Ci ha scritto Francesca, una giovane di Locri che abbiamo già pubblicato, su altri argomenti. Francesca vive fuori Italia, ma scrive spesso di Locride. Dalla forza dei quartieri alla visione di una città unita, passando per la bellezza che genera valore, la cura dei luoghi e la comunità come motore di rigenerazione: l’incontro “La città che vorrei” diventa occasione per ripensare Siderno, la Locride e il suo territorio come un ecosistema vivo, capace di superare confini amministrativi e individualismi, e di costruire un futuro fondato su relazioni, identità condivise e nuove opportunità di sviluppo.
Di Francesca Monteleone
Complimenti a “La Riviera” per l’interessante incontro organizzato il 3 gennaio u.s. “LA CITTÀ CHE VORREI” e coordinato da Rosario Condarcuri, che mi ha offerto lo spunto per una riflessione per una visione futura del nostro territorio. I saluti istituzionali, dopo la sindaca di Siderno e il Presidente del Consiglio della Regione, sono stati conclusi da Ivana Galluzzo, presidente dell’associazione Blusbarre, tra le promotrici dell’incontro, che fa capo al rione Sbarre di Siderno. Questo rione, come ha affermato in chiusura Ercole Macrì, è schiacciato tra la ferrovia e la Strada Statale 106, nell’area Sud di Siderno. Negli ultimi anni il rione Sbarre, nonostante le sue piccole dimensioni è stato al centro di qualcosa di grande. Infatti il quartiere ha avviato dal basso un processo di riqualificazione dei suoi spazi, e nonostante le sue case sfitte, ogni estate per qualche giorno si veste a festa e apre le porte a tutti i cittadini del comprensorio. Nel corso degli anni la festa del rione Sbarre è diventata appuntamento estivo fisso per celebrare la cultura e il folklore che descrive un pezzo della città di Siderno. Ecco che questo luogo diventa la prova di ciò che un gruppo di cittadini che ha a cuore il proprio quartiere, la propria casa, può fare e l’esempio di come anche nel nostro territorio possiamo rispolverare i nostri quartieri e creare qualcosa di bello. Qui mi riallaccio all’intervento di Martino Ricupero, che ha esortato le amministrazioni comunali ad educare al bello, ad educarci al bello. Ma questo bello non è un bello generico, un bello futile e da ammirare, no. Come nell’esempio del maestro Gerardo Sacco, da lui menzionato, il bello che dobbiamo cercare è il bello che crea valore, è il bello che arricchisce i territori rispolverando le loro storie e i loro miti. È il bello che cura e custodisce i luoghi, proteggendoli. Ed è questo atto di cura, come ha sottolineato il Professore Viscomi nel suo intervento, che dobbiamo portare avanti. Non dobbiamo solo vendere il nostro territorio al turismo, ma dobbiamo conoscere il senso del nostro stare insieme. È necessario un cambio di paradigma, soprattutto in Calabria ma non solo, un passaggio dal concepirci come individui, quindi chiusi nel loro io, a persone, ovvero aprirci alla comunità, costruire relazioni per migliorare il nostro stare insieme. Nelle parole del Professor Viscomi ci sono tanti spunti di riflessione ora più che mai urgenti e necessari per il nostro territorio, partendo proprio dalle relazioni che si devono tessere, per creare degli ecosistemi, ovvero dei territori di relazioni, di intrecci, di persone e di comunità. Il punto di partenza è proprio una ridiscussione dei limiti amministrativi e geografici che i nostri territori hanno. Questo punto tocca un tema più volte discusso e anche trattato da me in un precedente articolo, ovvero la necessità di superare i limiti comunali e di spingerci in grande, ridisegnare i confini e unire finalmente la conurbazione nella quale viviamo sotto un unico comune. Forse oggi ci si presenta questa occasione grazie al ponte “Onda dello Ionio” che può diventare il simbolo e il manifesto dell’unione di due località distinte ma parte dello stesso territorio e con la stessa anima. Ogni città ha un suo simbolo, una sua identità e forse questo nuovo ponte può (anzi deve) essere il simbolo di un nuovo volto per questi territori, un progetto di rigenerazione urbana