La diplomazia richiede diplomatici fini

37

I peana sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO ignorano che possa condurre a una escalation nucleare. Eppure, l’escalation negli ultimatum austro-ungarici alla Serbia, dopo l’attentato di Sarajevo dovrebbe insegnare qualcosa. La diplomazia, in un regime di possibili veti incrociati richiede diplomatici fini. A volte, vedendo come si muovano alcuni, viene voglia di porre la musica di Berlioz.

Il vantaggio di essere maggioranza permette ai corifei della NATO di farsi mutui assist, intervenire in successione, sbeffeggiare chi abbia commesso un errore. La professoressa De Cesare ha parlato di annessione di Finlandia e Svezia alla NATO? Mal gliene incolse. Aldo Grasso sulla Repubblica la invita a studiare storia, italiano, logica e a compulsare un dizionario. Ne spiega l’errore con la psicoanalisi. Approfitta di questo trampolino per, en passant, assimilare all’Anchluss l’annessione della Crimea alla Russia. Annessione o adesione? Certo so, prima che me lo spieghi sussiegosamente Grasso, che il referendum di adesione fu convocato essendoci da tre giorni 2000 paracadutisti russi (in un paese di due milioni d’abitanti), però la storia dell’Anschluss non è proprio uguale. L’invasione da parte del Reich, con qualche soldato in più, fu seguita dall’ingresso trionfale di Hitler, dall’annullamento del referendum di possibile adesione, e dal plebiscito (con corpo elettorale depurato degli ebrei) di un mese dopo. Si potrebbe aggiungere che il procedimento in Crimea fu lo stesso con cui il Texas aderì (o fu annesso, pacificamente, a differenza di un terzo del Messico, pochi anni dopo) agli Stati Uniti. Se la professoressa De Cesare farà tesoro del consiglio di studiare storia, chissà che non trovi una simpatica compagnia.

Per altro, e non me ne voglia Grasso, parlare di annessione dal punto di vista della retorica non è mica male! Forse fu sbaglio, ma in tal caso, senza volerlo, la professoressa ha fatto ricorso a una splendida figura retorica (carientismo) per sostenere quod nemo dubitat, direbbe Cornelio Nepote, e cioè che la richiesta di adesione è eterosuggerita e quindi chissà, potrebbe essere più appropriato chiamarla annessione, estendendo il termine ad una organizzazione internazionale. La lingua evolve.

Oggi l’assist è stato raccolto da Massimo Gramellini su il Corriere della Sera. Putin non si è scandalizzato per quelle richieste di adesione. Quindi. Avrebbe così sconfessato sia la professoressa De Cesare che il suo non più amico Orsini. Possiamo dormire tra due guanciali. Se la richiesta sarà accolta (Turchia permettendo) la pace ne uscirà rafforzata. Finalità questa, sottesa in un altro articolo apparso una settimana fa su Il Corriere della sera. Audace il titolo “Finlandia, la «terra del dialogo» che mette fine al mondo dei Blocchi”. Non è necessario leggerlo per restare se non di sasso, diciamo perplessi. Senza la virgola, parrebbe un responso della Sibilla simile all’ ibis redibis non morieris in bello.

Pura propaganda. È difficilmente credibile che l’ambiguità del significato possa essere sfuggita

. Però è efficace per un lettore superficiale che non legga l’articolo e, così, resterà convinto che l’ingresso della Finlandia nella NATO è (non dico sia, è) superamento dei blocchi. Goebbels docet.

L’ingresso della Finlandia nella NATO, che ha tra i suoi maggiori sponsors il premier britannico, difficilmente può essere interpretato come fine del mondo dei blocchi. Ne segna piuttosto il riapparire con maggior forza. Segna la fine della presenza in Europa di un gruppo di paesi, non membri della NATO, ma a pieno titolo dell’Unione europea, che solevano essere appunto i paesi del dialogo e che adesso decidono di allinearsi e essere parte di un blocco. Perdita grave, soprattutto in momenti come questo. Non a caso, in un momento di crisi profonda dell’ONU, alla vigilia della fine della guerra in Corea fu eletto segretario generale Dag Hammarskjöld. E la neutralità della Svezia fu utile anche durante la Seconda guerra mondiale, come insegna il caso Wallenberg. Tutto ciò non turba l’autore, che si compiace della fine dei blocchi così come si definirono dopo la Guerra Mondiale, e conclude con un «Tervetuloa!», Benvenuta!  Finlandia, nel nuevo disegno dei blocchi.

Dar risalto a piccole polemiche locali permette alla grande stampa italiana dare poco (e edulcorato) rilievo a quanto si può leggere sulla stampa di altri paesi. Ieri, in Argentina è stata ripresa, da Página12, un’intervista di circa un mese fa a Noam Chomsky, apparsa sulla rivista Truthout. Forse qualcuno mi criticherà per menzionare Chomsky dopo Grasso e Gramellini. Ma, senza voler mancar loro dell’infinito rispetto che essi meritano, non sono il primo che pretenda parva componere magnis. Intervista di 4000 parole. In Italia qualcuno la aveva letta e commentata in dettaglio (Gustavo Micheletti su l’Opinione delle libertà), ma scomoda per i soliti corifei, per l’incontrovertibilità di molte affermazioni, e per osare, udite, udite, citare Eisenhower “ogni missile … è un furto a chi soffre la fame, patisce il freddo e non è vestito. Questo mondo non spende in armi solamente denaro: spende il sudore dei suoi lavoratori, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi bambini”. E quindi quasi ignorata e comunque ipersintetizzata, con qualche distorsione del contenuto.

