La figura della Madre nella letteratura

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La figura della madre è topos della letteratura di ogni tempo e ogni luogo, ma la presentazione delle figure materne varia non solo in base al contesto storico culturale, ma anche in base all’individualità culturale e caratteriale.

Il termine “Madre” indica colei che ha concepito e partorito, genitrice. Il termine deriva dall’accusativo latino “mater” a cui si riconducono il greco “meter”, il sanscrito “matr”, il persiano “mad”, l’inglese “mother”, il tedesco “mutter” e il francese “mère”. La comune presenza della lettera m, come iniziale, si giustifica per la facilità con cui il bambino riesce a formulare la lettera m come prima forma di apprendimento del linguaggio.

La figura materna è presente già nell’epica con l’Iliade in cui Achille, raccoltosi in disparte sulla riva del mare, invoca la madre Teti. Teti vegliò sempre su suo figlio cercando inutilmente di salvarlo dai pericoli della guerra di Troia e riuscì a fargli ottenere le armi per vendicare la morte dell’amico Patroclo. Ciò testimonia un forte rapporto affettivo, una richiesta di aiuto perché ella influisca sulla volontà del padre Zeus.

La madre per eccellenza è Gea, la terra, la cui vocazione è partorire e generare da sé senza l’aiuto di alcuno. Gea partorì da Urano, suo sposo, il mare, la montagna, i Ciclopi, ma poiché Urano odiava i propri figli e appena nascevano li nascondeva nel seno della terra perché non potessero vedere la luce, Gea per salvarli, estrasse dalle proprie viscere il ferro con il quale produsse un falcetto che affidò ai figli e con il quale, Crono, uno dei figli, mutilò Urano.

Nell’Eneide di Virgilio, Didone è nostalgica di una maternità negata. Ella vorrebbe veder crescere con lei un piccolo Enea e senza questa consolazione si suicida: “Se un figlio, se almeno un figlio da te avessi avuto prima della tua fuga, se nelle stanze giocare un piccolo Enea mi vedessi che pure avesse il tuo viso non del tutto delusa, non tradita sarei”.

Nella letteratura classica si partoriscono anche mostri. Ne è un esempio il Minotauro, la cui madre non lo ama e lo abbandona apparendo mostruosa essa stessa.

Mostruoso può essere anche il rapporto come quello incestuoso fra Giocasta ed Edipo. L’incesto, se nel mondo divino è molto diffuso, tra gli uomini è un crimine orrendo anche per chi lo compie inconsapevolmente.

Mostruosi sono, anche, i figli dello stupro, della maternità che nasce da una violenza. Nel mondo greco, molte donne partoriscono figli da nemici, donne rese schiave come Cassandra. Cassandra ha il dono della profezia donatole da Apollo, ed invita i troiani a non trascinare entro le mura di Troia il cavallo di legno lasciato dai Greci, ma non riceve ascolto e, caduta Troia, ella diventa concubina di Agamennone e sarà uccisa dalla di lui moglie, Clitemnestra. Nelle Troiane di Euripide, Cassandra cerca di consolare la madre, Ecuba, per la sua futura morte per mano di Clitemnestra.

Ma anche Clitemnestra dal canto suo piange la figlia Ifigenia, sacrificata al desiderio di conquista e di vendetta. Ella, da madre, intese vendicare il sacrificio che Agamennone non aveva esitato a compiere sulla fanciulla, per ottenere i venti favorevoli necessari per salpare alla volta di Troia. A questo delitto seguì l’uccisione di Clitemnestra da parte del figlio Oreste che vendicò la morte del padre Agamennone.

Andromaca, moglie di Ettore, l’eroe troiano, vide morire prima il marito, poi il suo unico figlio per questioni di opportunità dinastica. Essa riveste il ruolo che tutta la letteratura le assegna di “mater dolorosa” per il crudele destino del figlio, Astianatte. Nell’Iliade è tratteggiata come sposa fedele e affettuosa. La sua figura la ritroviamo ne “I fiori del male” di Baudelaire nella poesia “Il cigno” in cui il poeta ne paragona la sofferenza alla propria in una Parigi in frenetico cambiamento.

