei canti e nella sofferenza. Tuttavia, quel medesimo filo robusto che serve a legare i covoni o a tessere la tela della quotidianità rischia continuamente di trasformarsi, nell’immaginario collettivo analizzato dal critico reggino, in un cappio.

Qual è, dunque, il cappio di cui parla Crupi? Non è soltanto quello giudiziario o della violenza criminale che per decenni ha soffocato il respiro civile della regione. Il cappio più pericoloso — quello denunciato con forza dall’intellettuale — è la gabbia degli stereotipi, l’alibi della rassegnazione e l’incapacità storica della classe dirigente di costruire un progetto politico ed economico autonomo.

La mentalità calabrese, oscillante da sempre tra un fiero orgoglio identitario e un cupo fatalismo, risponde spesso alle crisi stringendosi il cappio da sola, accettando le catene di un assistenzialismo peloso o chiudendosi in un cupo isolamento. Crupi smaschera questa “anomalia” invitando a recidere i legami con la subalternità: non si può continuare a piangersi addosso, ammonisce nei suoi scritti, perché il lamento fine a se stesso diventa la corda con cui il Sud si strozza.

Oggi, riprendere in mano le riflessioni di Pasquino Crupi attraverso questa chiave di lettura significa compiere un esercizio di verità. La canapa e il cappio ci ricordano che il riscatto della Calabria non arriverà mai da soluzioni calate dall’alto, ma dalla consapevolezza critica dei propri errori e delle proprie risorse.

“La nostra storia è una storia di sbagli nostri e altrui. Ne possiamo uscire solo vivendo con responsabilità ogni nostra azione.”

Le parole di Crupi suonano ancora oggi come un monito urgente: spezzare il cappio della rassegnazione per tornare a coltivare, con mani libere e schiena dritta, la dignità di un intero popolo.

 

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