Chomsky va oltre, sostiene che chi prende queste decisioni spesso deve decidere tra due opzioni, quella che cerca il negoziato e quella che spinge per la guerra. Dovizia di esempi. Chomsky non è tenero con Putin, come non lo è, nonostante la vulgata della stampa italiana, grandissima parte di quelli che riteniamo che la causa principale della guerra in Ucraina vada cercata nella politica degli Stati Uniti degli ultimi decenni.

Il plauso per Svezia e Finlandia non permette comprendere la posizione moldava. Come può un paese, in cui esiste un problema di separatismo da 30 anni, che intrattiene un complicato ménage à trois con Transnistria e Russia, non chiedere di aderire alla Nato, e limitare la sua aspirazione ad essere accettato nell’Unione Europea?

È triste che per potersi formare un’idea della complessità di questi problemi la stampa italiana sia di poca utilità. Meglio leggere The Washington Post, New York Times, la stampa di altri paesi europei. Una stampa più libera e critica non avrebbe lasciato passare senza commento la contraddizione tra due affermazioni di Zelensky. La prima, straordinaria, fu quella del video in cui affermò che i russi erano peggio dei nazisti, perché in due mesi avevano ucciso 20000 civili ucraini (fact check oggi per l’ONU 3752), mentre i nazisti in due anni (in realtà qualcosina in più, ma in Ucraina si è cauti parlando di quel periodo) ne avevano uccisi 10000. Detto non da un ebreo, ma da chiunque è un insulto alle vittime di Baby Yar a quelle di Odessa, al milione mezzo di vittime della Shoah (tra cui anche alcuni parenti di Chomsky, per il lato paterno). L’altra, in manifesto contrasto, pochi giorni dopo, quando ricordò che otto milioni furono i morti ucraini nella Seconda Guerra Mondiale.

Ma si può essere scettici in Italia sull’opportunità dell’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato? È necessario? o piuttosto è da temere come potenziale detonatore di un salto di qualità nella guerra, finora limitata all’Ucraina? Sarebbe interessante chiederlo non a Putin o a Lavrov, ma a Kissinger, dì cui si possono criticare molte posizioni assunte durante il suo periodo come Segretario di Stato, ma non la finezza diplomatica, almeno sul fronte europeo e cinese. Meno scrive Chomsky in Asia Centrale. È coerente con l’indicazione del presidente Macron, che ricorda che il cammino per la pace passa per non imporre umiliazioni alla Russia?

Due sono state le motivazioni addotte da Putin per lanciare quella che chiama operazione militare speciale, e che il blocco occidentale chiama aggressione. Fa sorridere che su questa differenza semantica si polemizzi e si lancino scomuniche. Chi si appassiona a queste discussioni non passerebbe forse una prova di comprensione del monologo della rosa di Giulietta.

In Occidente si tende a porre in evidenza il desiderio di riassorbire nella Russia, o in stati alleati, territori a maggioranza relativa russa. L’intervento militare, o aggressione, od operazione speciaole che dir si voglia, in Ucraina è interpretato come prodromo ad altri miranti a ricostituire l’Unione sovietica o addirittura tornare alle frontiere dell’impero russo. Che questo sia possibile in Transnistria è indubbio, ma per quanto osservavamo non è probabilmente considerato necessario, Che sia possibile nei paesi baltici meno, e ancor meno in Polonia, ma che qualcuno possa pensare di tornare al Granducato di Finlandia, paese in cui l’unica minoranza linguistica è quella svedese, o che  si possa tornare alle guerre con la Svezia del XVII secolo, è ridicolo.

La versione russa è che la motivazione principale sarebbe la non accettabilità dell’espansione ad Est della NATO. Un’ulteriore espansione della NATO in prossimità dei confini della Russia aprirebbe un vaso di Pandora. Una semplicistica vulgata afferma che, di fronte al diritto e libertà inalienabili di un paese sovrano di allearsi con chi voglia e dotarsi delle armi che voglia, questo rischio deve essere assunto. La storia mostra che non è proprio così. Gli accordi di Yalta determinarono il risultato della guerra civile in Grecia e permisero, senza reazioni occidentali, gli interventi sovietici in Ungheria e in Cecoslovacchia. Cuba, stato sovrano, non potette dotarsi di missili nucleari e questo comportò conseguenze in Turchia.

I peana sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO ignorano che possa condurre a una escalation nucleare. Eppure, l’escalation negli ultimatum austro-ungarici alla Serbia, dopo l’attentato di Sarajevo dovrebbe insegnare qualcosa.

La diplomazia, in un regime di possibili veti incrociati richiede diplomatici fini. A volte, vedendo come si muovano alcuni, viene voglia di porre la musica di Berlioz.

Galileo Violini