Ecuba, la regina di Troia, madre di 19 figli, quando era incinta di Paride sognò di partorire una fiaccola che avrebbe incendiato tutta Troia e il sogno fu interpretato come la premonizione della rovina che Paride avrebbe causato alla città.

Esistono poi madri discutibili che usano i figli pur amandoli, ma non nel modo giusto. Emblematica è Medea. Personaggio tra i più celebri e controversi della mitologia greca, si vendica crudelmente dello sposo infedele Giasone uccidendo i due figli avuti da lui. Medea li uccide per salvarli da vendette trasversali: troppo amore, troppa vendetta. Ed è Euripide che fa dire a Medea: “Preferirei tre volte andare in guerra che partorire una volta sola”.

L’orgoglio per i figli e il gloriarsi dei figli sono atteggiamenti propri, come scrive Plutarco, della madre dei Gracchi, Cornelia. Cornelia, prese su di sé la cura dei figli e dei beni e si dimostrò così amorosa e magnanima che allevò con tanta saggezza Tiberio e Caio le cui virtù furono frutto più che della natura di una lodevole educazione. La condotta di Cornelia fece di lei figura esemplare di Matrona romana dedita all’educazione dei figli che lei stessa definisce: “i miei gioielli”.

Sempre nel mondo romano, troviamo le madri degli imperatori spesso più potenti e influenti dei loro figli.

Agrippina, madre di Nerone, è la protagonista di uno sventato tentativo di matricidio: Nerone si trova nella stazione balneare di Baia per celebrare la festa di Minerva e chiama la madre presso di sé facendole credere che volesse riconciliarsi con lei. Nerone le rivolgeva mille attenzioni. Quando, però, ella salì sulla nave del ritorno, a poppa, dove vi era il letto su cui Agrippina avrebbe dormito era stato ammassato sul tetto un enorme carico di piombo che crollò, ma il matricidio non ebbe compimento grazie alle alte spalliere del letto che, robuste, resistettero al peso. Nerone, temendo la vendetta di Agrippina, diede ordine a dei sicari di uccidere la madre che disse “colpite al ventre che generò Nerone”.

Nella mitologia greca troviamo anche il rapporto tra una dea madre (Demetra) e una dea figlia (Persefone). Demetra, essendole stata rapita la figlia, venne informata che la fanciulla era stata portata via da Ade. Per il dolore la Terra divenne sterile finché, con l’accordo che Persefone sarebbe ritornata ogni anno presso la madre, Demetra si placò e tornò all’Olimpo.

E infine Atena, dea dell’intelligenza elargisce alle donne la fecondità nel matrimonio vegliando sulla nascita e sulla crescita della prole, favorendo il perpetuarsi delle genti e della famiglia. La sua creazione è miracolosa senza cioè allattamento e senza infanzia.

Se ci spostiamo in epoca medioevale il legame madre-figlio è considerato fondamentale anche da molte leggi barbariche. Alla madre è riconosciuto il ruolo della tutrice garante dell’interesse dei figli in caso di morte del marito.

La madre si occupa non solo della cura materiale, ma anche dell’educazione dei figli. È del IX secolo un testo in cui un genitore si preoccupa di fornire ai figli consigli sul piano religioso, morale e politico che potranno aiutarlo nella vita.

La figura materna del XII secolo in poi si lega anche allo spazio concesso alla umanità del Cristo, accanto al quale è sempre presente Maria, immagine sacra e madre di tutte le madri. Essa appare raffigurata nella pittura, in un primo tempo, ai piedi della Croce e, in seguito, come vergine madre che accompagna il figlio dalla nascita alla fuga in Egitto, dalla presentazione al Tempio alle notti di Cana. È del XIII secolo il primo presepe in cui si assiste alla tenera cura della madre per il suo bimbo.

Il compito della madre educare cristianamente i figli e osservare le loro inclinazioni in modo che possano sviluppare le proprie qualità ed è sempre la madre che in individua la moglie adatta per i suoi figli maschi.

