Galileo Violini
Tra i principi cardini della Costituzione italiana, uno discende dalla Rivoluzione del 1789: l’uguaglianza. Essa si concretizza nell’articolo 3, che sancisce come tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale e siano eguali davanti alla legge, impegnando inoltre la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano tale uguaglianza. Il principio ritorna anche nell’articolo 48, che pone tra le caratteristiche del voto proprio l’uguaglianza. Non si tratta di formule astratte, ma di garanzie concrete: ogni cittadino deve contare allo stesso modo e ogni voto deve avere il medesimo peso.
La teoria, tuttavia, non sempre trova riscontro nella realtà. La legge elettorale può diventare il grimaldello con cui, anziché promuovere l’uguaglianza, la si riduce o la si aggira, a beneficio di chi riesce a imporre la propria architettura elettorale. L’Italia ha già attraversato esperienze simili: la legge Acerbo contribuì alla distruzione dell’equilibrio parlamentare liberale, mentre Epicarmo Corbino fu importante nel contrastare la cosiddetta “legge truffa” del 1953, impedendole di produrre gli effetti sperati dai suoi sostenitori.
Corbino era un liberale, ma tra gli oppositori di quella legge si distinse Giorgio Almirante — relatore di minoranza per il MSI alla Camera. Egli fu insieme storico e premonitore di un dibattito odierno: storico, quando ricordò come Giolitti e Piccioni ritenessero, in coerenza con una parte della cultura costituzionale dell’epoca, che la Carta avesse un’impostazione sostanzialmente proporzionale; premonitore di un dibattito odierno, quando considerò , in via ipotetica, che gli Stati Uniti potessero alterare il sistema elettorale. La crescita delle pratiche di gerrymandering, insieme alle limitazioni al voto per corrispondenza e alle modifiche delle procedure di identificazione degli elettori suggeriscono infatti che quel sistema ha anticorpi limitati in questa materia.
Che ciò accada oltre Atlantico, ridisegnando collegi elettorali per favorire un partito, alterando la rappresentanza e svuotando di significato il principio democratico — pur tra continue controversie giudiziarie — non può giustificare imitazioni italiane
Le discussioni attuali sulla legge elettorale stanno riproponendo, con lievi variazioni, il dibattito del 1952. Il premio del 65% non è un’invenzione degli eredi politici di Almirante: era giá stato proposto per creare una diga anticomunista. Eppure quegli stessi eredi sembrano dimenticare quanto il loro “padre nobile” sostenne allora. Premi di maggioranza, soglie di sbarramento elevate e collegi disegnati ad hoc vengono oggi presentati come strumenti necessari a garantire la governabilità; in realtà rischiano di sacrificare la rappresentanza.
Sono strumenti in tensione con lo spirito della Costituzione, che in nessun passaggio prevede meccanismi artificiali per assicurare un vincitore la sera stessa del voto.
Lo disse lo stesso Almirante, e sarebbe utile che oggi la presidente Meloni lo ricordasse: «Quando, con questa situazione politica, il Paese avesse un Parlamento maggioritario, un Parlamento nel quale vi sia fin dall’inizio, indiscutibilmente e tassativamente, una maggioranza prestabilita e rigida, ditemi se una tale maggioranza darebbe in sostanza validità di legge ai propri atti, o non si avrebbero invece dei decreti-legge del Governo».
Pare la foto di questa legislatura, un déjà vu, nonostante un premio di maggioranza relativamente modesto, ma è innegabile che il rapporto tra attuale Governo e partiti della maggioranza non è stato il rapporto di necessità evocato da Almirante: raramente la maggioranza parlamentare ha potuto, o voluto, opporsi alla volontà del Governo con cui tendeva a identificarsi.
Almirante nel 1952 faceva osservare a Moro come quella legge non favorisse particolarmente la DC, era un prezzo per assicurare la fedeltà della coalizione. La storia si ripete. Le proposte in discussione della nuova legge elettrale producono effetti diversi sulle possibili rappresentanze della maggioranza. È il punto delicato della trattativa e anche forse il meno trasparente.
Un nodo cruciale del dibattito riguarda le preferenze. Da un lato vi è il timore del “voto comprato con una delle due scarpe”, simbolo delle pratiche clientelari del passato, dove la preferenza era merce di scambio. Dall’altro lato cresce la frustrazione di chi non può scegliere direttamente il proprio rappresentante ed è costretto a votare liste bloccate decise dai vertici dei partiti. È opinione diffusa che questa sia una delle principali cause dell’astensionismo.
La democrazia richiede un equilibrio tra questi due estremi: garantire libertà di scelta senza aprire la porta alla corruzione. Alcuni sistemi proporzionali europei hanno individuato soluzioni intermedie, come le liste aperte o il voto di preferenza limitato, capaci di bilanciare rappresentanza e trasparenza.
Il vero mito da sfatare è quello secondo cui “la sera dopo il voto si debba sapere chi governa”. Questa idea non è scritta in alcuna norma costituzionale. Divenne piuttosto uno slogan politico degli anni Novanta, soprattutto nel contesto di una possibile transizione verso un sistema maggioritario.
Non sarebbe un vulnus alla democrazia, ma comporterebbe, per coerenza, che contestualmente si procedesse alla riforma costituzionale del premierato. La destra la può legittimamente desiderare, ma non può, essendo incapace di realizzarla, introdurre elementi dissonanti nel nostro sistema costituzionale
In realtà, in molte democrazie mature la formazione del governo richiede tempo. In Germania, Spagna o Paesi Bassi, i negoziati tra partiti possono durare settimane o mesi senza che ciò metta in dubbio la legittimità democratica del processo. La democrazia è fatta di compromessi, non di semplificazioni artificiali.
Il proporzionalismo, spesso accusato di generare instabilità, si accompagnò invece al periodo di maggiore crescita economica della storia repubblicana. Negli anni Cinquanta e Sessanta, all’interno di un sistema proporzionale, si costruirono coalizioni capaci di assicurare stabilità e guidare il Paese verso il “miracolo economico”. Quel sistema consentiva la rappresentanza di più forze politiche all’interno dei governi di coalizione, pur nel contesto di una conventio ad excludendum che limitava l’accesso delle opposizioni di destra e di sinistra. Non è vero che soltanto un sistema maggioritario possa garantire stabilità: la storia dimostra che la governabilità nasce soprattutto dalla responsabilità politica, non dagli artifici elettorali.
Difendere la Costituzione significa difendere l’uguaglianza del voto e la rappresentanza. Il gerrymandering e le sue imitazioni italiane minano questi principi. Il mito della “sera dopo il voto” rappresenta una scorciatoia che rischia di tradire lo spirito democratico. La questione delle preferenze richiede un equilibrio tra libertà di scelta e prevenzione della corruzione. Il proporzionalismo, lungi dall’essere un ostacolo, è stato uno strumento di inclusione politica e di equilibrio democratico.
La democrazia non vive di semplificazioni, ma dell’equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Solo nel rispetto dei principi costituzionali si può garantire un futuro di stabilità e crescita.



