La diserzione politica e la sindrome di Erisittone

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Foto: fanpage

Lo spartiacque nella storia della classe politica italica è stato segnato da “Tangentopoli”. Tra tutti i meriti che i populisti dell’ultim’ora riconoscono a tale terremoto giudiziario c’è quello, presunto, di aver “rinnovato” la nostra classe politica. A spianare la strada a tale presunto e mai realizzato “rinnovamento” la convinzione inculcata negli ignari elettori che il maturato impegno politico non doveva più essere visto come garanzia di maturità ed affidabilità ma, al contrario, come un vizio da estirpare con ogni mezzo esclusa, naturalmente e per ovvie ragioni di opportunità mediatica, la ghigliottina. Conseguenza: eliminazione di un’intera classe politica e chiamata alle armi di centinaia di altri soggetti che hanno, di fatto, portato alla rovina il nostro paese.

 L’altro giorno ero impegnato in un colloquio con un collega milanese. D’un tratto la discussione ha deviato verso i soliti stereotipi sulla nostra Terra che ci affliggono ormai da un secolo: arretratezza economica, criminalità, classe politica inadeguata ecc. ecc. Naturalmente, stanco di questo tipo di discussione ho cercato un’elegante exit strategy affermando che tutto ciò “è solo colpa della nostra inadeguata classe politica!”. Veloce quanto disarmante la risposta: “ogni classe politica è specchio del popolo che rappresenta”. Ben detto! 1-0, palla al centro! Colpito e affondato!

Beh, non nascondo che la cosa mi ha fatto rimuginare tutta la notte e ciò ha causato l’accensione di una parte del mio cervello che credevo, ormai da anni, assopita in un atavico torpore. Da qui, i soliti dubbi! Una classe politica deve essere, per forza, specchio del popolo che rappresenta? Perché ognuno di noi deve essere paragonato al “volta gabbana” di turno o al Cetto La Qualunque che siede da tempi immemori, lui e prima di lui i suoi avi, negli scranni delle nostre istituzioni? Perché i tanti calabresi capaci, intellettualmente e professionalmente, devono essere sempre e comunque ridimensionati attraverso un ingiusto quanto gratuito paragone con la loro classe politica?

La risposta non è semplice ma credo, con dovuta modestia, di averne cercato e trovato almeno una.

Bisogna partire un po’ da lontano. Lo spartiacque nella storia della classe politica italica è stato segnato da “Tangentopoli”. Tra tutti i meriti che i populisti dell’ultim’ora riconoscono a tale terremoto giudiziario c’è quello, presunto, di aver “rinnovato” la nostra classe politica. A spianare la strada a tale presunto e mai realizzato “rinnovamento” la convinzione inculcata negli ignari elettori che il maturato impegno politico non doveva più essere visto come garanzia di maturità ed affidabilità ma, al contrario, come un vizio da estirpare con ogni mezzo esclusa, naturalmente e per ovvie ragioni di opportunità mediatica, la ghigliottina. Conseguenza: eliminazione di un’intera classe politica e chiamata alle armi di centinaia di altri soggetti che hanno, di fatto, portato alla rovina il nostro paese. I nuovi chiamati, nonostante i loro ingenui buoni propositi, non sono mai riusciti a tenersi indenni dalla “cattiva” politica adeguandosi subito alla stessa ed accettando i suoi spregevoli usi e costumi.

Così è sorto il pensiero unico e dominante di una nuova classe politica adusa ad attaccare sé stessa nella spasmodica battaglia contro una non meglio specificata “antipolitica”. Ciò ha comportato una sempre maggiore percezione di inaffidabilità verso coloro che ci dovrebbero rappresentare e, purtroppo, guidare.

Questa comprovata “debacle” è stata foriera, in ogni valido e capace cittadino, della paura di confrontarsi con l’esperienza politica, di avvicinarsi ad essa senza il timore di mettere a repentaglio la credibilità acquistata in anni di duro lavoro e vita sociale.

Ebbene, come venirne fuori?

I giovani, gli imprenditori, gli intellettuali calabresi, non dovrebbero avere paura di farsi avanti spaventati dal rischio di perdere la loro reputazione soltanto perché, in caso di vittoria, potrebbero essere potenzialmente assimilati alla classe politica dominante e, quindi, alla sua natura arraffona e affarista. Dovrebbero, al contrario, abbracciare le armi e cercare di entrare in quel circolo vizioso per scardinarlo dal suo interno, portando una ventata di freschezza e voglia di fare tutto quello che fino ad oggi è stato solo oggetto di malriposte speranze. Questo dovrebbe essere prerogativa di tutti coloro che ritengono di possedere caratteristiche quali lealtà, correttezza, spirito di iniziativa, amore per la propria terra e, soprattutto, disinteresse verso l’arricchimento personale.

È compito, quindi, della società civile sfuggire alle logiche di cooptazione che puntualmente, ad ogni tornata elettorale, i partiti “romani” mettono in atto per depauperarla del proprio ruolo. Essa deve, al contrario, prendere l’iniziativa e cercare, una volta per tutte, di farsi parte attiva strappando il governo della nostra regione dalle logiche affaristiche e lobbistiche di pochi eletti che grazie al mercimonio elettorale occupano, da tempo immemore, le solite poltrone.

Essa dovrebbe, una volta per tutte, riuscire ad emanciparsi dalle logiche ristrette e miopi delle diverse lobby presenti sul territorio e volgere lo sguardo verso la ricerca di un onorevole, quello sì, ruolo di guida dell’intera comunità.

Non ci può essere società civile senza una degna società politica.

Detto ciò, aspettiamo di vedere quali saranno le logiche attraverso le quali i partiti redigeranno le loro liste per la prossima tornata elettorale. Vedremo se saranno capaci di scovare quelle energie vitali che possano, in qualche modo, svecchiare le logiche che nulla hanno prodotto in ormai quasi un secolo di governo. O se, al contrario, saremo ancora una volta vittime di un vergognoso quanto terrificante assalto alla diligenza da parte degli ormai soliti noti servi di partito, avallato e supportato dal solito quanto infausto “meme” della pseudo lotta all’antipolitica.

Francesco Pelle