Le donne nel passato sono figure di madri oltre la retorica che le relega ad un ruolo angusto, esistono madri autentiche anche oltre l’esperienza biologica e oltre la sfera domestica come protagoniste di pagine di storia. Non sono esenti: Matilde di Canossa, che si ritrovò a gestire il grande potere destinato al fratello scomparso prematuramente e lo fece con forza e fermezza. La sua vita è legata anche al concepimento di una bambina che morì subito dopo il parto, così rimasta senza erede, il suo enorme patrimonio andò disperso.

C’è Cristine De Pizan, impegnata, nell’ultimo scorcio di Medioevo a destreggiarsi tra i figli e la carriera. Cristine ricorda che il maggior ostacolo alla sua istruzione era l’opposizione della madre che avrebbe preferito per lei la tradizionale istruzione femminile (ago e filo). Ma le morti del padre e del marito la lasciarono senza mezzi e con figli piccoli da crescere e decise di utilizzare la sua cultura e le sue capacità divenendo la prima scrittrice della storia francese conquistandosi un ruolo sociale e intellettuale di prestigio.

Margherita Datini, che cresce come fosse sua figlia una bambina che il marito aveva avuto da una schiava, le fece un bellissimo corredo, la fece sposare e la prese con il marito in casa con sé.

La figura della madre è topos della letteratura di ogni tempo e ogni luogo, ma la presentazione delle figure materne varia non solo in base al contesto storico culturale, ma anche in base all’individualità culturale e caratteriale.

Proseguendo, con il passare del tempo, cambia la rappresentazione della figura materna. La madre diventa, nel momento di sofferenza, un punto di riferimento saldo, un nido a cui l’uomo aspira per ritrovare armonia e serenità, diventa depositaria dei valori familiari ed è l’unica certezza confortante che può vincere l’inquietudine angosciosa.

Ne è un esempio Foscolo che nel sonetto “In morte del fratello Giovanni” descrive la figura della madre come dolorosa e Foscolo la immagina ormai in là con gli anni in un monologo delirante con il figlio morto.

Una poesia dedicata alla madre diventa il bilancio di una vita, del rimpianto, della nostalgia e del rimorso come ne “La madre” di Ungaretti. Il poeta incentra la sua attenzione su temi esistenziali frutto di una meditazione ponderata sull’uomo e sul tempo della vita terrena e ultraterrena, immaginando che quando egli stesso si troverà davanti a Dio la madre intercederà per lui. “Come una volta mi darai una mano” espressione di una madre pronta a trarlo in salvo. La madre che ci messo al mondo e ci ha aiutato in vita diviene l’emblema di un amore che supera la morte, una forza senza eguali affinché il figlio sia perdonato e ammesso in paradiso.

La madre è il passato da cui è difficile staccarsi. È colei che dà coraggio e conforto nei momenti di pianto e dolore come scrive Quasimodo in un immaginario colloquio dal titolo “Lettera alla madre”. Con l’appellativo “Mater dulcissima” si apre la lettera in cui Quasimodo immagina l’espressione della madre, quando riceverà la lettera del figlio lontano, in preda allo sconforto e allo spavento che teme di ricevere la tragica notizia della morte del figlio. Il timore è quello di vedere la propria madre soffrire e di perdere colei che lo ha generato e lo ha messo al mondo assicurandogli ogni cura e ogni bene.

Pasolini in “Supplica a mia madre” mette in scena il grande amore di una mamma nei riguardi di un figlio. Per Pasolini la mamma è insostituibile; questo amore enorme pervade l’infanzia di Pasolini. Solo la madre conosce l’anima del figlio dal di dentro.

Concluderei dicendo che la nostra fortuna di figli è quella di avere o avere avuto una madre. Madre è colei che ci veglia nelle notti insonni, madre è colei da cui attendiamo il bacio della buonanotte, madre è colei che tiene in caldo il nostro pasto dopo una giornata di estenuante lavoro, madre è colei che ci aspetta sulla soglia o che ci guarda dalla soglia quando la lasciamo per andar via verso luoghi in cui essa non può seguirci.

Beatrice Macrì