nel vero senso della parola. La Professoressa Parisi, infatti, ha elaborato nel suo intervento, che la rigenerazione urbana funziona solo se è inclusiva, se è espressione della vita dei suoi cittadini, se è costruita da tutti i cittadini. Ecco questo ponte ha messo in scena un desiderio più volte espresso da tutti i cittadini, quello di unire i due lungomari, di dare decoro urbano ad un luogo più e più volte attraversato da molti di loro, la pista ciclabile bruscamente interrotta dalla fiumara Novito. Questo ponte riapre la discussione dell’unione dei comuni come riflessione degli usi e delle pratiche che le persone attuano in questi luoghi. Soffermarsi su questo punto è a mio avviso fondamentale, perché ci permette di guardare al nostro territorio con coscienza, con consapevolezza degli usi che se ne fanno e attuare delle politiche consapevoli di rigenerazione urbana, che vadano a spuntare le voci di quella che la Prof.ssa Parisi ha definito “lista di condizioni di cittadinanza”, ovvero tutti quei “se” che gli emigrati pongono come condizione necessaria per tornare nel territorio e che altro non sono che riflessioni sulle carenze dei nostri luoghi. È di queste carenze che bisognerebbe fare dei punti manifesto, da associare al ponte, come simbolo di vera rigenerazione. Tra questi punti sicuramente c’è il tema del lavoro. Sul tema del lavoro spesso si parla di turismo, e anche nel corso della mattinata non sono mancate riflessioni sulle possibilità turistiche dell’area con conseguenti moniti all’overtourism e ai rischi che un uso non consapevole del territorio può generare. Ma oltre al turismo, ci sono molte altre risorse che possono generare bellezza, quella bellezza che come detto in apertura, crea valore e che potrebbe essere una delle forze motrici del nostro territorio, in totale aderenza ai suoi usi, tra le altre l’agricoltura e che potrebbero essere al centro di nuovi indirizzi di sviluppo. Viviamo in un territorio assolutamente adatto ad alcuni tipi di colture che crescono solo in determinate condizioni climatiche (il bergamotto), ci stiamo aprendo a nuove colture (ad esempio l’avocado) e le innovazioni tecnologiche nell’ambito dell’agricoltura sono al centro di molti investimenti e percorsi di ricerca. Questa strada rappresenta una preziosa via per rimettere al centro non solo delle cartine geografiche ma anche economiche il nostro territorio, riallacciandoci a una delle più ancestrali vocazioni del nostro territorio, guardando alla Puglia non solo per la riqualificazione delle sue masserie e la sua nuova vocazione turistica ma anche per l’impegno e l’ingegno nella produzione dell’olio. Fare questo esercizio di una lista di punti di cittadinanza è utile dunque per mettere in luce aspetti che possono diventare opportunità e strumento di coesione. È questo lo spirito della restanza impresso nelle parole del professor Vito Teti, il quale sono convita, sarebbe stato entusiasta di questo incontro. Restare (o ritornare) non deve essere un atto eroico, ma la realizzazione di un desiderio che molti nostri concittadini esprimono; restare è l’atto di cura che rivolgiamo alla nostra terra, non per fossilizzarla e spolverarla, ma curarla come si cura un fiore, per farlo crescere. Una grande lezione di cura e amore ci viene proprio dal rione Sbarre, al centro di questa nuova città del mare, un simbolo che ci viene offerto proprio da questo ponte, landmark di questa nuova visione. E dunque nella città che vorrei, mi auguro che le parole chiave di questo incontro, bellezza, comunità, rigenerazione, fili conduttori di tutti gli interventi, siano poste alla base di questo nuovo lessico per una nuova cittadinanza attiva, per nuove politiche che partano dalla comunità, per dimostrare, come ha fatto il rione Sbarre, che si può portare un cambiamento nel nostro territorio, si possono aprire nuovi scenari e che questa nuova città non sia solo visionaria o utopistica ma anche realista e pragmatica, e che accolga i suoi cittadini, per far si che “la città che vorrei” sia solo il punto di partenza.

